 
function muzioDuce(){	var testo = "<h3>Claudia Muzio e il Duce</h3>";	testo = testo + "<p>Claudia Muzio, come molti artisti dell’epoca, fu fervente ammiratrice di Benito Mussolini. Tuttavia, persuasa di dare al regime più di quel che riceveva, non scese al di sotto di un dignitoso ossequio. Altri artisti, o per bisogno estremo, o per carriera, si mostrarono molto più servili. Nell’Archivio Centrale dello Stato si conservano alcuni messaggi di Claudia al Duce.";	testo = testo + " Il 24 dicembre 1928: «S. E. Benito Mussolini. Permetta V. E. presentarle miei devoti omaggi e vivissimi auguri. Claudia Muzio».";	testo = testo + " Il 5 aprile 1928 – Milano per Milano – gli telegrafava: «Rimpatriando il primo saluto al mio Duce. Claudia Muzio».";	testo = testo + " Il 7 giugno 1929, da Genova, prima di imbarcarsi, inviava a «S.E. Benito Mussolini in Roma» il seguente telegramma: «Lieta aver portato modesto contributo arte mia grande teatro romano prego Eccellenza Vostra voler gradire prima lasciare caro suolo italico devoto mio ossequio. Claudia Muzio».";	testo = testo + " Telegramma del 22 marzo 1934: «Animo vibrante pregovi accettare sentimenti infinita gratitudine per altissimo riconoscimento mia opera diffusione cultura italiana in terra straniera che Vostra Eccellenza ha voluto ottenermi dalla Augusta Maestà del Re stop con devozione et affetto Claudia Muzio».";	testo = testo + " A dimostrazione della difficile interpretazione della data dei telegrammi posso attestare che in quest’ultimo documento si legge nel timbro postale con molta chiarezza “22.3.1943” , cosa assurda essendo la Muzio morta da sette anni! Per fortuna in questo caso la data manoscritta è presente e nitida e permette di smentire il timbro.";	testo = testo + " Nuovo telegramma il 10 luglio 1935: «Prima di lasciare la mia adorata patria mi è caro salutare il mio Duce. Eja Eja Alalà. Claudia Muzio». Negli Atti del Convegno “Licinio Refice e la Musica Sacra nel primo Novecento” e nel Volume “Una Stanza per Refice, [come da Bibliografia] ho potuto addurre esempi delle relazioni di altri artisti con Mussolini.";	testo = testo + " In occasione della morte della Muzio Mussolini diede incarico di fare condoglianze al marito, nell’Albergo Maestoso, così chiamato per il divieto di usare nomi stranieri. Oggi è tornato a chiamarsi Majestic. Alcuni giornali misero in risalto che la grande artista aveva avuto la tessera onoraria del partito fascista.";	testo = testo + " Appresa la morte di Claudia Muzio, Mussolini diede incarico alla sua Segreteria di dare le condoglianze. Abbiamo due appunti: «Claudia Muzio - morte». «Telefonare al marito per dirgli il mio cordoglio. 26.5.1936». «Telefonare al marito per dirgli che ho appreso con molto rammarico. 26.5.1936». A proposito della tessera onoraria riporto un appunto da me redatto durante la consultazione dell’Emeroteca Nazionale di Palazzo Caetanti: «In Cronaca di Roma lunedì 25 maggio 1936, a pagina 6, è scritto che ieri mattina ore 7,35 è morta. Testualmente: “Non grido, non altro, senza spasimi o sofferenza, e gli occhi si sono chiusi per sempre alla luce, e le mani irrigidite”. Domani, martedì, alle 10,30 partendo dalla chiesa dei Cappuccini, i funerali. Le era stata conferita dal Partito la Tessera ad honorem. Il 26, a p 2, lo stesso giornale [del quale purtroppo non ho registrato la testata], ospita una necrologia nella quale si dice che la morte è avvenuta “improvvisamente”».  © Michele Colagiovanni</p>";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}
function muzioSequestro(){	var testo = "<h3>Claudia Muzio: sequestro di persona?</h3>";	testo = testo + "<p>Nell’ottobre del 1928 Claudia Muzio disdisse il suo impegno con la Chicago Opera Company. Avrebbe dovuto inaugurare la stagione lirica nella metropoli dell’Ohio a novembre. Voci dicevano che la cantante aveva preferito impegnarsi con Ottavio Scotto, per inaugurare, con Norma, la seconda stagione del Teatro Reale dell’Opera, a Roma. Il massimo tempio romano della lirica era in realtà il vecchio Costanzi, rivestito a nuovo dall’architetto Marcello Piacentini e funzionava sotto il nuovo nome da un anno. Lo Scotto era dato come amante della Muzio, ma sappiamo bene quanto valessero e valgano le voci di tal genere, in un ambiente per natura sua pettegolo, come quello dello spettacolo. Basti pensare che, contemporaneamente, la cantante era data con certezza sposata al tenore Giacomo Lauri Volpi. Non era indispensabile la passione amorosa per giustificare l’improvvisa e costosa decisione. Poteva trattarsi proprio di una questione di soldi.";	testo = testo + " Potrà sembrare strano che la magniloquente, ma squattrinata Italietta, potesse competere negli ingaggi, con gli Stati Uniti d’America, ma la faccenda non era così semplice. Claudia poté sentirsi costretta a seguire il suo manager, che di fatto la teneva in pugno, avendo firmato per lui non poche cambiali, molto onerose. Egli le era debitore di una montagna di denaro. Nasceva da lì il pettegolezzo che fosse l’amante dell’impresario. Ci si chiedeva: perché una donna famosa e contesa avrebbe dovuto  avallare, con la propria firma, cambiali per migliaia di dollari a favore di un uomo notoriamente inaffidabile? Però nasceva da lì anche il dubbio che non si trattasse di amore. Con il denaro si entra in un vortice altrettanto irrazionale che per una passione amorosa. Operato un investimento, il timore di perdere la somma investita a causa del fallimento del debitore, può indurre a versargli altro denaro; proprio come accade a un giocatore perdente, il quale sprofonda in nuove perdite inseguendo la speranza di uscire dal baratro.";	testo = testo + " Nel firmare cambiali e nel disdire un contratto oneroso la Muzio si era lasciata travolgere dalla passione per l’uomo, o ancora una volta era caduta nei raggiri di chi intendeva sfruttarla? Certo è che Ottavio Scotto millantava faraonici ingaggi da parte del regime, a Roma, dove si diceva sicuro di riottenere la concessione del Teatro. che era scaduta. Inoltre lasciava credere che Mussolini in persona avrebbe sponsorizzato un  fantastico progetto al quale pensava da tempo e che aveva concluso con una famosa società cinematografica. Per la Muzio, era in vista un futuro di primadonna nel Teatro Reale di Roma, con la prevedibile presenza dei vertici della nomenklatura del regime fascista a ogni replica. Conseguentemente  si riaccendeva la speranza di veder rientrare, con gli interessi, le somme sborsate. Questo il probabile calcolo della Muzio.";	testo = testo + " Andò proprio così? Difficile rispondere, anche per la estrema riservatezza dell’artista riguardo alla propria vita privata. È certo che il contratto americano fu sciolto non senza beghe legali e penalità da scontare, compresa l’onta dell’arresto. Tornò in Europa – secondo alcuni fuggì – e cantò a Roma nell’aprile del 1929, La Traviata, con Tito Schipa e Riccardo Straccari, sotto la direzione di Gino Marinuzzi. Intanto il suo impresario imbastiva trattative con il sottobosco del regime, secondo quanto dirò tra poco.";	testo = testo + " In giugno la Muzio e lo Scotto erano a Parigi, dati in viaggio verso Savona per raggiungere Ospedaletti, dove la cantante aveva un villa. Dunque erano amanti “dal desio chiamati” al nido della loro passione? Macché! Claudia era sotto sequestro! Aveva un fidanzato che intendeva liberarla dagli artigli del despota. L’eroe liberatore si chiamava Renato Liberati, romano, di circa quindici anni più giovane di lei.";	testo = testo + " Un telegramma del Ministero dell’Interno [protocollato 22255] comunicava al prefetto di Savona di allertare la Polizia locale, perché era in atto un complotto non meglio precisato, avente come obbiettivo il grande soprano. Alcuni uomini erano già partiti da Milano, Roma e Sanremo, alla volta di Savona, con non meglio precisate intenzioni sulla Muzio. Il prefetto di Savona, il 17 giugno, alle ore 5,30,  con proprio telegramma cifrato, confermava al Ministero l’esistenza di un intrigo, che richiedeva ulteriori  indagini e attenzioni, finalizzato, però, a “liberare” l’artista.";	testo = testo + " Riporto le risultanze  degli interrogatori secondo il testo decodificato del telegramma prefettizio, che fa una sintesi degli eventi, che ho già parzialmente anticipato. Le aggiunte tra parentesi quadre sono mie. Le ho introdotte per rendere più scorrevole la lettura.";	testo = testo + " «Effettivamente ieri sera [è] venuto da Roma con automobile [targata] 17355 [lo] schauffeur Nobili Furio fu Gaspare oggetto del telegramma [di] ieri n. 22255, recandosi  presso [il] locale Albergo Suisse, ove era [ad] attenderlo [il] Dott[or] Liberati Renato di Ercole e [di] Terracciani Rosina nato a Roma  [il] 20 agosto 1905 pubblicista costà abitante [in] Via Arenula 4, proveniente da Milano.";	testo = testo + " Costoro hanno concordemente affermato, dichiarazioni [che] ritengonsi rispondenti [a] verità, [di] essere qui venuti  a favorire [la] fuga [della] nota artista lirica CLAUDIA MUZIO fidanzata [del] predetto Liberati, la quale sarebbe, mediante gravi minacce, illegittimamente trattenuta da[ll’]ex concessionario [del] Teatro Reale dell’Opera SCOTTO OTTAVIO[,] ora a Parigi unitamente [alla] predetta Muzio e che oggi con essa dovrebbe recarsi [a] Ospedaletti Ligure ove quest’ultima possiede una villa. Hanno aggiunto che qualora [il] piano [della] fuga non fosse stato possibile [sventarlo] si sarebbero rivolti [alla] competente autorità [di] P[ubblica] S[icurezza] cui [la] predetta Muzio avrebbe fatto pervenire formale denunzia a carico dello Scotto per sequestro [di] persona. Successivamente è qui giunto  proveniente [da] San Remo unendosi [al] predetto [Liberati], Saviotti Orlando fu Achille e fu Rosa Calamini nato a Faenza [il] 21 Aprile 1877[,] impiegato [al] Teatro Reale [dell’]Opera. Saviotti Osvaldo, Nobili Furio e Liberati Renato sono [in] possesso [di] documenti attestanti [la] loro identità personale[,] anzi il Liberati, che si dice amico [dell’]On[orevole] Lando Ferretti è munito [di] passaporto estero [rilasciato dalla] Questura [di] Roma in data 25 scorso Maggio n. 403017/4642/24 e che è stato momentaneamente trattenuto da[lla] Questura in attesa [delle] disposizioni [di] codesto Ministero. È stata avvertita [la] Questura [di] Imperia [delle] intenzioni [delle] predette persone per opportuna misura di vigilanza. Prefetto La Via».";	testo = testo + " O Liberati e compagni, a Savona,  riuscirono a sventare il sequestro della Muzio, o vennero a un accordo con lo Scotto. La scoperta di nuovi documenti potrebbe far luce. Fatto sta che il 24 luglio di quello stesso 1929 erano tutti a Faenza, dove fu celebrato il matrimonio Muzio-Liberati. In conseguenza di ciò il Liberati, che nei documenti risulta ora giornalista, ora pubblicista, ora avvocato, diventò l’agente di sua moglie, seguendola nei vorticosi spostamenti.";	testo = testo + " La Muzio abbandonò lo Scotto? No. Seguitavano a valere le ragioni pensantissime che costringevano la grande cantante a rimanere legata all’antico impresario, e questa volta era lei a ricercare lui. Motivo? Sempre lo stesso: la montagna di cambiali che ella aveva firmato per garantire le iniziative di lui, ma che davanti alla legge solo lui avrebbe potuto attribuirsi! Trattandosi di debiti, era improbabile che accadesse.";	testo = testo + " Il Liberati era follemente innamorato della fascinosa cantante, della quale era diventato marito, o era un altro dei tanti che intendevano imbastire affari sfruttando il talento di una donna dalla voce e dalla presenza scenica incomparabili? Difficile dirlo. Certo è che negli ambienti frequentati dai due si facevano motteggi del tipo: “Ecco la Muzio e il suo bambino”.";	testo = testo + " L’impresario Scotto non intendeva fuggire dall’Italia, ma sognava di conquistare Roma, su cui aveva compiuto la sua marcia. Nella Capitale intendeva portare a termine due progetti per i quali Claudia gli era indispensabile: riavere la gestione del Teatro Reale dell’Opera e trovare appoggi per realizzare il progetto che – secondo lui – piaceva a Mussolini.";	testo = testo + " Qual era il progetto? Il 12 Maggio 1930 Scotto aveva stipulato un contratto con la Universal Pictures Corporation (uno dei colossi cinematografici dell’epoca). Veniva costituita una società con il capitale sociale di 2 milioni e mezzo di dollari, pari a 50 milioni di lire italiane. Il pianeta Universal Pictures si impegnava a  coprire il 60% del capitale del proprio satellite, ma occorreva approntare il 40%: per uno Scotto carico di debito era difficile. Il nome della Muzio ancora funzionava. Lo scopo era la “filmizzazione” degli spettacoli lirici. Al socio americano l’impresario italiano aveva garantito appoggi govenativi. Le opere liriche, patrimonio tipicamente italiano e emblema nazionale, divulgate in tutto il mondo mediante lo strumento emergente del cinema, sembrava un’idea affascinante.";	testo = testo + " Nei mesi seguenti troviamo Ottavio Scotto a Roma, appoggiato da Vittorio Scialoja e Umberto Sala, impegnato a ottenere da Mussolini, anche mediante contatti diretti, la sponsorizzazione per l’impresa. Umberto Sala era un enigma. Si spacciava per diplomatico, ambasciatore, ma nessuno sapeva bene chi fosse e quale mestiere esercitasse. Si presentava con prosopopea negli ambienti ufficiali della cultura e della politica; era accolto, ascoltato; ma appena andava via, tutti si chiedevano: “Chi è costui?”.";	testo = testo + " La “filmizzazione” delle opere liriche, se fosse stata attuata, avrebbe accumulato un patrimonio oggi inestimabile, ma occorreva, per l’epoca, superare problemi tecnici molto ardui e vi era la certezza che l’impresa non avrebbe assicurato un immediato guadagno. Come era pensabile che il pubblico andasse a vedere al cinema ciò che viveva sulla scena e prendeva linfa dalla esecuzione dal vivo? E pazienza se il risultato tecnico fosse stato di alto livello! Le riprese non potevano essere eseguite in diretta, con le luci di sala e ancor meno la registrazione delle voci. All’aperto le voci avrebbero perso smalto. Il missaggio avrebbe dato risultati penosi. A parte i problemi tecnici, la fama di cui godeva lo Scotto era contrastata. Il governatore di Roma Giuseppe Bottai era dato favorevole, ma il direttore del Teatro Reale dell’Opera, Paolo D’Ancora e il principe Boncompagni Ludovisi, gli erano contrari.";	testo = testo + " Scriveva il primo al secondo, in data 15 settembre 1930:  “è chiaro che lo Scotto ha avuto ed ha un solo obbiettivo: riavere il Teatro Reale. E viene il dubbio – che credo legittimo: la disponibilità finanziaria dello Scotto è reale  e fondata, o si spera da lui di trovare i danari  attraverso la concessione del Teatro?  […] Ma per quanto riguarda lo Scotto bisogna tener presente che egli ha ancora in giro cambiali – che in parte sta pagando la Signora Muzio perché da lei avallate nel periodo in cui era la sua amante (ed in quali condizioni di salute e finanziarie essa per conseguenza di ciò si sia ridotta sono a tutti note) e debiti per milioni – che i creditori non sono riusciti ad avere  da lui finora neppure un soldo”.";	testo = testo + " A seguito di tali informazioni il Boncompagni metteva in guardia Mussolini e lo stesso faceva Roberto Forges Davanzati, direttore de La Tribuna e prossimo senatore, il quale scriveva: “Scotto lascia debiti con l’avallo di una cantante ancora esposta a persecuzioni di creditori”. Mussolini sembrava sedotto dall’idea, però restava titubante e infastidito. La sua posizione è ben espressa da queste due annotazioni: “Scotto: Troppe richieste”. “Comunque interessarsi”. Qualche collaboratore chiosava: “Sempre più si dimostra che Scotto è un buffone”.";	testo = testo + " Buffone? Certo è che nessuno rideva e meno di tutti Claudia Muzio, martire ormai, come la sua ultima grande interpretazione nel ruolo di Cecilia, di Licinio Refice. Di debiti, per un ammontare di cinque milioni, si parlerà ancora nel 1936, in occasione della morte della grande artista, come concausa dello stato di salute se non addirittura di un non dimostrato suicidio.";	testo = testo + " Appresa la notizia della morte, Mussolini passò i seguenti appunti per la sua Segreteria: “Claudia Muzio, morte. Telefonare al marito per dirgli il mio cordoglio”. “Claudia Muzio. Telefonare al Marito per dirgli che ho appreso con molto rammarico”. Entrambi gli appunti datati 26 maggio 1936.";	testo = testo + " <br/>© maggio 2006 - Michele Colagiovanni</p>";	//testo = testo + "<br/><p>FONTI</p>";		//testo = testo + "<p><em>Umberto Sala</em>: ACS, SPD, CO, FF 532.655; 10606. ACS, SPD, CR, Pacco 1192, FF 9-10</p>";	//testo = testo + "<p><em>Claudia Muzio</em>: ACS, SPD, CO: F 5404. ACS, SPD, CR, pacco 884, F 49.";	//testo = testo + "<p><em>Renato Liberati</em>: ACS, SPD, CR, Pacco 719, F 52.";	//testo = testo + "<p><em>Ottavio Scotto</em>: ACS, SPD, CO, FF 116.506, 4403/4. ACS, SPD, CR, Pacco 1244, F 25.";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function gioielliMuzio(){	var testo = "<h3>I gioielli della Muzio</h3>";	testo = testo + "<table width=\"500\" align=\"center\"><tr><td><img src=\"images/Gioiellimuzio1.jpg\"></td><td><img src=\"images/Gioiellimuzio2.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Con il titolo non mi riferisco ai doni che ebbe dalla natura, o – sulla scia della celebre frase di Cornelia riferita ai Gracchi – ai figli, che non ebbe. Non intendo neppure parlare delle interpretazioni più riuscite: autentici gioielli, molti, tra i quali è da annoverare Cecilia di Refice). Intendo parlare proprio degli oggetti preziosi (di alcuni, almeno) di cui ci sono giunte le fotografie e in parte la sorte.";	testo = testo + " Claudina Muzzio, in arte Claudia Muzio,  era morta nell’Albergo Majestic, sua abituale residenza romana, in Via Veneto 50, a Roma, il 24 maggio 1936, alle ore 7,35.  Da documenti anagrafici risulta che quella dell’albergo (un mezzanino) era anche la residenza ufficiale di suo marito, e da allora giovane vedovo,  Renato Liberati.";	testo = testo + " Un anno e mezzo dopo, il 18 novembre 1937, il Liberati si recò a Vienna e vi restò un mese esatto, fino al 19 dicembre, quando riprese la via di Roma. Per mantenersi nella capitale austriaca aveva impegnato alcuni gioielli, dei quali apprenderemo la natura dalla sua stessa dichiarazione autentica, tra poco. Perché Renato Liberati si era recato a Vienna? Aveva intenzione di scritturare una compagnia di rivista per un giro di spettacoli in Italia, ma la ditta fornitrice dei costumi pretendeva delle garanzie. Tornato a Roma, verosimilmente dopo aver parlato con la suocera, il Liberati fece giungere presso di sé, da Vienna, la signorina Carmen Marincovich, per consegnarle altri gioielli che dovevano servire allo scopo. Carmen condusse con sé i preziosi a Vienna, dove, il 18 gennaio del 1938, fu arrestata mentre andava in giro alla ricerca di qualcuno disposto a fornire la somma in cambio dei “gioielli della Muzio”.";	testo = testo + " Alla polizia dichiarò ciò che già sappiamo: di essere giunta da Roma, dove era stata chiamata sul finire del dicembre da Renato Liberati, vedovo della celebre cantante lirica. Là aveva ricevuto in consegna i gioielli, con l’incarico di depositarli “presso qualche istituto bancario”, a garanzia di un prestito, cosa che ella stava facendo.";	testo = testo + " La Marincovich, dai documenti della Polizia, risultava “nata a  Graz il 9 ottobre 1900, cattolica, nubile, disoccupata e priva di mezzi”.  Si legge in un Telespresso del Regio Ministro della Legazione d’Italia (firma illegibile) da Vienna, N. 311-C.15: “La Polizia, avendo rilevato che la Marincovich, che è una donnina dai costumi leggieri e priva di mezzi, era in possesso di gioielli di rilevante valore, ha proceduto al fermo della stessa ed al sequestro della merce”.";	testo = testo + " Nel momento dell’arresto Carmen era in possesso di “un braccialetto tempestato di brillanti ed un broche pure di brillanti del valore di lire 200.000”. L’appartamento della “ragazza” venne sottoposto a perquisizione. “Fu trovato un orologio da tavola, di marmo prezioso con iniziali della Muzio e con una lira musicale. Vi era anche la dedica: “Claudia Cara c.s.r.”.  Oltre a ciò si rinvenne un libretto della Cassa di Risparmio Viennese a nome della Marincovich per l’ammontare di circa lire 4000”. Fu anche trovata una borsa.";	testo = testo + " Come spiegava, Carmen, la somma sul proprio conto bancario? Dichiarò di aver conosciuto a Vienna “il conte Giovanni De Cavi, di Genova, il quale le aveva affidato l’amministrazione di una casa di sua proprietà a Vienna”.  La casa del conte era sita nel I distretto, Wollzeile 14 e la somma intestata alla ragazza proveniva da pigioni riscosse da lei. Il testo della polizia diceva che il conte “le avrebbe affidato” l'amministrazione. Poi però era specificato: “Da lettere sequestrate risulta vera questa circostanza”.";	testo = testo + " Come aveva conosciuto il Liberati? Al commissario austriaco disse “di aver conosciuto qui a Vienna (a mezzo di Giovanni Bonfanti, agente teatrale nato a Firenze il 10 novembre 1893, allontanatosi da Vienna il 12 dicembre ultimo) il Dottor Liberati Renato, giornalista, nato a Roma il 20 agosto 1906 [errore, era nato nel 1905] e ivi domiciliato in Via Arenula 41”.";	testo = testo + " Tutte queste informazioni furono trasmesse a Roma e Renato Liberati, il 20 gennaio,  fu convocato nella Questura, davanti al commissario aggiunto di Pubblica Sicurezza Mario De Simone. Messo al corrente dei fatti di Vienna, dichiarò: “Sabato 15 corrente affidai, presente mia suocera [Gavirati Giovanna vedova Carlo Muzio] un braccialetto tempestato di brillanti ed una broche pure tempestata di brillanti, a certa Carmen Marincovich, residente a Vienna, perché ne curasse o il deposito in una banca o presso un privato che desse su questi oggetti il maggiore anticipo possibile da versare a garanzia e ad anticipo dei materiali occorrenti per una grande compagnia di rivista che dovrebbe debuttare in Italia nel prossimo ottobre”.";	testo = testo + " Di chi erano i gioielli? “Tali gioielli” ­– dichiarò il Liberati – “preciso che sono di proprietà di mia suocera Gavirati Giovanna vedova Muzio e che non debbono essere alienati ma solo dati a garanzia di un prestito”. Perché l’operazione non era stata eseguita in Italia? Risposta: “Tale operazione, possibile anche in Italia, non è stata effettuata perché versando anche qui presso una Banca il ricavato da un eventuale pegno o vendita il corrispondente in scellini austriaci richiederebbe un tempo minimo di circa sei mesi perché pervenisse agli interessati. È stato, perciò, deciso di affidare quanto sopra alla Marinchovic perché possibilmente il maggiore esposto, nella funzione della Compagnia Sig. Guglielmo Bennan, vestiarista teatrale, prendesse lui in consegna i gioielli  oppure ottenesse lui su questi gioielli un anticipo  dalla sua banca di Vienna e poter così eliminare le difficoltà per la realizzazione della formazione della compagnia”.";	testo = testo + " Perché e quando era andato di persona a Vienna? E perché aveva impegnato dei gioielli oltre quelli rinvenuti in possesso della Mariconovich? A domanda rispose: “Dal 18 novembre al 19 dicembre sono stato a Vienna appunto per la formazione della compagnia di cui sopra, e, trovandomi senza soldi perché mi terminarono fui costretto a pegnorare (sic) a Vienna due scatole d’oro ed un orologio da sera in platino”. A domanda rispose: “Prima di partire [da Vienna] consegnai alla Marincovich oltre a quasi tutto il mio corredo personale anche alcuni oggetti, quali un orologio da tavolo in marmo, una fotografia in cornice di mia moglie Claudia Muzio, una fotografia del Duce ed altro”.";	testo = testo + " Queste dichiarazioni coincidevano, salva qualche leggera sbavatura, con quelle rese dalla Marincovich a Vienna. A proposito delle “scatole d’oro”, il commissario Modrini da Vienna era più preciso. Scriveva: “Il Liberati è stato a Vienna nel dicembre scorso ed ha impegnato allora presso il locale Monte di Pietà una scatola porta sigarette d’oro del peso di grammi 179 ottenendo una sovvenzione di circa lire 3000 italiane e una seconda scatola d’oro di grammi 170 ottenendo altra uguale sovvenzione, nonché una spilla [di] platino per la quale ha ottenuto Lire 2000 italiane”.";	testo = testo + " Si poneva a quel punto il problema dei provvedimenti da prendere. C’era il reato accertato di esportazione illegale di beni di valore. Il Ministero delle Finanze giudicò che la Marincovich non era incorsa in nessun reato. “Vero è che, a tutto rigore, la Marincovich, non essendo proprietaria del braccialetto e della broche di cui trattasi, avrebbe dovuto richiedere  al momento del passaggio della frontiera, l’emissione di regolare bolletta di esportazione. Ma, trattandosi di oggetti di uso personale, già usati e che in esportazione non sono soggetti a diritti di confine, non sembra sia il caso di sottoporre la detta signora a procedimento contravvenzionale per mancata osservanza di formalità doganali, infrazione che, nella fattispecie, appare molto discutibile e che comporterebbe l’applicabilità di una lieve ammenda”.";	testo = testo + " Quale, invece la posizione del Liberati? Egli doveva rispondere di “non aver ottemperato alle vigenti disposizioni, in materia di esportazione merci dal Regno”. Fu ventilata l’ipotesi di sequestrare i gioielli a garanzia della penale che egli avrebbe dovuto pagare. Da parte degli uffici competenti fecero sapere che il sequestro dei beni non era possibile.";	testo = testo + " Qui terminano le nostre informazioni sui gioielli e sulla Marincovich. Renato Liberati morì a Roma il 28 febbraio 1963, alle ore quindici,  in Via del Corso 255, “vedovo di Muzio Claudina”. Atto di morte dell’Anagrafe di Roma parte I, serie 5, n. 214.";	testo = testo + " <br/>© maggio 2006 - Michele Colagiovanni</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function moretti(){	var testo = "<h3>Riccardo Moretti: un benefattore  &nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'moretti.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<p>Riccardo Moretti nacque a Roma il 16 marzo 1886 e vi morì il 5 aprile 1961. Nipote per parte di madre del grande anatomopatologo Ettore Marchiafava, fu indirizzato alla medicina, nella quale riuscì a laurearsi brillantemente (1910). Ma la sua grande passione era la fisica. Già all’epoca della laurea in medicina “aveva all’attivo 12 invenzioni” nel campo dell’elettricità e della trasmissione senza fili. “Nel 1912 i suoi brevetti (…) contesi anche da Paesi esteri, raggiunsero il numero di 30”.";	testo = testo + " Il primo lo registrò nel 1905 e riguardava un telegrafo magnetico. Nel 1912, con proprie apparecchiature, riuscì a parlare da Roma a Tripoli. Il Giornale d’Italia inneggiò all’evento con un titolo a tutta pagina: “La parola varca i mari e i continenti”. Fu invitato a Parigi e parlò alla Sorbona, applaudito in piedi dai presenti, che inneggiavano all’Italia. Nel 1915, in maggio, partì volontario per la guerra, in prima linea. Sul Grappa e sul Col Moschin avrebbe meritato, secondo le più accreditate testimonianze, decorazioni di alto valore. Non fece nulla per averle.";	testo = testo + " Si accontentò delle quattro stelline sul nastrino della divisa, a segnalare i quattro anni di servizio. Si congedò nel giugno del 1920. Nel febbraio del 1919 sposò Maria Schiboni (dalla quale non avrebbe avuto figli). Fin dalla prima ora aderì al fascismo, a dimostrazione che galantuomini si trovano dappertutto. Erede di una grande fortuna a Patrica – per vie parentali con una famiglia in estinzione, quella dei Magni-Stella –, partecipò alla vita amministrativa del paese; ma, considerate le sue occupazioni a Roma, altri si mossero localmente in suo nome.";	testo = testo + " La sua adesione al fascismo deluse i sostenitori del Partito Popolare patricano (capeggiato da don Icilio Simoni), essendo egli ideologicamente più vicino, anzi in piena sintonia, con le posizioni cattoliche, ma a quei tempi non erano pochi coloro che ritenevano conciliabili le due anime. Le stesse posizioni del Simoni contrastavano più per ragioni politiche locali che ideologiche. In ogni caso Moretti non si macchiò mai di azioni spregevoli; tutt’altro.  Il 19 ottobre 1975 gli fu dedicato un opuscolo dall’Amministrazione Comunale di Patrica. In esso il poeta Libero De Libero così si esprime sull’uomo: “In un’epoca come la nostra, empia e dissacrante, poter rievocare un uomo di tale statura morale è perfino un privilegio per la cittadinanza di Patrica che può sollevarlo a simbolo di quell’amore per il prossimo che conduce alle vette supreme, quali furono raggiunte da Riccardo Moretti scienziato”.";	testo = testo + " Prestigioso il suo curriculum, con impieghi sempre cadutigli addosso. Direttore dell’Azienda Elettrica Municipale di Roma; Direttore della campagna Antimalarica nell’Agro Pontino; Capo degli Ospedali Riuniti di Roma; Membro della Camera dei Fasci; Dirigente dell’Opera Maternità e Infanzia; Fondatore del Regina Elena per la lotta ai tumori, del quale non volle accettare la presidenza, accontentandosi della vicepresidenza… Poté guardare nobilmente negli occhi alcuni di coloro che pretendevano la sua epurazione, dopo la caduta del fascismo. Dal suo animo non era mai sorto un sentimento di rancore o di violenza e tanto meno si era abbandonato a comportamenti di quel genere. Troppo spesso le etichette sono mendaci. L’etica è un’altra cosa. Uomo di fede, grande amico di don Luigi Orione, con il quale intrattenne una corrispondenza epistolare, sostenne la sua congregazione. Nel 1944 promosse l’iniziativa della realizzazione della grande statua di bronzo della Madonna, su Monte Mario: dall’altura l’immagine sacra domina e protegge Roma. Ebbe al suo fianco l’allora monsignor Giovanni Battista Montini, che disse di Moretti: “Egli ci dà l’esempio della carità con coraggio e il coraggio di fare il bene è sempre fondato sulla certezza dell’aiuto Divino”.";	testo = testo + " Fu anche amico dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Lasciò erede usufruttuaria la moglie Maria, con l’impegno di lasciare, a sua volta, a vantaggio di istituti religiosi, tutto ciò che non fosse stato necessario a vivere. La vedova Moretti (28.3.1890-12.9.1984) testò a favore delle Adoratrici del Sangue di Cristo, che l’avevano assistita materialmente negli ultimi anni e dei Missionari del Preziosissimo Sangue, che le erano stati vicino spiritualmente. Per poco meno di un decennio, fino al termine della sua vita, ho raccolto le sue confidenze. Era divenuta molto devota. Ridotta in poltrona sapeva tutto quanto accadeva in paese. L'archivio-museo USPR conserva molte carte e oggetti che mi furono da lei donati personalmente, a tale scopo.";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>(Testo di Michele Colagiovanni)</em><br />";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function MDMCroce(){	var testo = "<h3>RADICI LOCALI E UNIVERSALI DELLA RELIGIOSITÀ DI MARIA DE MATTIAS SOTTO IL SEGNO DELLA CROCE</h3><br/>";	testo = testo + "<h3>di MICHELE COLAGIOVANNI</h3>";	testo = testo + "<p>Nell’enunciare un tema in forma affermativa si dà per scontato il suo contenuto, che si presenta come una tesi da dimostrare. Partiamo quindi dal presupposto che vi siano radici dalle quali il concetto di croce divenne familiare nella esperienza, e quindi nel linguaggio, di Maria De Mattias, generando a propria volta una radice di spiritualità. Ciò accadde per fattori legati strettamente al luogo in cui la protagonista nacque e per altri che accomunavano quel luogo a ogni altro, trattadosi di radici universali. La croce – diciamo pure la nuda croce, cioè il lemma nella sua pronuncia – assunse in Maria un certo numero di accezioni che le modellarono prima, e le sostanziarono poi, l’esistenza, grazie al fatto che la croce cessò di essere un sema ripugnante, per divenire – appunto – radice, ossia un nesso in grado di alimentare la vita.";	testo = testo + " Il lavoro si articolerà secondo il seguente schema. 1. Delucideremo ogni singolo termine della tesi. 2. Applicheremo i termini, nell’accezione convenuta, a Maria De Mattias, al tempo e al luogo. 3. Faremo un regesto delle radici secondo la distinzione locale e universale. 4. Trarremo delle conclusioni.</p>";	testo = testo + "<p><b>1. Spiegazione dei termini.</b><br/>";	testo = testo + "I termini che compaiono nel tema della relazione sono: radice, locale, universale, religiosità, segno e croce. Vi sarebbe anche Maria De Mattias, ma i termini che definscono il personaggio non ammettono accezioni, anzi in un certo senso se ne va alla ricerca; dunque non necessita di precisazioni, bensì solo di conoscenza nella sua unica identità. Maria De Mattias è Maria De Mattias e la sua identità risulterà (si spera) implicita in tutto quanto si dirà in questi giorni, compresa questa relazione. Restiamo dunque ai sei termini sui quali si articola questo discorso sul personaggio e precisiamone il senso secondo il quale li useremo.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>A. Le radici.</em> Nell’ordine logico il primo termine che si presenta è: radice, concetto preso in prestito dalla botanica e nel numero plurale, presupponendo che una persona, non meno di una pianta, attinga da più rivoli affluenti dall’humus del suo habitat. Noi qui intendiamo per radice ogni causa efficiente di una personalità. Nel caso in discorso il prodotto è, sì, Maria De Mattias, ma vista nella sua religiosità e, ulteriormente, in  una religiosità connotata dalla croce. Dovremo perciò evidenziare tutto ciò che poté avere parte alla modellazione della sua religiosità, presentatosi a lei sotto la connotazione di croce.";	testo = testo + " Si richiede un lavoro di scavo, perché le radici, generalmente e quasi per natura loro, sono nascoste. Alcune piante hanno radici aeree, ma la cosa è talmente sorprendete che si è scoperta mediante un lavoro scientifico, che è uno scavo – diciamo così – intellettuale. La radice è collegata con il concetto di alimento. Essa attinge la linfa e l’avvia al tronco, ove confluisce dalle propaggini e si spande nell’albero. L’umore vitale si rende presente in ogni reparto, consentendo all’insieme di vivere. Non vogliamo spingere l’analogia all’estremo, ma non dobbiamo dimenticare che le radici hanno bisogno delle foglie non meno che le foglie delle radici, sicché le stesse foglie sono radici dell’albero, benché non spetti a loro quel nome. Qualcosa di simile avviene anche nelle persone, e lo vedremo, senza però farne un problema specifico. Addentrarsi nei meandri delle interconnessioni trasferirebbe il nostro lavoro in un campo più specificatamente psicologico, mentre vogliamo muoverci in un contesto storico.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>B. Radici locali.</em> Il luogo  delle radici è la zolla dove esse si producono, si diramano e restano abbarbicate per tutto il tempo della vita che alimentano. Il tema, concentrato sulle radici locali, presenta  gli archetipi luogo e tempo in simbiosi. Enumereremo gli elementi che poterono configurarsi come radici della personalità di Maria De Mattias in un tempo preciso e in un luogo preciso.";	testo = testo + " Il riferimento esclusivo alle radici confina prevalentemente la ricerca al periodo formativo, proprio come se parlassi delle radici di un albero che è comparso in un recinto. Comporta considerare l’attecchimento dell’albero e la zolla più o meno estesa del terreno nel quale esso si affermò e le modalità<font style=\"color: red;\">(1)</font>. In natura si osservano alberi floridi o striminziti; inclinati o diritti… Tutte queste modalità di crescita hanno cause (=radici) locali. Poiché l’essere umano è un albero in movimento (tra l’altro così apparvero le persone al cieco nato guarito) nel concetto di luogo rientrano anche “i luoghi”, anche se resta prevalente quello dell’infanzia-adolescenza. Tuttavia l’essere umano è per natura sua “in formazione permanente”.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>C.  Radici universali.</em> Abbiamo voluto introdurre la distinzione per utilità metodologica. In realtà, “universale” si distingue da “locale” juxta modum; non come l’essere si oppone al nulla, bensì come una parte al tutto. Se noi togliamo i confini a un luogo determinato siamo nell’indefinito e per conseguenza nell’infinito. Una goccia d’acqua estratta dal mare è pur sempre parte del mare. Se lasciamo ricadere la goccia nel mare ne fa parte a pieno titolo. Così il pensiero che si libera dall’oggetto cui sta abbarbicato, naufraga – per dirla con Giacomo Leopardi – nell’infinito.";	testo = testo + " Per radici universali intendiamo, in questo lavoro, i valori condivisi da una base amplissima nello spazio e nel tempo. Essi, in un certo senso, svolgono le funzioni  delle idee innate nella teoria platonica e indicono a leggere la realtà secondo certe modalità, piuttosto che secondo altre. Per fare qualche esempio, interpretare eventi come “croce” e non come mere “disgrazie”, è certamente dovuto a fattori che legano un luogo determinato a una realtà più ampia, che chiama in causa il Cristianesimo, la Chiesa… che tale concetto sia mediato da fattori autoctoni non deve far dimenticare la provenienza universale.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>D. La religiosità</em> è una dimensione dell’essere umano, insopprimibile e consiste nel ritenere che la realtà, tutta intera, possiede una sacralità che deve essere onorata nella vita di tutti i giorni. Naturalmente, quando il concetto si applica a religioni determinate, ne assume i connotati, pur potendo privilegiare alcune caratteristiche piuttosto che altre. Nel caso qui in questione si afferma che la religiosità di Maria De Mattias si sviluppò sotto il segno della croce per radici locali e universali.";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>E. Sotto il segno.</em> Si vuol dire che la croce va intesa come segno; e un segno, secondo la folgorante definizione di Agostino, tuttora insuperata, è qualunque cosa che, una volta posta, fa venire in mente qualche altra cosa. La croce è segno perché può essere disegnata, pronunciata, come qualsiasi altro oggetto e al vedere il segno (iconico) o al sentire il segno (fonico) in mente viene qualche altra cosa, che è un senso “altro” del suono della parola o dei due segmenti tracciati a intersecarsi a angolo retto.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>F. Sotto il segno della Croce.</em> Eccoci al termine che, per significativa tautologia, potremmo definire “cruciale” in questo lavoro. Salvatore Battaglia, nel suo monumentale Dizionario della lingua italiana, dopo aver icasticamente descritto lo strumento vero e proprio denominato croce, e dichiarato che per antonomasia indica quello “su cui fu inchiodato e patì la morte Gesù Cristo”, dà altre trentanove accezioni, ciascuna corredata di citazioni e frasi idiomatiche non prive di sfumature diverse, interne all’accezione espressa. La croce, dunque, oltre a essere un oggetto preciso, è segno di altre realtà. Sono convinto che con qualche differenza quantitativa, gli stessi significati si ritrovano nei vocabolari delle altre lingue europee. Il dato, da solo, depone a favore delle radici cristiane dell’Europa. Sia detto così, di passaggio, senza  entrare nella diatriba se sia opportuno inserire l’affermazione in un preambolo costituzionale dell’Unione.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho preferito questo incipit e ho considerato più valido derivarlo da un dizionario linguistico, anziché teologico, perché un vocabolario della lingua raccoglie e cataloga il patrimonio esistenziale di un popolo, mettendo allo scoperto per l’appunto, le radici. In tal senso il citato Dizionario costituisce il massimo, per la lingua italiana, che, tutto sommato, si parlava anche a Vallecorsa, quando nacque Maria De Mattias. Ho provato a sostituire il lemma italiano con quello vallecorsano e posso garantire che le locuzioni nella loro variegata interezza funzionano, sono traducibili o hanno già il corrispettivo. Per soddisfare la curiosità dirò che in dialetto il fonema croce suona cròuce.";	testo = testo + " Delle quaranta accezioni mi piace riportare le seguenti, con il numero d’ordine del Battaglia: 2: “Qualsiasi supplizio o tormento fisico”. 3: “Simbolo della fede e della religione cristiana”.  4. “Simbolo mistico del sacrificio della propria vita compiuto da Gesù Cristo per la salvezza degli uomini; simbolo della redenzione cristiana; le sofferenze, i dolori, i sacrifici che Dio manda o permette siano inflitti all’uomo, e che l’uomo, per collaborare alla propria salvezza, deve accettare a imitazione di Gesù”. 5: “Tribolazione, pena assillante, affanno angoscioso (che tormentano l’animo di una persona, che costituiscono un doloroso e costante impedimento  alla sua completa felicità, che gli impongono gravosi sacrifici)”. 14: “Atto del culto cristiano, che consiste nel tracciare un segno in forma di croce con la mano destra”. L’autore specifica che tale segno può esser compiuto da un sacerdote verso le persone o le cose che gli stanno davanti, per benedirle, o dal fedele su se stesso. 15: “Disposizione delle braccia l’una incrociata all’altra ed entrambe strette al petto (in segno di contrizione… in atto di supplica, di umiltà e di preghiera …” ma anche  di “astenersi da ogni attività, per lo più in segno di protesta o di sfida o di disappunto”<font style=\"color: red;\">(2)</font>.</p>";	testo = testo + "<p><b>2. Le parole del tema applicate a Maria De Mattias: humus per le radici</b><br/>";	testo = testo + " Dopo aver attribuito alle parole che esprimono il nostro tema il significato secondo il quale intendiamo usarle, applichiamole alla persona oggetto di indagine, al suo luogo e al suo tempo, per una ulteriore preparazione al catalogo delle radici. In seguito affronteremo l’indagine.";	testo = testo + " Quale il temperamento di Maria De Mattias? Quali le caratteristiche del tempo in generale e nel luogo in cui visse? Quale la religosità imperante nel luogo in quel tempo? Quale la reazione istintiva a tutto ciò, da parte della protagonista sulla base del temperamento che aveva “sortito dalla natura”?";	testo = testo + " I cromosomi che costituirono Maria De Mattias si fusero intorno ai primi di maggio del 1804, tant’è che ella nacque il 4 febbraio dell’anno seguente. Abbiamo la garanzia che il parto rispettò i tempi stabiliti, perché era l’unica possibilità di sopravvivenza. Se la bambina fosse venuta al mondo prematura non sarebbe sopravvissuta. La mortalità infantile era altissima per gli stessi nati nella norma. Se ne ricava un periodo formativo di ventinove anni: tanti ne avrà quando, nel 1833, ella si dichiarava pronta a partire  per la sua missione di maestra, apostola e fondatrice<font style=\"color: red;\">(3)</font>. ";	testo = testo + " Abbiamo ritenuto opportuno che l’epoca delle radici principiasse dal concepimento sia per una questione ontologica: la vita umana comincia da  quell’istante; sia perché oggi un  neonato non viene considerato più come una tabula rasa, su cui la realtà, tramite i sensi, comincia a incidere i tratti che lo definiranno. Oggi si ammette una ereditarietà genetica e un apprendimento che comincia dalla sosta nel grembo materno. Noi non ci attarderemo su tali aspetti, troppo ardui e ancora discussi, ma ci è sembrato opportuno e sufficiente segnalarli, come non privi di rilievo. Giovanni Merlini ci assicura che Dio “donò” a Maria “un cuore sensibile e facile all’impressione della grazia, uno spirito pronto ed energico, una angelica illibatezza”<font style=\"color: red;\">(4)</font>. Come non vedere in tali “doni”, fattori innati, legati ai cromosomi? E come non vedere in lei l’indole portata a interrogarsi su quanto le accadeva attorno, ricercandone il senso, e una caparbietà singolare nel perseguire il fine intravisto<font style=\"color: red;\">(5)</font>?";	testo = testo + " La certificata piena consapevolezza di sé, in Maria De Mattias, nel 1833, ci autorizza a considerare concluso il periodo specifico delle radici almeno in quell’anno. Diciamo “almeno” perché nulla vieta di pensare che fosse pronta prima. Ci riferiamo a un “periodo specifico delle radici”, perché si può  e si deve condividere la tesi secondo la quale il radicamento, nella vita umana, non cessa mai.";	testo = testo + " Dopo il grembo materno, il grembo geografico. Abbiamo descritto Vallecorsa come un luogo chiuso in se stesso. A dire la verità, anche da quel paese si intravedeva l’altrove. C’è una stretta V, formata dall’abbraccio dei monti che declinano in simmetria, a formare una scollatura, proprio al margine inferiore del territorio. Da quella fenditura si vede, oggi come allora, Frosinone; lontana, e alle spalle altri monti, lontanissimi. Era, per gli abitanti del tempo, un autentico spioncino, che dimostrava come il mondo non finisse con la valle; asserendo, e al tempo stesso interdicendo<font style=\"color: red;\">(6)</font>, un luogo diverso.";	testo = testo + " Maria De Mattias varcò quella fenditura, nel periodo delle radici, almeno una volta, quando si recò al santuario di Loreto<font style=\"color: red;\">(7)</font>. Il mondo non era Vallecorsa, che però restava ancora il “suo mondo”, non essendo ipotizzabile l’evasione da esso, per una venuta al mondo che costituisse una seconda nascita. Il pellegrinaggio, una volta compiuto, le comuncò la consapevolezza che dal nascondimento di una casa come quella di Nazaret si poteva salvare il mondo. Probabilmente la cosa valse a riconciliarla con la propria casa di Vallecorsa, una vera gabbia per lei, come vedremo.";	testo = testo + " Riteniamo sia difficile trovare un altro paese dove il concetto di località presenti un significato così rigorosamente univoco. Da Vallecorsa non si vede altro territorio che non appartenga a Vallecorsa! Angusto è un termine adeguato a definirlo, perché tale territorio, oltre a essere  chiuso in se stesso, non è molto esteso, tanto che in ogni epoca ha provocato una forte emigrazione nei paesi circostanti<font style=\"color: red;\">(8)</font>. Anche questa constatazione, a un animo attento e sensibile, era un messaggio liberatorio. Come l’utero, divenuto troppo stretto per l’ospite, esercita su di lui una pressione e lo sospinge  altrove, così la Valle. Una espulsione che ha i connotati di una punizione diventa un venire alla luce, nascere.";	testo = testo + " Frosinone era già troppo complessa per il vallecorsano, non attrezzato a sopravvivere altrove. Appariva cattiva, a Maria. Suo padre  – come vedremo – vi era stato alcuni giorni in galera, sotto l’accusa di contrabbando di tabacco e di connivenza con il brigantaggio! Ne era tornato con la condanna della interdizione dai pubblici impieghi: una sorta di morte civile per un uomo pubblico come lui. Dunque perché cercare altrove  la soluzione, quando essa doveva attuarsi nel profondo dello spirito e, perciò, poteva accadere anche a Vallecorsa? Ne aveva le prove.";	testo = testo + " Nel recinto del suo paese Maria poteva vedere i fianchi delle montagne. Una volta scrivemmo grosso modo così: molti vanno a vedere le piramidi d’Egitto, ma nessuno viene a vedere le montagne di Vallecorsa, fatte di pietra ma rese fertili; ecco, qui c’è più delle piramidi, perché quelle sono mucchi di pietra, messe, sì, in bell’ordine, ma pietre che tali restano, e non producono nulla. Sono sepolcri e basta. Qui c’è una faticosa transustanziazione: ancora oggi montagne di roccia sono in grado di nutrire una numerosa popolazione, grazie a uomini e donne che lavorarono sopra le forze, che vissero in croce la loro vita.";	testo = testo + " Come fu possibile rendere fertili montagne pietrose, ostili, destinate alla sterilità? Come era possibile continuare a mantenerle fertili? Su di esse era colato il sudore di generazioni; era colato e continuava a colare come il sangue di Cristo dalla croce. Solo dalla fatica e dal sudore dipendeva la fertilità degli interstizi delle rocce, del poco terreno che vi era e di quello che vi  fu portato dal fondo della valle, dalle donne, con le canestre sul capo, mentre gli uomini costruivano muri a secco per trattenerlo e contenderlo alle piogge.";	testo = testo + " Per queste ragioni ci piace “radicare” l’inizio della “speranza contro ogni speranza”, proprio nel paesaggio di Vallecorsa. Era esso la prova migliore che la sofferenza può essere feconda; che la croce è strumento di morte, ma al tempo stesso di costruzione. Proprio in quel paesaggio vallecorsano, chiuso in se stesso come una ciotola appena un poco sbeccata da una parte, vi era inciso un messaggio di risurrezione., a patto che lo interpretasse una donna dotata dello spirito che aveva trasformato la “valle di lacrime” in “valle di vita”<font style=\"color: red;\">(9)</font>.";	testo = testo + " Ella poté sperimentare qualche cosa di simile imparando a leggere da sola. Al termine di una fatica tanto più ardua perché solitaria, aprendo un libro a caso e constatando improvvisamente di saper leggere, gridò di gioia: “Oh, ma io so leggere questa pagina”. Si trattava di una preghiera alla Madonna. Dopo tanta fatica una danza di gioia.";	testo = testo + " Reso omaggio ai cromosomi non va taciuta l’ereditarietà storica. Misteriose e incontenibili sono le aspirazioni dello spirito; talvolta anche equivoche. Gli alberi, a primavera, non fioriscono per imitazione, che già sarebbe una manifestazione di coralità. I muri del recinto, le montagne, un cortile, non possono nascondere ai rami, alle siepi, che è ora di fiorire. Il  risveglio investe il mondo nel suo insieme, quando il tempo lo richiede<font style=\"color: red;\">(10)</font>. Nessuno è così fuori dal tempo da non appartenervi e se qualcuno pone ostacoli, non fa che esasperare la richiesta. In nessun’altra epoca le sofferenze furono così vivamente sentite, se è vero che ci si era ribellati con la più clamorosa delle rivoluzioni e il tentativo di fermare il tempo sul vecchio, stava facendo sì che le porte venissero violentemente abbattute, invece che aperte al nuovo.";	testo = testo + " Maria, dopo un iniziale rifiuto, sperimentò tutto questo, ritenendo possibile ciò che altre ragazze rinunciavano a tentare. Risulta indicativa, a questo proposito, quanto ella scrisse al Merlini, che voleva sapere quali scuole avesse frequentato. Maria rispose: “Il mio Genitore non volle mai permettere che le figlie femmine imparassero a scrivere”<font style=\"color: red;\">(11)</font>. Sulla curiosa tautologia (“le figlie femmine”) scomodando Sigmund Freud, si potrebbe scrivere una biografia. Si riteneva fuori contesto. Era forse una figlia “femmina”? No. Ella si sentiva una figlia “maschia”, vale a dire non inferiore nei diritti e nei doveri ai suoi fratelli.</p>";	testo = testo + "<p><b>3. Regesto delle croci locali</b><br/>";	testo = testo + " Ogni chiusura apriva strade diverse, tranne l’insieme delle chiusure. La sua vita sembrava una gabbia di ferro. Ogni sbarra lasciava intravvedere la libertà, ma l’insieme delle sbarre componeva una prigione invalicabile.";	testo = testo + " Crediamo che poche persone abbiano avuto una razione così abbondante di croci come Maria De Mattias. Potremo apprezzare l’affermazione quando ne avremo dato il regesto. Cosa che ci apprestiamo a comporre. Rileggiamo la definizione di croce, secondo il Battaglia: “Tribolazione, pena assillante, affanno angoscioso (che tormentano l’animo di una persona, che costituiscono un doloroso e costante impedimento alla sua completa felicità, che gli impongono gravosi sacrifici)”. È la descrizione dell’esistenza di Maria De Mattias adolescente. Ella ci dice che avrebbe desiderato andarsi a rinchiudere in qualche monastero, scomparendo dal mondo. Ecco una croce che non era radice, ma emblema mortifero.";	testo = testo + " Quando ella cominciò a rendersi conto d’essere al mondo, le si presentarono le croci dei suoi fratellini. Abbiamo già fatto un fugace accenno alla mortalità infantile. Suo padre si era sposato due volte  e aveva due famiglie<font style=\"color: red;\">(12)</font>. La mortalità  fu del cinquanta per cento nel primo matrimonio<font style=\"color: red;\">(13)</font> e di oltre il sessanta per cento nel secondo<font style=\"color: red;\">(14)</font>. La migliore percentuale nel primo si deve però alla scarsa attendibilità del dato: un sopravvissuto su due, mentre nel secondo fu di quattro sopravvissuti su undici (o forse addirittura su dodici<font style=\"color: red;\">(15)</font>!). Certamente in famiglia si parlava molto di quei morticini e Maria fu indotta a pensare che ella stesse per divenire una croce nel campo sterminato dei nati per morire<font style=\"color: red;\">(16)</font>.";	testo = testo + " Aveva cinque anni quando morì anche il fratellastro, Alessandro, lasciando due figli e una giovanissima vedova, la romana Giustina Cimino.";	testo = testo + " Veniamo ai due matrimoni di Giovanni, già ricordati, perché furono anch’essi causa di croci. Il padre di Maria aveva un fratello maggiore, Giuseppe, al quale sarebbe toccato continuare il casato, ma il comun genitore (il nonno di Maria) aveva preferito assegnare l’incombenza al più piccolo, giudicandolo più assennato. All’età di sedici anni lo aveva dato in sposo a Maria Rosaria de’ Vecchis<font style=\"color: red;\">(17)</font>, ereditiera di una ricca famiglia in estinzione, in cambio del doppio cognome per i figli che sarebbero nati: De Mattias-de’ Vecchis<font style=\"color: red;\">(18)</font>. Con il secondo parto, Maria Rosaria era morta e dopo breve tempo il giovanissimo vedovo era passato a seconde nozze con Ottavia De Angelis, nativa di Ferentino, dalla quale, ottava o nona, era  nata Maria De Mattias.";	testo = testo + " Giuseppe De Mattias, fratello maggiore di Giovanni, era stato destinato al sacerdozio e, divenuto prete per volontà paterna, non solo non si era dedicò alla grandezza del proprio casato, come avrebbe dovuto secondo l;a deontologia dell’epoca, ma ne desiderava la rovina. Per riuscire nell’intento si era installato in seno alla prima famiglia di suo  fratello, muovendo una lite giudiziaria alla seconda, tenacissima, interminabile. Avendo cancellato  quel ramo del casato, lo ignorerà fin sul letto di morte<font style=\"color: red;\">(19)</font>.";	testo = testo + " Un’altra croce per Maria fu sua madre. Ottavia De Angelis era nata a Ferentino, cittadina dotata di vita culturale. Suo fratello sacerdote, don Fedele, coltivava la gioventù studentesca. La stessa Ottavia era stata educata dal fratello, che l’aveva poi posta quale educanda presso la scuola di Anticoli, fondata dalle sorelle Faioli<font style=\"color: red;\">(20)</font>. Era uscita dall’educandato per sposare Giovanni De Mattias, vedovo non ancora ventenne, con un figlio a carico. Non sappiamo per quali vie fu combinato quel matrimonio, che non poté piacere alla sposa: non fosse altro che per dover essere moglie di un vedovo, per quanto giovanissimo e per il passaggio da Ferentino a Vallecorsa, paese di frontiera piuttosto rozzo. Si aggiungano le prime sette maternità finite nella tomba. Si aggiunga, soprattutto, che nel 1799 gli fu ucciso l’amatissimo fratello don Fedele, che si era ribellato ai francesi e alla Giacobina Repubblica. Glielo avevano fucilato a Roma, in  Piazza del Popolo, dopo un processo farsa e ucciso una seconda volta moralmente mediante una campagna diffamatoria tesa a giustificare l’enorme scalpore provocato dalla esecuzione capitale<font style=\"color: red;\">(21)</font>.";	testo = testo + " Non si fatica a credere che Ottavia fosse proprio come ci viene descritta da qualche testimonianza, donna inaridita dal dolore, priva di entusiasmo, incapace di slanci amorosi. Fu una croce per la figlia tanto bisognosa d’affetto<font style=\"color: red;\">(22)</font>.";	testo = testo + " Non andavano meglio  le cose sul fronte paterno. Prima di tutto occorrerebbe farsi un’idea dei De Matthias, e poi di Giovanni. Il casato era dominato dalla volontà di potenza, come si è intravisto e il compito era sentito come una vocazione sacra. Il cognome era Di Mattia, trasformato in De Matthias, per accreditare una nobiltà piuttosto ipotetica. La famiglia era venuta su applicando con rigore il maggiorasco. Un solo rampollo si sposava e amministrava il patrimonio, mentre gli altri, ciascuno al proprio destino, ad maiorem Familiae gloriam. Chi dovesse fare una cosa e chi un’altra, era decisione del padre padrone. L’istituzione, parlando in generale, non aveva mai dato grossi problemi, proprio perché considerata una missione. Da qualche tempo i figli maschi si piegavano sempre meno alle consuetudini, invocando il diritto naturale a metter su famiglia, disponendo della loro parte di eredità.";	testo = testo + " Maria ebbe sempre un grande affetto verso il padre, ma proprio per questa ragione soffriva per le disavventure di lui con il fratello (lo zio prete), con i figli, con il pronipote Michel’Angelo, con le autorità  governative… Esamineremo in seguito il rapporto di Maria con il padre sotto la luce di un’altra ipotesi.";	testo = testo + " Croce erano i tempi, caratterizzati da  una violenza atroce. Imperava il brigantaggio<font style=\"color: red;\">(23)</font>. A nove anni le era toccato di assistere a un eccidio dentro la chiesa di San Martino<font style=\"color: red;\">(24)</font>. Ogni giorno si parlava di delitti, con dovizia di particolari. Ogni giorno si parlava di briganti giustiziati con rituali che erano peggiori dei delitti. Bastavano le parole a suscitare  orrore: squarto dei cadaveri, affissione delle teste e degli arti… Traumatizzata da questi racconti molto probabilmente Maria criminalizzò episodi della sua infanzia e adolescenza che, in tempi normali, si sarebbero potuti leggere anche in modo più sereno<font style=\"color: red;\">(25)</font>. Ella concepì un autentico orrore per l’uomo estraneo alla cerchia familiare, come si è visto a proposito del pellerginaggio a Loreto.";	testo = testo + " Vallecorsa era nell’occhio del ciclone. In una classifica dei paesi più violenti si piazzava al secondo posto, dopo Sonnino. All’interno di Vallecorsa la famiglia De Mattias risultava tra le più bersagliate, proprio per quel ruolo rampante che sembravano preferire i suoi membri. Non avevano nascosto, a Maria, che ella stessa sarebbe potuta finire nelle grinfie dei briganti, per punire il padre<font style=\"color: red;\">(26)</font>. Perciò – le raccomandavano di continuo – occorreva che stesse attenta: era pericoloso perfino affacciarsi alla finestra. E così, mentre il paese guardava il mondo da una fessura del crinale delle montagne, Maria guardava il suo paese da una fessura degli scuri delle finestre, sempre chiuse.";	testo = testo + " Croce fu l’educazione che le venne impartita, dominata dal senso di colpa; dalla onnipotenza del peccato, dall’inferno. Cosa tanto più assurda in quanto a Vallecorsa sembrava rimosso ogni peccato, visto che infrangere la legge di Dio era la norma. Perché da lei si chiedeva un comportamento eroico? E chi glielo chiedeva? Non era per caso lei a esigerlo da se stessa, ingigantendo ogni minuzia fino a temere l’inferno, in caso di morte improvvisa, con quel peso sulla coscienza? La croce dello scrupolo fu pesantissima.";	testo = testo + " Croce fu la condizione finanziaria. Giovanni De Mattias era il maggior proprietario terriero di Vallecorsa e un allevatore di bestiame mediante i garzoni o le soccide. Il brigantaggio imperante impediva le coltivazioni e precludeva i pascoli al bestiame. In questo contesto, si rendeva necessaria una sorta di convivenza e la ricerca di risorse alternative. Fu così che ebbe una ispezione  domiciliare per esercizio del contrabbando di tabacco e – imputazione ancor più grave – l’accusa di connivenza con il brigante Pasquale Di Girolamo.";	testo = testo + " Le nuove vertenze processuali si aggiunsero a quelle con il fratello; esborso di denaro a pioggia, senza alcun vantaggio. La disputa con il fratello andava di male in peggio e per le imputazioni di connivenza sperimentò il carcere a Frosinone e tornò a casa con l’interdizione dai pubblici uffici. Una catastrofe. Non restava che indirizzare suppliche a destra e a manca, versando lacrime che erano reali sopra l’inchiostro.";	testo = testo + " Il quadro desolante della famiglia De Mattias è tracciato da una lettera di Giovanni al vescovo di Gaeta<font style=\"color: red;\">(27)</font>, chiedendo di rabbonire il fratello. In essa scrive, tra l’altro, che la figlia Maria si trovava presso le maestre di Vallecorsa , “perché così chiamata da Fanciulla allo stato Monacale”.</p>";	testo = testo + "<p><b>4. Da disgrazie a croci in senso cristiano, grazie alle radici universali</b><br/>";	testo = testo + " La serie di eventi, per i quali Maria De Mattias dovette familiarizzare con la realtà che nel linguaggio corrente (proprio per questo proveniente dal profondo) chiamiamo croce, pone il problema della radice del segno. Nel compilare l’elenco delle doleanses abbiamo usato il termine croce nelle sue accezioni negative di supplizio, tormento fisico, tribolazione, pena assillante, affanno angoscioso che tormenta l’animo, che costituisce un doloroso e costante impedimento alla felicità. Non è in tal senso che il termine croce viene utilizzato nel titolo di questo lavoro.";	testo = testo + " L’essenza della radice è di nutrire l’albero, non di seccarlo. Le croci dell’elenco sembrano piuttosto orientate a spegnere la vita, a inaridirla. Abbiamo già detto che per Maria non fu così già a partire dalla propria indole volitiva, reattiva. Fu ammaestrata da ciò che vedevano i suoi occhi: il paesaggio della sua valle radicalmente trasformata dalla fatica, e ora minacciante rovina in conseguenza del peccato dell’uomo, visto che il brigantaggio paralizzava il lavoro.";	testo = testo + " Vi furono, però, ben altri fattori, oltre gli elementi antropologici, a determinare la consapevolezza piena della croce come veicolo di redenzione. Al primo posto c’era la cultura. Abbiamo sentito dire da Maria che il padre non volle mai che le femmine andassero a scuola, o imparassero a leggere e a scrivere in altro modo. Questo non significa che non possedessero una cultura religiosa, che era anzi intensa e fondata sulla Bibbia.";	testo = testo + " Tutte le storie della Bibbia erano impastate di dolore, ma conducevano alla liberazione, se gli uomini ne traevano profitto: il diluvio, la vicenda di Giuseppe venduto dai fratelli, Ester, Gesù… La Bibbia fu una radice importante, per Maria. Anche se non vedeva la parentela con le proprie storie, destinate – così le sembrava – a restare percorsi di dolore, senza sbocchi, erano le uniche che segnavano una prospettiva, offrivano sbocchi alla speranza.";	testo = testo + " Per un cristiano il solo fatto di definire un evento negativo con il termine croce implica un sovvertimento della materia bruta, giacché è inevitabile pensare che si è applicato il simbolo della fede e della religione annunciata e dimostrata da Cristo. È impossibile separare la croce da Cristo e escludere del tutto che essa è il simbolo del sacrificio della propria vita compiuto per la salvezza degli uomini; simbolo della redenzione cristiana, la quale esige l’interpretazione delle sofferenze, dei dolori, dei sacrifici che Dio manda o permette, come una opportunità per collaborare alla propria e altrui salvezza, a imitazione di Gesù stesso. Abbiamo già evidenziato che Maria era accompagnata a compiere tale interpretazione ottimistica dal paesaggio vallecorsano, nel quale una fatica immane di generazioni passate aveva reso abitabile il sito ostile; una modesta fenditura del giro dei monti, che lasciava intravedere Frosinone, aveva attestato che l’umanità non era soltanto quella che abitava dentro la Valle.";	testo = testo + " Alla luce di tutto ciò si può affermare che l’identificazione fu originaria, perché a Vallecorsa la fede era radicatissima e determinava una identità cristiana ontologica, anche se vissuta con caratteristiche contraddittorie. Alcune note del Cristianesimo facevano parte di un modo di essere esclusivo, che entrava nel linguaggio. Dire cristiano, nel linguaggio corrente, era lo stesso che dire un essere umano. Anche di un ebreo, di un un saraceno, si diceva: “Quel povero cristiano…”. Dolore, disgrazia, si identificavano con croce. O era croce, o era disperazione; a Vallecorsa soprattutto e in quel periodo soprattutto. Queste certezze appartenevano alle radici universali e condizionavano aprioristicamente la lettura della realtà dell’hortus conclusus vallecorsano.";	testo = testo + " Precoce fu anche il contatto con la grazia e la santità. Nei primi anni della sua infanzia si svolse a Anagni il processo diocesano per la beatificazione di Claudia De Angelis, che da religiosa aveva assunto il nome di Claudia della Croce<font style=\"color: red;\">(28)</font>. Il processo era stato promosso dall’ordine cistercense, ma lo aveva indetto nel 1807 monsignor Gioacchino Tosi. In quegli anni, in casa De Mattias, non si parlava che di quella “gloria familiare”. Maria e Vincenza crebbero con quel mito, continuamente proposto.";	testo = testo + " Maria ebbe una intensa educazione religiosa. L’ebbe anche sotto una luce rigoristica e tutto lascia credere che artefice principale fosse il padre: Giovanni era uomo che ben conosceva la sofferenza.";	testo = testo + " Maria De Mattias ebbe sempre un buon concetto del padre; non altrettanto della madre, sulla quale mantenne un eloquente silenzio, lasciando parlare il Merlini. Però noi dobbiamo interpretare il comportamento di Giovanni con estremo realismo, alla luce della sua condotta verso i figli e la stessa Maria. Destinò a continuare il casato il figlio Michele, che si sarebbe fatto volentieri sacerdote, e avviò al sacerdozio Antonio, che non volle mai accettare la volontà paterna. Candidò al monastero Maria quando ritenne che non gli servisse più. Non volle acconsentire alla vocazione quando la ritenne più utile in casa, come bastone della vecchiaia, essendo morta l’altra figlia e la moglie.";	testo = testo + " Il favore con il quale è stato sempre giudicato Giovanni si deve al suo comportamento nei confronti della figlia durante l’infanzia e adolescenza: la prendeva sulle ginocchia e le raccontava la storia sacra. Anche la sera, dopo che ella si era coricata, egli aspettava che si addormentasse, perché la sapeva timorosa del buio. Era anzi la bambina stessa a chiedere al padre di trattenersi fino a che non avesse preso sonno e il padre le raccontava le storie sacre. Nessuno si è mai chiesto se non fosse, per caso, una sorta di indottrinamento, per avviare la giovane a una sistemazione prestabilita. Questa interpretazione non l’abbiamo proposta mai, pur avendone da sempre il sospetto. Nel quadro della scientificità che un convegno come questo deve avere, non si può tacere una ipotesi, che ha tutte le caratteristiche della probabilità, alla luce delle altre informazioni.";	testo = testo + " Non intendiamo demonizzare il buon padre di Maria De Mattias, perché la onorabilità dell’uomo non è in discussione. Se lo vogliamo giudicare, dobbiamo farlo con i parametri del tempo. Era parte dei doveri del padre assicurare la sistemazione dei figli. Una volta decisa la strada per il figlio, faceva parte dei doveri del genitore disporlo a quella scelta.  Dopo di che ogni genitore aveva il diritto di vedere ciascuno dei figli accettare con entusiasmo l’opzione che egli aveva studiato per lui. Questo aspetto non lo ha compreso del tutto neppure Alessandro Manzoni, nella ricostruzione della vocazione della Monaca di Monza. A chi teme di veder infranta la reputazione di un personaggio positivo, diremo che il suo contemporaneo dottor Gioacchino De Sanctis faceva assai peggio con i propri figli e figlie<font style=\"color: red;\">(29)</font>, eppure è additato dall’ Enciclopedia Cattolica come l’antesignano dei medici santi<font style=\"color: red;\">(30)</font>. È chiaro che qui non si intende approvare il metodo, ma solo dire che le cose funzionavano a quel modo, senza porre problemi di liceità. Le tensioni familiari derivanti da tale costume legalizzato saranno un fomite non secondario dei disordini politici dell’Ottocento. Il peccato divenne il suo grande incubo. “Sto in peccato mortale? (…). Mi salverò? Oh, che travaglio<font style=\"color: red;\">(31)</font>!”.";	testo = testo + " Maria ebbe assidua esperienza delle croci, al punto che potremmo immaginare l’animo suo, la sua visione del mondo, come un cimitero militare, una distesa di croci tutte in fila, a perdita d’occhio. O forse qualcosa di peggio, giacché quei cimiteri, con la loro esasperata disposizione simmetrica, hanno qualcosa di gradevole, mentre la simmetria nell’animo di Maria fu assente per molti anni, assomigliando piuttosto al caos.";	testo = testo + " La natura del tema ci impedisce di attardarci su ogni singolo evento. Sarebbe come parlare di ogni soldato sepolto sotto una croce dell’ipotetico cimitero di guerra. Qui non si è potuto fare che un regesto delle croci, con il nome che individua e distingue ciascuna croce dalle altre. Lo stesso faremo con le radici universali, che permisero la mutazione delle disgrazie in croci.";	testo = testo + " Le radici universali non avevano bisogno della fenditura nei monti, né di un viaggio esterno per approdare a Vallecorsa, pur essendo – come già abbiamo evidenziato – occasioni provvidenziali. Il Cristianesimo vi era giunto precocemente, poiché il territorio era posto tra le grandi vie Appia e Casilina. Le chiese più antiche del paese erano state dedicate a San Simeone, a San Giovanni, a San Martino, a San Michele e alla Vergine Maria sotto vari titoli: Annunziata, degli Angeli, del Carmine. Solo più tardi comparvero Sant’Antonio Abate, San Rocco…";	testo = testo + " Di tutte le devozioni attestate dai santi citati, la più universale e la più sentita da Maria fu quella verso la Madonna: devozione legata per fattori storici non a una chiesa e a un santuario, ma a un quadro domestico: la divina maternità. Da quella icona, dipinta da un suo antenato e portata a Vallecorsa in dote dalla madre, Maria si rivolse con l’invocazione: “Maria Santissiima, datemi lume”. Sentì dirsi: “Non temere, io ti aiuterò”<font style=\"color: red;\">(32)</font>. Non meraviglia che quella immagine prendesse agli occhi della discepola un atteggiamento doloroso: quello che vedeva in sua madre, ma aperto alla speranza. La devozione preferita di Maria fu verso l’Addolorata<font style=\"color: red;\">(33)</font>.";	testo = testo + " Le devozioni, e gli altri capisaldi della vita cristiana, erano interpretate a Vallecorsa secondo modalità tipiche, utilitaristiche: con spirito apotropaico o propiziatorio, più che come sequela di Cristo. Furono inficiate da comportamenti aberranti. In epoca di brigantaggio i malviventi sulla montagna, recitavano il rosario; ostentavano immagini religiose sull’abbigliamento (per esempio sul cappello); non mancavano di contribuire  ai festeggiamenti del santo patrono<font style=\"color: red;\">(34)</font>; indossavano l’abitino della devozione preferita;  per propiziarsi l’aiuto divino nel programmare delitti promettevano donativi al simulacro del santo, in caso di successo. Tuttavia  un fatto restava indubitabile: la certezza della vita eterna, cioè la vita dopo la morte, dopo la croce.";	testo = testo + " Tutto ciò è compendiato dal segno della Croce, che i cristiani tracciavano con grande frequenza su se stessi. Era una radice importante e universale. La sua potenza significante è rafforzata dall’anacoluto. “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Chi, che cosa, nel nome del Padre? Non è detto, ma il cristiano sa che è sottintenso  tutto. È come se uno dicesse: “Io sono, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e lo sono “nel segno di questa Croce”. Per comprendere il senso dell’anacoluto bisognerebbe immaginare una goccia d’acqua che, in procinto di cadere  nel mare per perdervisi, dicesse: “Nel mare”.";	testo = testo + " Quel gesto non era tipico di Vallecorsa, ma di ogni luogo e popolo della cristianità. Era una radice universale e perciò presente anche a Vallecorsa, con modalità e locuzioni proprie.";	testo = testo + " Ho eseguito una accurata indagine per accertare se vi fossero, a Vallecorsa, o vi fossero state in tempi remoti, funzioni dedicate al crocifisso, capaci di far lievitare la croce, trasformandola in strumento di salvezza. Quando un oggetto è festeggiato, esso si trasfigura. Se un popolo canta Evviva la croce esprime un senso salvifico mentre evoca uno strumento di dolore e di morte.";	testo = testo + " A parte l’abitudine al segno della croce non ho trovato altro che due pregevoli crocifissi, oggetti d’arte, provenienti dai secoli passati<font style=\"color: red;\">(35)</font>, ricchi di suggestione, ma spogli di qualsiasi devozione popolare. Sembra proprio di dover concludere che la croce era connaturata con la vita, a Vallecorsa, e così pure dall’esperienza scaturiva la risurrezione.";	testo = testo + " Unico elemento di natura figurativa che potrebbe aver avuto una qualche importanza, e che comunque va citato, è l’antico legame della famiglia De Mattias con i Francescani del locale convento, dove fu per qualche tempo San Leonardo da Porto Maurizio, il quale mobilitò la popolazione a erigere la monumentale Via Crucis nello spazio antistante il Convento. Si può anche ricordare che lo stemma dei Francescani, che campeggiava sull’ingresso del Convento, è costituito – appunto  – dalle braccia incrociate: uno di Cristo e l’altro di Francesco., entrambe forate dal chiodo.";	testo = testo + " I semi delle radici universali che portavano a trasformare i dolori in croci, o che trasformavano le croci in croce totalizzante che incarnava ogni sofferenza, giunsero a Maria, con certezza, attraverso i racconti della Bibbia, dalle prediche in chiesa e, probabilmente, anche da qualche commento politico che deve essere considerato inevitabile anche a Vallecorsa, in quegli anni di forti rivolgimenti epocali ";	testo = testo + " Dalle storie della Bibbia, che il padre le aveva narrato fin dalla fanciullezza, emergeva sempre un senso positivo della sofferenza e un intento redentivo della croce. Ella aveva sentito ripetere quelle storie anche in chiesa, dai predicatori del quaresimale. Il Comune aveva l’obbligo di procurare ogni anno un predicatore per la quaresima e la spesa figurava regolarmente nel bilancio pubblico. Era un appuntamento importante, molto atteso dalla popolazione: le prediche erano anche spettacolo e il pedicatore  doveva avere doti istrioniche, per incontrare il favore del popolo.";	testo = testo + " Ci è stata tramandata una domanda della ragazza al padre, intorno all’Agnello di Dio. Non vi è dubbio che Maria si sentisse molto simile a un agnello. Era un prodotto dei più tipici del suo paese. Una buona parte della popolazione viveva di pastorizia. Animali inermi, gli agnelli, allevati per essere sgozzati prematuramente. Dal padre seppe che Gesù si era voluto assomigliare all’agnello perché con il proprio sangue, versato sulla croce, aveva fondato un nuovo popolo, come l’antico  popolo eletto era stato liberato dal sangue degli agnelli immolati in Egitto e riunito dal sangue del sacrificio ai piedi del Sinai.";	testo = testo + " Oltre al quaresimale vi erano poi le missioni popolari: predicazioni ancor più dirompenti. Per questo genere di prediche a Vallecorsa erano di casa i Signori della Missione e i Francescani. Nel marzo del 1822, quando Maria aveva diciassette anni, vi arrivarono anche i Missionari del Preziosissimo Sangue, capeggiati da Gaspare del Bufalo, con un mandato speciale per la soluzione del problema del brigantaggio. Don Gaspare sprizzava ottimismo e viveva come in procinto di assistere alla conversione del mondo. La leggenda, sorta poi attorno a questa missione in rapporto a Maria De Mattias, fissa nella croce il momento topico. Scrive Merlini: “Maria contava diciassette anni (…) quando giunse a Vallecorsa il Venerabile Gaspare del Bufalo portandovi la Santa Missione (…). Salito il Venerabile in palco sembrò a Maria che a lei dirigesse uno sguardo penetrante additandole il Crocifisso, che aveva in mano, il che le produsse un affetto più ardente  verso Gesù, e soleva poi dire che, al ricordare quell’atto, le si riproduceva l’istesso sentimento in quella prima volta provato”<font style=\"color: red;\">(36)</font>.";	testo = testo + " La missione data da Gaspare del Bufalo (ma bisogna ricordare che il santo, in quei giorni, aveva compagni di prim’ordine: tanto per fare une sempio, c’era don Biagio Valentini) assunse un significato particolare: prima di tutto perché Maria aveva ormai diciassette anni  e poi per la fondazione di una casa di missione in paese: evento ancor più importante della missione stessa, perché ne costituì il prolungamento e diede occasione all’incontro della vita con don Giovanni Merlini.";	testo = testo + " Proprio il Merlini ci dice che Maria “al vedere lo zelo” di Gaspare del Bufalo, sentì un vivo desiderio di fare altrettanto<font style=\"color: red;\">(37)</font>. Non le parole, ma lo spettacolo di un impegno totale completò la scoperta della croce come risorsa: e  del resto, Cristo, che pure parlò molto, quando qualcuno mostrava interesse ulteriore alla sequela, diceva: “Vieni e vedi”. A tutti diede appuntamento ai piedi della croce, quando disse: “Allorché sarò innalzato da terra attirerò tutti a me”. E il centurione lo riconobbe figlio di Dio “vedendolo morire”.";	testo = testo + " Lo stimolo suscitato dalla missione di Gaspare del Bufalo e compagni si sarebbe affievolito ben presto se  non fosse sorta a Vallecoorsa una casa per la stabile dimora dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Nel 1824 vi giunse don Giovanni Merlini e nacque un sodalizio tra i due nel quale la croce ebbe un ruolo fondamentale. Maria aveva un’indole focosa, caotica, che era necessario mettere in ordine senza reprimere.  Abbandonata a se stessa, le croci se le sarebbe andata a cercare da sé.</p>";	testo = testo + "<p><b>Conclusione</b><br/>";	testo = testo + "Ci eravamo proposto di mettere allo scoperto le radici della spiritualità di Maria De Mattias per dimostrare che esse furono “nel segno della croce”. Si dimostravga che le radici universali erano importanti più di quelle locali, perché modificavano una realtà locale, insegnando a leggerla nelle sua aperture idonee allo sviluppo successivo. Fu, per Maria, una conferma della energia che promana dalla croce se essa viene riconosciuta come radice.";	testo = testo + " È bene affermare in conclusione che il cristiano ha il dovere di debellare la sofferenza fisica e morale, per gli altri e per sé, pur nella consapevolezza che essa resta sicuramente ineliminabile. La dichiarazione ci pare necessaria  per impedire l’equicovo, nel quale si potrebbe cadere, al termine di una esposizione che ha mirato a esaltare la croce e a decantare i meravigliosi effetti che essa produsse nella vita di Maria De Mattias.";	testo = testo + " La redenzione operata da Cristo consiste propriamente nella dimostrazione che perfino la sofferenza è un valore. Equivale alla certezza che tutta la vita umana, proprio tutta, ha un senso. L’impegno a debellare la sofferenza non corrisponderà mai a levare di mezzo una sorgente di disvalore, bensì a rimuovere un aspetto del vivere nel quale la consapevolezza del valore diventa troppo oneroso (ma proprio per questo, ove si riesca) il valore splende maggiormente.";	testo = testo + " Un’altra affermazione è che ogni epoca ha una propria soglia di sopportazione, oltre la quale si arrende. Nella nostra epoca questa soglia è bassissima, perché viviamo sotto il soffice bombardamento pubblicitario, che ci prospetta una vita di solo godimento; quando è bello avere il mal di testa per godere della magia di farlo sparire con una semplice pillola. Questo è il sogno. Se poi accade che la pillola non  funziona, tutta la vita va in crisi.";	testo = testo + " Con questa conferenza si voleva dimostrare che la vita di Maria De Mattias fu molto travagliata: senza dubbio molto fuori delle righe che allora potevano essere considerate “nella norma”. La fascia della sofferenza ritenuta normale, si badi bene, era a quell’epoca assai più ampia dell’attuale. La convinzione che il mondo fosse una “valle di lacrime” era molto più condivisa di quanto non lo sia oggi, ammesso che vi sia ancora qualcuno che tolleri un tale linguaggio.";	testo = testo + " Mi sia permesso di concludere con la citazione di un mio testo poetico, il cui assunto ebbe valore per Maria De Mattias, e credo possa averlo per tutti:</p>";		testo = testo + "<p><em><center>“Vivere è ritrovarsi a braccia aperte<br/>";	testo = testo + "ognuno un altro come Cristo.<br/>";	testo = testo + "Perché l’uomo ha la forma della croce<br/>";	testo = testo + "se apre le braccia su se stesso<br/>";	testo = testo + "per accettarsi tutto“<font style=\"color: red;\">(38)</font></center></em></p>";		testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>(Testo di Michele Colagiovanni)</em><br /><hr><h3>NOTE</h3>";		testo = testo + "<p>Questa conferenza, tenuta all'Università Lateranense, è precedente all'edizione dell'Epistolario di Maria De Mattias in cinque volumi (Roma - 2005). Pertanto i riferimenti alle lettere si riferiscono all'edizione precedente.</p>";	testo = testo + "<p>1) Le stagioni hanno grande importanza. È noto che gli scienziati ricostruiscono l’evoluzione metereologica nei secoli in un dato luogo esaminando lo spessore del crescimonio, documentato dai cerchi concentrici di un tronco segato o carotato.</p>";	testo = testo + "<p>2) Il termine croce avrà, nel corso del lavoro, tutte le accezioni selezionate qui e non mancheremo di farlo notare. L’atteggiamento delle braccia conserte che il Battaglia interpreta a doppio taglio, per esempio, furono tipiche della svolta in Maria. Dalla fuga tra le sepolte vive alla rivoltà contro gli impedimenti.</p>";	testo = testo + "<p>3) Questi tre elementi sono presenti in modo implicito nella prima lettera del suo Epistolario, quando al vescovo di Ferentino, il 6 ottobre 1833, si definisce “maestra celibe e di abilità”; e in modo esplicito nella seconda, allo stesso, in data 12 ottobre 1833, dicendosi pronta a “servire Iddio, ove Esso vuole” e comunicandogli che di quel servizio di Dio faceva parte la fondazione di un nuovo istituto “sotto il titolo del Preziosissimi Sangue”. A tale proposito dimostrava di avere già idee riguardo al vestiario, allo stile di vita, all’attività: il tutto pensato in grande.</p>";	testo = testo + "<p>4) GIOVANNI MERLINI, Lettere a Maria De Mattias, Ed. Sanguis, Roma 1974, p. 683.</p>";	testo = testo + "<p>5) Merlini ci assicura che Maria era docile con chi si mostrava con lei mite, forte con chi si poneva con atteggiamento repressivo. Ivi,</p>";	testo = testo + "<p>6) Approdare a Frosinone era il primo gradino della scalata sociale. Per quanto modesta città, essa era sede della delegazione. Vi risiedeva il potere amministrativo e giudiziario. Si poteva evitare quel passaggio, puntando direttamente su Roma, come stavano facendo i de’ Rossi, amici (al tempo di Giovanni) e rivali (soprattutto nei confronti di Antonio) De Mattias. Sui de’ Rossi cfr Michele Colagiovanni, Pasquale de’ Rossi un liberale nella Repubblica Romana del ’49, Il Calamo Editore, Roma 2002; Id,</p>";	testo = testo + "<p>7) Maria De Mattias stava per rinunziare al pellegrinaggio quando si accorse che avrebbe dovuto compiere il viaggio in carrozza con alcuni uomini. Era chiaramente una radice locale. Dire uomo, a Vallecorsa, in quel periodo, sigfnificava dire brigante.</p>";	testo = testo + "<p>8) Ciò è tanto vero che nei paesi vicini il termine vallecorsano ha perduto il riferimento al paese, ma sta a indicare qualunque abitante della campagna; furono, infatti, i vallecorsani espatriati a fissare la loro dimora fuori dei paesi nei quali si trasferirono. Colonie particolarmente numerose si formarono a Terracina, Sonnino, Maenza e Prossedi.</p>";	testo = testo + "<p>9) Maria De Mattias offrirà buone prove di questo suo legame con la laboriosità vallecorsana. Durante la costruzione della Casa di Missione a Vallecorsa portava pietre superiori alle sue forze. Durante tutta la vita lavorerà con fretta e alacrità, suscitando apprensione nel Merlini, che la esortava ripetutamente a moderare gli sforzi, a cambiarsi la maglia dopo le sudate, eccetera.</p>";	testo = testo + "<p>10) L’angustia del territorio di Vallecorsa portò i vallecorsani a superare in massa i confini della loro valle.</p>";	testo = testo + "<p>11) Sul brigantaggio di cui qui si parla la bibliografia non è molto ampia.</p>";	testo = testo + "<p>12) In prime nozze sposò Rosaria de’ Vecchis, il 5 maggio 1788. Il matrimonio fu combinato per salvare un casato in estinzione. Giovanni, sedicenne, accettò di sposare Rosaria con il patto di dare ai figli il doppio cognome: De Mattias-de’ Vecchis [in realtà Mattia de’ Vecchis].</p>";	testo = testo + "<p>13) Rosaria de’ Vecchis diede a Giovanni De Mattias due figli, prima di lasciarlo vedovo nel 1790, per i postumi del secondo parto: Alessandro (24.2.1789); Francesco Antonio (28.10.1790). Maria Rosaria morì il 23 dicembre 1790 e il figlio Francesco Antonio  la seguì cinque mesi dopo, il 21.3.1791.</p>";	testo = testo + "<p>14) Ecco la successione dei figli del secondo matrimonio di Giovanni De Mattias: Vincenza (1794); Carlo Luigi (23.1.1796); Antonia Lucia (28.5.1797); Fedele (17.2.1800); Maria Carolina (15.5.1801); Carlo Vincenzo (4.9.1802); Ottavio (19.12.1803); Maria Mectilde (4.2.1805); Michele (1808); Antonio 1810).</p>";	testo = testo + "<p>15) Ho il fondato sospetto che i figli siano stati in realtà dodici. Ricavo il sospetto da due dati: il nome di Ottavio dato al settimo figlio quando in genere si attribuiva all’ottavo. Ora, nel caso nostro, è vero che vi poté essere l’intenzione di rinnovare al maschile il nome della madre, ma perché non era stato fatto prima e perché non si attese il parto successivo, visto che non vi era da dubitare di altre maternità? A rinforzare il sospetto vi è la mancanza di documentazione riguardo al matrimonio dei coniugi De Mattias e al battesimo della primogenita Vincenza, evidentemente avvenuti altrove (salvo nuove scoperte, ma l’ipotesi vale allo stato attuale delle ricerche). Come si sarebbero perdute le tracce di costei, se non fosse sopravvissuta, così poté accadere dell’ipotetico fratellino, il quale, essendo morto appena nato, non ha lasciato traccia nei registri.</p>";	testo = testo + "<p>16) Fu quando ebbe le prime mestruazioni, delle quali nessuno le aveva parlato. Le scambiò per una grave malattia.</p>";	testo = testo + "<p>17) Ecco la famiglia de’ Vecchis a partire dal 1767: Ludovico (29.2.1690 -26.12.1768) figlio di Giacinto, nato in parrocchia di Santa Maria; don Giuseppe suo fratello, nato in parrocchia di San Martino (1696-31.12.1779); Ermenegildo Rocco (14.4.1722-12.2.1802) figlio di Ludovico; Don Domenico Antonio (24.12.1724-6.6.1784) di Ludovico;  Sinforosa, sorella dei precedenti (11.10.1727-?); Lucia Gajoni (5.3. 1721-24.9.1773), figlia di Arcangelo, moglie di Rocco; Andrea (20.2. 1744-31.2.1806) chierico figlio di Rocco e Lucia;  Maddalena (23.7. 1749-??) sposa del dottor Cimaroli; Gioconda (23.1.1752-1.1.1835); Michelina, altra figlia (16.1.1755-1.3.1839): Luigi altro figlio (20.6.1757-25.8.1785); Maria Rosaria (14.11.1759-23. 12.1790).</p>";	testo = testo + "<p>18) In realtà il cognome, all’epoca, era Mattia o di Mattia e perciò si trova nei registri anagrafici Mattia-de’ Vecchis, o di Mattia-de’ Vecchis, con altre varianti.</p>";	testo = testo + "<p>19) Ho accennato alla vicenda di don Giuseppe De Mattias in varie mie pubblicazioni, specialmente in Maria De Mattias & gli anni di Vallecorsa…, pp. 21, 24-25, 28, 45-46, 54-59, 66-67, 73-74, 105. Leggendo di seguito le pagine segnalate si ha un breve escursus della vita del personaggio, ma non del suo epilogo, per almeno due ragioni: il volume considera gli anni nei quali Maria De Mattias fu a Vallecorsa, cioè fino alla sua partenza dal paese per la fondazione (1834); ho trovato la documentazioe completa del séguito dopo la pubblicazione del volume, a causa di una errata segnatura archivistica. Il processo che definì la vertenza tra Giovanni e Giuseppe venne collocato dall’archivista della Sacra Rota sotto la diocesi Firmana anziché Fundana Ho rintracciato per puro caso la posizione dopo l’edizione volume citato. Prevedevo, allora, un secondo volume intitolato specularmente Gli anni di Vallecorsa & Maria De Mattias, che di fatto stesi, ma rimane inedito. In esso hanno grande rilievo le vicende conclusive e interessantissime tra don Giuseppe De Mattias e il fratello. Rimando al mio inedito e alla fonte archivistica, che è ASV, Sacra Rota, B. 3607.</p>";	testo = testo + "<p>20) Sulle sorelle Faioli (Teresa, Cecilia e Antonia) cfr GIAMPIERO RASPA, Alle origini del Conservatorio delle Maestre Pie di Fiuggi: atti notarili del sec. XVIII nella Sezione di Archivio di Stato di Guarcino, in Latium 7 (1990), pp 177-185; Id, La santa avventura delle sorelle Faioli, Biblioteca di Latium, 14, 1992.</p>";	testo = testo + "<p>21) Su Ottavia De Angelis cfr MICHELE COLAGIOVANNI, Ottavia De Angeli tra lutti e rivoluzioni su Il Sangue della Redenzione (in seguito IsdR), 1 (2003) pp. 19-28. Su  don Fedele De Angelis, in particolare, ivi pp. 25-26. I repubblicani avevano dileggiato l’onorabilità della loro vittima con ogni sorta di calunnie, per attenuare l’impatto sgradevole che l’uccisione del prete aveva avuto sul popolo. Particolarmente accanito contro il sacerdote fu Antonio Galimberti, che accumulò ogni sorta di delitto fino a confutarsi da solo involontariamente per eccesso di truculenza. La prova dei delitti? Don Fedele aveva chiesto di confessarsi, prima di essere fucilato! Dunque aveva dei peccati… ANTONIO GALIMBERTI, Memorie dell’occupazione francese in Roma dal 1798 alla fine del 1802, Biblioteca Nazionale di Roma, Ms V.E., 44-45. Cfr anche Il Monitore di Roma, XXI, Anno VII, 14 fruttifero,  p 159. Ma don Fedele era morto nobilmente, dicendo ai suoi giudici: “Io sto per morire per colpa vostra, è vero, ma spero, per grazia di Dio, di vivere nel suo grembo. Voi rimarrete qui, ne’ solchi de’ campi da voi desolati. Tra poco non sarete che ossa aride esposte al vento; né so qual seconda vita vi serbi la giustizia divina” . Vicende memorabili dal 1789 al 1801 narrate da Alessandro Verri precedute da una Vita del medesimo di Giovanni Antonio Maggi, Milano e Napoli, Presso Giuseppe Margheri Editore, 1858, pp. 483-484.</p>";	testo = testo + "<p>22) Voleva che Maria stesse quieta in casa, senza far rumori e ne frenava le esuberanze “battendola”. Non è una testimonianza qualunque. Lo afferma don Giovanni Merlini, che fu a lungo a Vallecorsa e che dal 1824 prese a dirigere Maria. GIOVANNI MERLINI, Compendio della Vita di Maria De Mattias, ASC, Roma 1984. L’opera ha avuto diverse edizioni. La prima nel 1868, con il titolo Compendio della vita della serva di Dio Maria De Mattias Fondatrice della Congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo scritto dal Rev.mo Don Giovanni Merlini Missionario Apostolico Direttore Generale della Congregazione del Sangue Preziosissimo di N.S.G.C., Fratelli Pallotta tipografi in Piazza Colonna. Una edizione è presente anche ne ISdR n 3 (1966), pp157-189, numero replicato anche come volume a sé, con il titolo Beata Maria De Mattias.</p>";	testo = testo + "<p>23) Volle a tutti i costi che il figlio Gabriele, riluttantissimo, divenisse sacerdote e riuscì nell’intento. MICHELE COLAGIOVANNI, Ragazzi dell’Ottocento, Roma 1985; ID, Le quattro evangeliste, CIS, ???.  Giovanni De Mattias, con il figlio Antonio, fece lo stesso senza successo. Più coriaceo Gioacchino o più remissivo Gabriele? Più remissivo Giovanni, o più coriaceo  Antonio? Difficile sentenziare.</p>";	testo = testo + "<p>24) Giovanni era stato connivente con il governo francese. Aveva giurato fedeltà a Napoleone, ricevendo in cambio l’ufficio di giudice cantonale di pace.</p>";	testo = testo + "<p>25) Abbiamo trattato il tema nel capitolo II de La ribelle obbediente, cit., pp 39-59. Per le fonti, Lettere, II, 57-63. “Una volta un giovane voleva darle un fiore, tremò tutta e rinunziò. Un’altra volta le offrì una bevanda e voleva che per forza la prendesse; si spaventò, tremò e impallidì (…). Un sacerdote le fece uno scherzo; gli pose un odio che non poteva più vederlo. Un altro giovane familiare di casa [cioè solito a frequentare la casa De Mattias], a cui essa pose un certo affetto credendolo innocente, appena un giorno le pose le mani addosso, si pose a gridare, e fuggendo non volle più sentirlo. (…). Una giovanetta un giorno la pose in curiosità…”. L’insistito uso del verbo “porre” potrebbe interpretarsi come una preterintenzionale spia sul concetto che Maria aveva di se stessa: un oggetto inerme.</p>";	testo = testo + "<p>26) Per ammissione degli stessi De Mattias. Si vedano le prove addotte per discolparsi dall’accusa di connivenza del brigantaggio in ASV, Segr. Stato, Spogli Curia, Barberi.</p>";	testo = testo + "<p>27) Archivio Vescovile di Gaeta, BB Vallecorsa. “Un divin dritto prescrive la Santa Visita della diocesi, né per un sol fine ad ogni parte (?), ma per più, e numerosi, frà i quali risblende [sic] lo scopo della Pace; Così osservò Cristo Gesù nostro Divin Redentore nelle Santissime Sue Visite, dicendo, Pax vobis. Visitationum scopus (dice ancor il Concilio di Trento, sessione 24, Capitolo 3 de Refor.) Sit Populum cohortationibus, et admonitionibus ad pacem, innocentiamque accendere. Memore di ciò Giovanni di Mattia Procurator Fiscale delli Tribunali sì Ecclesiastico che Laico Oratore Umilissimo di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima devotamente le rappresenta, come per parte del suo Germano Don Giuseppe Canonico di Mattia viene vessato con un’ingiusta lite; Osa a dir ingiusta, perché nel 1821. (sic). Il Tribunale dell’A.C. in Roma venne decisa a favore dell’Oratore, ed ora il detto Canonico perché dimora in detta Dominante mediante gl’impegni hà convenuto l’Oratore avanti il Tribunale della Sagra Ruota. Il detto Canonico però si mantiene benissimo in detta Dominante, e mantiene anche benissimo con sé stesso la Cognata dell’Oratore, e due Nipoti di questa uno maschio e l’altra femmina. Delle qualità dell’Uno, e dell’Altro, cioè dell’Oratore, e del suo Fratello ne è moltissimo informato il Sig. Primicerio Don Nicola Nanni della Città di Fondi, però potrà degnarsi informarsi dall’medesimo [sic].  L’Oratore è gravato di quattro Figli, due Maschi e due Femmine, gli due maschi uno sta in Roma nello studio della Sapienza pmer tirar avanti nella Legale, ed un altro nel venerabile seminario di V.S. Ill.ma e Rev.ma per tirar avanti nel Sacerdozio in domo; l’Altissimo lo chiama; le Femine una dal prossimo passato mese di agosto sta per noviziato colle Maestre Pie dell’Istituto  Trinitario in Vallecorsa stessa, perché così chiamata da Fanciulla allo stato Monacale, e l’altra sta in propria casa, per ajuto della povera madre e dell’oratore padre, motivo per cui si vede l’oratore impossibilitato a sostenere sì la detta causa, che gli altri pesi…”.</p>";	testo = testo + "<p>28) L’appartenenza di Claudia De Angelis alla famiglia di Ottavia, madre di Maria De Mattias, non è facilmente dimostrabile, ma viene asserita nel libro del casato dei De Mattias; perciò, ai fini dell’influsso, diventa pleonastico dimostrare la parentela, visto che fu vissuta come tale. Nacque a Anagni il 5 aprile 1675. Trascorse infanzia e adolescenza vittima di malattie, incomprensioni, dedita alla ricerca di Dio. Perseguitata dal fratello Pier Paolo, venne trascinata davanti al Sant’Ufficio, ma riconosciuta innocente (1699). Da quell’anno, iscritta al Terz’Ordine Domenicano, cominciò a manifestare fenomeni mistici. Sensibile alle istanze sociali, aprì in Anagni una scuola pubblica per fanciulle povere, che fu approvata dal vescovo diocesano monsignor Giovanni Battista Bassi, nel 1712. L’istituzione, in seguito all’aggregazione all’Ordine Cistercense, prese il nome di Oblate Cistercensi della Carità. Claudia morì a Roma il 29 giugno 1715, quarantenne. Fu sepolta in Santa Sabina. Nel 1807 fu iniziato il Processo ordinario per la beatificazione, che terminò nel 1810. Oggi le spoglie mortali sono composte in Anagni, nella casa generalizia. GALLIANO BIANCHI, De Angelis, Claudia, Voce nel “Dizionario degli istituti di perfezione”, III,  c 396. ASV, S. Congr. Cause Santi, Romana seu Anagnina, Proc. ord.  s. fama, vol. 39; Proc. ord. add. Anagnin., vol. 6250.</p>";	testo = testo + "<p>29) Lettere di MDM, II,438.</p>";	testo = testo + "<p>30) EGILBERTO MARTIRE, De Sanctis Gioacchino, Voce su Enciclopedia Cattolica, IV, c 1462. Su di lui, ltre al citato Ragazzi dell’Ottocento, cfr l’altro mio volume Le quattro evangeliste, CIS, Roma 1995 e GIOVANNI FELICE ONESIMO LOUQUET, Gioacchino De Sanctis medico, Tipografia Monaldi, Roma 1857. Una copia fotostatica è in USpR, Biblioteca. Si pensi a quanto accadeva nelle corti e nelle famiglie principesche: si combinavano matrimoni tra figli ancora da nascere, ma anche si assegnavano cardinalati e prebende ecclesiastiche con lo stesso criterio.</p>";	testo = testo + "<p>31) Lettere, II, 58.</p>";	testo = testo + "<p>32) Altrove abbiamo interpretato questo episodio (crediamo non a torto) come il riempimento del vuoto lasciato dalla madre. La ribelle obbediente, p. 75s; Il mondo tra le braccia, p. 18.</p>";	testo = testo + "<p>33) Un giorno l’immagine le mostrò “il Calvario e la Croce”, invitandola a salire. Lettere, II, 60.</p>";	testo = testo + "<p>34) Si veda il caso di Sonnino, dove Gennaro Gasbarrone, ricercato come capobanda, benché alla macchia, venisse considerato capo del comitato della Madonna delle Grazie. MICHELE COLAGIOVANNI, Processo contro don Pietro Ruggeri arciprete di Sant’Angelo in Sonnino accusato di connivenza col brigantaggio 1825-1826, Sanguis, Roma 1975. </p>";	testo = testo + "<p>35) Uno, il più antico, un tempo venerato nella chiesa di Sant’Antonio Abbate e oggi nella disponibilità del Comune, è stato studiato da FLORIANA SACCHETTI, su (Le chiese di Vallecorsa) Sant’Antonio Abate, Vallecorsa 1990.L’altro, un tempo venerato nella chiesa della Madonna delle Grazie, oggi è in San  Martino.</p>";	testo = testo + "<p>36) GIOVANNI MERLINI, Compendio…, pp. 15-16. L’episodio fu mitizzato. Ecco come don Nicola Pagliuca traduce il racconto del Merlini: “Gaspare va a dare la Missione a Vallecorsa e salito il palco, fra l’accalcato popolo, volge uno sguardo penetrante verso una giovane diciassettenne, Maria De Mattias, e le addita il Crocifisso che egli teneva con la mano, come invitandola a operare fra le donn, ciò che egli faceva a prò delle anime (…). In quello sguardo, in quell’esserle additato il Crocifisso, la De Mattias comprese tosto quale fosse la sua vocazione”. Il “sembrò a Maria” diventa un evento reale e, cosa ancor più grave, estraneo alla protagonista. Il Merlini ci vuole dire che fu un procedimento evolutivo interiore di Maria, che si evidenziò in quella data occasione; Pagliuca vuole farci credere che l’ignara ragazza ricevette una comunicazione del tutto nuova e inaspettata dall’uomo di Dio. E infatti egli intendeva dimostrare che Gaspare del Bufalo era fondatore anche delle Adoratrici, tesi che non sta in piedi in nessun modo, se non con miracoli introdotti a posteriori. Certamente se don Gaspare non fosse andato a predicare a Vallecorsa Maria De Mattias non sarebbe stata ciò che fu; ma se ci mettiamo su questo piano, si innesta una reazione a catena ascendente e discendente. Senza don Francesco Albertini Gaspare del Bufalo si sarebbe fatto gesuita e non sarebbe divenuto devoto del Preziosissimo Sangue; anzi avrebbe provato per quella devozione una istintiva ripulsa. I Missionari del Preziosisissimo Sangue li avrebbe fondati qualche altro o nessuno. Senza monsignor Belisario Cristaldi e il suo piano di redezione di Marittima e Campagna don Gaspare non sarebbe giunto a Vallecorsa, in questo paese non vi sarebbe stata una Casa di Missione, Merlini se ne sarebbe rimasto a Spoleto... Insomma, meglio lasciare le cose come stanno e raccontarle come andarono davvero.</p>";	testo = testo + "<p>37) Si pensi che perfino la decisione di presentarsi a don Giovanni Merlini per un colloquio fu un tormento che durò mezza quaresima, per il timore che fosse suggerito dal demonio.</p>";	testo = testo + "<p>38) Versi riversati, Roma 1993, p. 55. </p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function donFedericoSimoni(){	var testo = "<h3>Don Federico Simoni</h3>";	testo = testo + "<em>di CLAUDIA SIMONI</em><br/><br/><br/>";	testo = testo + "<br><em> (Disegno di Nicola Maiullari)</em>";	testo = testo + "<table width=\"260\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/donfedericosimoni.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Federico Simoni nacque a Patrica da Adriano e Violante Barletta il 7 settembre 1874. Per l'indole serena e la spiccata religiosità l'arciprete Pietro Paolo Conti insistette presso i genitori perché lo mandassero nel seminario di Ferentino. Vi entrò il 3 novembre 1887 e, terminati gli studi ginnasiali, imboccò quelli filosofici e teologici sempre \"tra i primi per ingegno e senza pari in virtù\". Fu ordinato sacerdote il 12 giugno 1897 nella cappella dell'episcopio da monsignor Pietro Facciotti. Durante il periodo ferentinese fu prefetto e primo insegnante di musica di Licinio Refice. Il nuovo vescovo di Ferentino Domenico Bianconi lo volle segretario il 28 aprile 1898. Nell'ottobre 1899, trovandosi in Patrica con il vescovo per la sacra visita, essendo morto improvvisamente l'arciprete Edoardo Valenti, zio di Licinio Refice, fu designato a succedergli.";	testo = testo + " Durante la sua arcipretura, improntata a forte spiritualità, fu collocata la croce sul Monte Cacume, con la collaborazione del fratello don Icilio. Vi fu l'unione delle Suore di Patrica di Brigida Contenta con le Adoratrici di Maria De Mattias. Fu istituita la Cassa Rurale per combattere le usure.";	testo = testo + " Erano tempi di emigrazione e il clero aveva organizzato un corpo di cappellani per accompagnare i piroscafi stracolmi. La presenza del sacerdote a bordo, in tempi di predominio massonico, non sarebbe stata accettata e perciò i cappellani dovevano dichiarare di essere normali passeggeri diretti a qualche ipotetica meta per qualche necessità. Don Federico si iscrisse e con grande desiderio aspettava il suo turno. Purtroppo la malattia da cui era affetto progrediva sicché la programmata partenza venne a coincidere con un periodo critico della sua salute. Ciò nonostante nel dicembre del 1906 si recò a Genova per imbarcarsi, ma lo sciopero generale lo costrinse a far ritorno a Patrica. Gli si offrì una nuova occasione da Napoli. ";	testo = testo + " Il 3 aprile scese alla stazione di Frosinone in compagnia di Licinio Refice diretto a Roma. Egli invece si recava appunto a Napoli, dove apprese che non sarebbe tornato con la stessa nave, ma con quella successiva della medesima compagnia. La notizia lo rallegrò molto perché vedeva la possibilità di fare con maggiore calma le visite ai compaesani secondo il programma che si era dato. Andò a salutare il cardinale Giuseppe Prisco, arcivescovo di Napoli, il quale si rallegrò e lo benedisse dicendo: \"La vostra è una grande opera. Faccia buon viaggio. Auguro che la sua missione sia fruttuosa\". La motonave Liguria salpò il 7. <table width=\"260\" align=\"right\"><tr><td align=\"center\"><img src=\"images/donfederico.jpg\"><br/><em> (Ricordino della prima messa di Don Federico Simoni)</em></td></table> Don Federico redasse un interessante e minuzioso diario di quel viaggio, pubblicato parzialmente con il titolo: All'origine della emigrazione ciociara. Approfittò della sua andata in America";	testo = testo + " per consegnare ai molti patricani emigrati lettere e doni affidati a lui dai parenti patricani. Diceva: \"Il pastore prima di morire desidera rivedere tutte le sue pecorelle\". Tornò a Patrica il 4 giugno in condizioni pietose. Trascorsi pochi giorni in paese si pensò che l'aria della campagna e lo stare lontano dalla \"tentazione\" del lavoro pastorale, potesse giovargli. Fu quindi condotto alla casa di campagna. Dopo circa un mese, non notandosi miglioramenti qualcuno ritenne che l'aria del Monte Cacume potesse compiere il prodigio (nei locali sottostanti la chiesa erano stati ricavati vani abitabili). Ma dopo diciotto giorni fu deciso il trasporto a Roma per consultare \"le celebrità mediche\". Il 7 settembre, anniversario della sua nascita, volle ritornare nella casa di campagna. Parve che il male gli concedesse una tregua, ma una ricaduta lo ridusse in fin di vita. Il 25 settembre, verso le dieci, gli fu somministrata l'unzione degli infermi, che ricevette con piena lucidità rispondendo alle preghiere del rito. Da se stesso chiese il rito ulteriore che va sotto il nome di \"raccomandazione dell'anima\". Alle 13 non poté più proferire parole. Alle 13,30, con uno sguardo di saluto e un bel sorriso si spese. In quello stesso istante il suo orologio da tasca si fermò, quasi a indicare che il tempo era compiuto: contava trentatre anni e diciotto giorni.";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function donIcilioSimoni(){	var testo = "<h3>Don Icilio Simoni</h3>";	testo = testo + "<em>di MARISA SIMONI</em><br/><br/><br/>";	testo = testo + "<br><em> (Disegno di Nicola Maiullari)</em>";	testo = testo + "<table width=\"260\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/doniciliosimoni.jpg\"></td></tr></table>";	testo = testo + "<p>Icilio Simoni, quarto dei tredici figli di Adriano e Violante Barletta, nacque a Patrica il 18 ottobre 1878. Come tutti i ragazzi dell'epoca indirizzati agli studi, entrò nel seminario di Ferentino, dove già si trovava il fratello maggiore Federico (vedi). Entrambi divennero sacerdoti. Don Icilio celebrò la sua prima messa il 29 aprile 1901. I due fratelli sacerdoti erano diversissimi per temperamento e doti umane.";	testo = testo + " Come don Federico si caratterizzava per la forte spiritualità, don Icilio era dominato da una iperattività incontenibile, sorretta da capacità manageriali e tecniche più uniche che rare. Pochi anni dopo l'ordinazione venne dal vescovo inviato a Patrica, per essere accanto al fratello arciprete, colpito da grave malattia. Molte furono le realizzazioni intraprese dai due sacerdoti. Fra tutte spicca la croce e il santuario ";	testo = testo + " sulla vetta di Cacume. Non contento del lavoro a Patrica e dintorni si iscrisse all'opera dei cappellani marittimi, che accompagnavano gli emigranti nella traversata dell'Atlantico e si rese così noto che, quando anche il fratello maggiore don Federico volle compiere uno di quei viaggi pastorali, a bordo si sentì dire: \"Ecco il fratello di don Icilio!\". Il riconoscimento da parte di un marinaio fisionomista valse a don Federico un invito dal comandante, ";	testo = testo + " che non finiva di lodare don Icilio per il suo comportamento durante un precedente viaggio. Dopo la morte di don Federico (25 settembre 1907) parve naturale, al vescovo di Ferentino, assegnargli l'arcipretura, che don Icilio interpretò alla sua maniera, cioè con una forte centralizzazione delle attività, non solo prettamente ecclesiastiche, ma anche amministrative. Fu promotore di una Cassa Rurale, costruì strade, un mulino a vento per l'estrazione dell'acqua ";	testo = testo + " dal sottosuolo e irrigare i campi di una azienda modello nella pianura di Patrica, in contrada Vadisi. Progettò strade, costruì un oratorio scavando la montagna al di sotto della chiesa arcipretale, incominciò la costruzione di una nuova chiesa dedicata a San Rocco (poi ultimata dai fratelli don Mario e don Francesco Maura). Realizzò una serie di garages nelle proprietà della sua chiesa. <table width=\"260\" align=\"right\"><tr><td align=\"center\"><img src=\"images/donicilio.jpg\"><br/><em> (Ricordino della prima messa di Don Icilio Simoni)</em></td></table> In queste imprese egli faceva fruttificare, investendoli, i capitali depositati ";	testo = testo + " nella sua banca. Le Casse Rurali furono benemerite per il periodo in cui funzionarono perché il loro sportello era vicino alla gente per ogni tipo di operazione. Quando, per la ben nota politica governativa diretta proprio a fiaccare la miriade di istituti di credito, anche quello di don Icilio si trovò assediato dai depositanti allarmati, che rivolevano i loro soldi tutti insieme, dovette dichiarare fallimento. Di qui una serie di amarezze, alle quali egli fece fronte ";	testo = testo + " con grande nobiltà. Si ritirò a Roma, come cappellano della chiesa di Sant'Agnese al Circo Agonale, dove morì il 18 settembre 1950. Entrambi gli arcipreti Simoni furono di aiuto al giovane Licinio Refice: don Federico come insegnante e don Icilio come mecenate, in quanto gli cedette un beneficio coadiutorale grazie al quale poté mantenersi negli studi musicali a Roma. Non solo: siccome quel beneficio richiedeva la presenza, almeno saltuaria, don Icilio sostituì il giovane ";	testo = testo + " musicista in quegli impegni, evitandogli di tornare in paese da Roma. Il migliore elogio per don Icilio viene dalle sue realizzazioni tuttora in uso, inclusi i garages che egli con tanta lungimiranza aveva costruito. Don Antonio Biondi, noto storico locale, diceva: \"Tutti i sacerdoti dovrebbero prendere esempio da don Icilio. Egli è stato un precursore dei tempi che viviamo, per il dinamismo, la capacità organizzativa e amministrativa. Ce ne vorrebbe uno in ogni parrocchia\".</p>";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function mariaCalzoni(){	var testo = "<h3>Maria Calzoni</h3>";	testo = testo + "<table width=\"260\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/Calzoni.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Maria Calzoni nacque a San Vittorino, sobborgo di Perugia, il 23 aprile 1901 e ebbe il nome più comune nel mondo cristiano: Maria. Il cognome, però, era piuttosto singolare e premonitore del carattere: Calzoni, con il rafforzativo di essere figlia di genitori lontani parenti: Giuseppe Calzoni e Laura Calzoni; una famiglia di rilievo, che ancor più lo sarebbe diventata, in città, negli anni successivi.";	testo = testo + " Terzogenita, Maria ebbe quattro fratelli, il primo dei quali, Francesco – nome poi rinnovato nell’ultimo nato – morì sul Carso nel 1915, durante il conflitto mondiale. Dalla nascita Maria non tagliò mai i capelli, che aveva chiari come l’argento. A venti anni, nella Perugia dell’epoca, era un personaggio che si trascinava dietro una scia di sguardi folta quanto la capigliatura. Di famiglia profondamente cristiana, cantava nel coro della Cattedrale. Conseguì la patente automobilistica: sesta donna in tutta Italia a abilitarsi alla guida! Ricevette per questo suo ruolo pionieristico una spilla d’oro dall’ACI.";	testo = testo + " Laureata in chimica e scienze, divenne assistente del professor  Remotti. Si recava all’Università a cavallo, in tenuta da cavallerizza.";	testo = testo + " Grazie al legame forte del maestro Licinio Refice con i monaci benedettini di Cesena si stabilì un aggancio tra il musicista e i benedettini di Perugia. Il monastero umbro era allora in fase di rinascita dalla soppressione post unitaria, sotto la direzione della comunità cesenate e in particolare del priore don Celestino Mercuro, amico fraterno di Refice. L’arrivo casuale di Refice a Perugia fece sorgere una forte amicizia con la famiglia Calzoni, appassionata di musica.";	testo = testo + " Nel 1922 la Società Polifonica di Perugia, diretta da Alessandro Pascucci, per i grandi concerti vocali e strumentali della città, mise in programma due celebri composizioni reficiane: lo Stabat Mater e il poema sinfonico-vocale Martyrium Agnetis Virginis. Le prove entusiasmarono Maria Calzoni; la sconvolsero. Uno di quei giorni, per imitare in qualche modo la martire Agnese, sacrificò i favolosi capelli, che le arrivavano alle anche. Il papà Giuseppe, quando vide la figlia senza l’insegna per la quale era riconoscibile in tutta Perugia, ne rimase affranto. Aveva il cuore già malandato e nei giorni seguenti morì. Difficile dire se il dispiacere era stato de­terminante per quell’epilogo imprevisto e drammatico.";	testo = testo + " Nel maggio del 1923 le due composizioni vennero eseguite.  Lo Stabat, come è noto, ha un testo antichissimo, attribuito a Iacopone da Todi; quello del Martyrium era stato steso appositamente per Refice dall’abate benedettino Paolo Maria Ferretti. Il luogo prescelto fu la monumentale basilica benedettina di San Pietro, che Erbert von Karajan avrebbe poi definito la migliore sala per concerto del mondo. Entrambe le composizioni erano per soli, coro, orchestra e organo. La locandina annunciava un organico di “duecento-esecutori-duecento”, secondo i gusti grandiosi dell’Autore, nelle vesti anche di direttore.";	testo = testo + " Cedo la penna al cronista benedettino dell’epoca, per rendere il clima dell’evento. “5 maggio. (…) La musica è straordinariamente bella e commovente. Lo Stabat Mater è di carattere più severo e grandioso; la Sancta Agnes più lirica, più fluida, più pastosa ed anche più facile a comprendersi. Sono due opere del tutto diverse, onde non si può dire qual sia la più bella, perché tutte e due furono applauditissime, sebbene la Sancta Agnes abbia entusiasmato il pubblico più dello Stabat”.";	testo = testo + " L’entusiasmo fu anche maggiore nella replica, il 6 maggio. Di nuovo parla il cronista: “La chiesa è gremitissima; tutti i posti esauriti; successo completo; applausi interminabili. Venne chiesto il bis (invano) ed il Maestro ad ogni interruzione ripetutamente chiamato. Le Coriste alla fine dello Stabat  offrirono al Maestro Refice una catena d’oro con il grifo perugino. Alla soprano [Anna Maria Mendicini Pasetti] dopo la 1a parte del Sancta Agnes le Coriste offrono un magnifico mazzo di garofani bianchi”.";	testo = testo + " In via straordinaria, considerato l’alto numero dei richiedenti, fu eseguita una terza replica il 7, con una partecipazione incontenibile. Il concerto cominciò più tardi del solito e finì dopo mezzanotte. Il cronista, registrato il “successo sempre maggiore”, annotò che si dovette cenare nella sacrestia e non fu possibile riassettare i locali, che si presentavano “in uno stato desolante”. Infatti la calca aveva sconvolto l’ordine dei posti a sedere o ne aveva creati posticci, nei luoghi più impensati.";	testo = testo + " La scena più ricca di passione dell’Agnetis – quella che dovette colpire Maria Calzoni – è forse espressa dal seguente dialogo tra il promesso sposo e la promessa vergine. Il figlio del prefetto, che ama Agnese, replica alla ripulsa di lei: “Agnese, perché parli da folle? Agnese, dolcezza del mio cuore, non mi respingere. Senza te la mia vita non potrà durare. Agnese dolcissima, non mi respingere, perché possa godere con te anche le dolcezze della vita terrena”. Risponde Agnese: “Allontanati, perché mi presenti vivande di morte. Già gustai il latte e il miele della Sua bocca; già mi concessi ai Suoi casti amplessi; il Suo corpo si congiunse con il mio e il Suo sangue splende nel mio volto. Gli sono fedele, a Lui mi dono totalmente. AmandoLo, rimango casta, toccandoLo mi purifico, sposandoLo rimango vergine”.";	testo = testo + " La musica di Refice, anche quella sacra, è umana. Egli prega, per così dire, con le parole di ogni giorno, cariche di drammaticità e passione. Qualcuno le giudica esteriori. Non deve far altro che renderle proprie e diventano vere.";	testo = testo + " Maria Calzoni fu sempre se stessa. Durante il periodo fascista, osò replicare a un gerarca locale e si prese un giorno di carcere. Fu protagonista del cattolicesimo perugino. Figura talvolta nella Cronaca del monastero benedettino, perché si prestava a accompagnare i religiosi alla stazione ferroviaria, o dalla stazione al monastero di San Pietro, con la propria automobile, quando giungevano fuori orario.";	testo = testo + " Al pari della famiglia restò legata al Maestro Refice e anzi, nei primi anni cinquanta fece realizzare, a disposizione di lui, in Perugia, un appartamento con tanto di cappella, bellissima, dotata anche di Via Crucis. La realizzò il pittore Migliorati, gravemente ammalato di cancro, religiosissimo. Consapevole che non gli restava il tempo di finirla, disse: “Non voglio privarmi della consolazione di realizzare le scene finali, quelle della morte, per riviverle insieme con il Signore”. Lavorò a ritroso. Aveva previsto giusto. L’opera restò incompiuta, perché l’artista morì impegnato sulla morte di Cristo e propria.";	testo = testo + " Maria Calzoni seguì con viva partecipazione la carriera artistica del musicista sacerdote, che ricambiava le premure cercando di non mancare alle ricorrenze di famiglia, in particolare l’onomastico, il 12 settembre, festa del Santo Nome di Maria.";	testo = testo + " Il 4 settembre 1954, da Rio de Janeiro, le scrisse testualmente: “Mia cara, purtroppo ti sono lontano quest’anno per la tua festa e – per giunta – enormemente preso dal lavoro che non è leggero! Tutte le cose più care io ti desidero, e tanta pace e tanta soddisfazione per tutto quello che ti è più caro all’anima! Il giorno 12 settembre ti sarò particolarmente vicino”. Una lettera da brivido. La vigilia della festa del nome di Maria, l’11 settembre, il musicista – stanchissimo –, dirigeva le prove di Cecilia seduto su un seggiolone. Il coro cantava ai suoi cenni: “Al supplizio! Al supplizio!”.  Era l’incitamento della folla pagana al prefetto Amachio perché condannasse a morte la martire cristiana. Qualcuno del coro, vedendo il direttore scivolare di fianco sullo schienale, gridò: “Il Maestro sta male!”. Era morto. L’indomani, a Perugia, Maria Calzoni poteva leggere la lettera di Refice: “Il giorno 12 settembre ti sarò particolarmente vicino”.";	testo = testo + " Era quello, il giorno e Maria sapeva già in che senso Refice era là. Solo da poche ore aveva appreso la triste notizia da Rio de Janeiro, dove Renata Tebaldi, al Teatro Municipal, andava in scena con il lutto al braccio e le lacrime agli occhi, come tutto l’organico del teatro lirico, per interpretare santa Cecilia, un’altra giovane donna di quelle del canone eucaristico, capaci di Stare nella loro dignità.";	testo = testo + " Maria Calzoni morì a Vicenza il 1° gennaio 1980. Fino alla fine promosse la memoria del grande compositore di musica sacra, prendendo coraggiose iniziative. La famiglia custodisce con cura alcune cose e manoscritti del Maestro.</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>(Testo di Michele Colagiovanni)</em><br />";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function emidioMucci(){	var testo = "<h3>Il poeta Emidio Mucci</h3>";	testo = testo + "<table width=\"260\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/mucci.jpg\"></td></tr></table>";	testo = testo + "<p>Dalla guida Monaci, anni 1922 e seguenti, nonché da altre fonti, ho ricavato queste informazioni sulla famiglia Mucci. Capo del nucleo è Roberto Mucci, figlio di Emidio senior e di Giulia Catolfi.";	testo = testo + " Roberto è sposato con Maria Marchi. È sindaco del Pio Istituto di San Girolamo della Carità. Fa parte della Commissione per il Pubblico Patrocinio. È consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Roma ";	testo = testo + " Nel 1932 troviamo l’avvocato Roberto membro del Collegio degli avvocati del Sacro Concistoro. è passato ad abitare con i figli in Via Achille Papa 19.";	testo = testo + " Il 9 aprile 1937 rimane vedovo e il 2 gennaio 1942 muore anche lui, in tempo per non vedere il crollo definitivo del fascismo, al quale si è legato, come del resto i suoi due figli Renato ed Emidio jr.";	testo = testo + " Nel frattempo il figlio Renato nel 1931 è segretario particolare del governatore di Roma Francesco Boncompagni Ludovisi. Vice governatore è Paolo D’Ancora e consultore è Riccardo Moretti.";	testo = testo + " Emidio, letterato e poeta di scuola dannunziana, legato al mondo del teatro lirico, scrive testi per vari musicisti. Compone: Volti la lanterna - scene della ‘Roma Sparita’, commedia, per la musica di Ezio Carabella (1933); Inno a Benito Mussolini, per la musica di Giacinto Sallustio (1935); Altair (1937), coreografia; La linea del cuore (1938), operetta per la musica di Ezio Carabella, riduzione di Riccardo Massucci; Antigone (1939), opera lirica per la musica di Lino Liviabella; Urashima-Tarò (1939), commedia; Salammbò (1948) per la musica di Franco Casavolo (1891-1955); Il bacio, per Riccardo Zandonai (1883-1944); Liliadeh (1950) per Maurizio Quintieri. Traduce Giovanna D’Arco al Rogo di Paul Claudel, per la musica di Arthur Honegger. Scrive numerosi articoli su argomenti musicali.";	testo = testo + " Héliane Déregis, recentemente, ha musicato una poesia del Mucci intitolata Incanto.";	testo = testo + " Emidio jr muore il 23 novembre 1977 nella sua abitazione in Via del Corso.";	testo = testo + " Le indicazioni di nascita e di morte sono ricavate dall’Anagrafe Storica del Campo Verano e dalla tomba dei Mucci nello stesso cimitero, che ha la seguente collocazione: Vecchio Reparto, Riquadro 40, fila 97, n. 55. È in stato di abbandono. La famiglia si è forse estinta?";	testo = testo + " I testi composti dal Mucci per Licinio Refice sono nell’ordine (le date si riferiscono al cartaceo e non alla prima esecuzione musicale): Cecilia (1922), Trittico francescano (1925), Margherita da Cortona (1936), L’Oracolo (1944), Ombra di nube (1949), Lilium Crucis (1949), Il Mago (1952).";	testo = testo + " Dopo la morte del maestro Refice, Mucci seguitò a promuoverne la memoria con numerosi scritti, come aveva già fatto durante il sodalizio artistico. Questo l’elenco degli scritti editi: Emidio Mucci, Propositi d’arte del maestro Refice, su “Mon. Mus.”, a. II (1928), n. 12 del 5.1.1928; – Margherita da Cortona, su “Radiocorriere”, aprile 1950; – Vita d’arte di Licinio Refice, su “La Porziuncola” nn. 12-13, ott.- nov. 1954, pp. 158-160; – Licinio Refice, [opuscolo], Tipografia della Porziuncola, Perugia 11 settembre 1955; In collaborazione con Teodoro Onori, Le composizioni di Licinio Refice, [volume], [Assisi 1966].";	testo = testo + " Restò molto legato ai familiari del Maestro, come dimostra la corrispondenza con Plinio Refice e con Maria Calzoni.</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>(Testo di Irene Mirabella)</em><br />";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function lacrimeTebaldi(){	var testo = "<h3>Le lacrime della Tebaldi</h3>";	testo = testo + "<p>René Brighenti, alunno di Refice, fu presente alla morte del Maestro. In questa lettera, scritta in italiano e perciò caratterizzata da quelle imprecisioni che sono proprie di chi non scrive nella madrelingua, dà conto al segretario del Pontificio Istituto di Musica Sacra, Carlo Boccardo, dell’accaduto. René Brighenti fu poi insegnante di direzione corale alla Scuola Superiore di Stoccolma e violoncellista, a sua volta insegnante del famoso Armando Prazeres. Il testo viene trascritto fedelmente. Le parti tra parentesi quadre sono aggiunte per facilitare la lettura, ma non appartengono al Brighenti.</p>";	testo = testo + "<p><em>Caro Signor Boccardo<br/>";	testo = testo + " Proprio al settimo giorno dalla scomparsa del maestro Refice, dopo precisamente la recita notturna della “Cecilia”, mi sento nell’obbligo di rivolgermi a Lei per via d’un sollievo al mio cuore, al mio affetto. – Durante un anno sono stato alla classe di direzione polifonica guidata dal Refice e la mia vita durante quei bei sei anni di Roma venne identificatasi colla [vita] dello stesso Istituto, il che vuol dire che la mia anima fu colpita, come certo tutte di coloro che hanno avuto la gioia di vivere dentro il medesimo Istituto”. –";	testo = testo + " La morte del Refice avvenne il sabato, 11 settembre, alle ore 10,15, cioè 3 quarti d’ora appena cominciate le prove del coro del teatro municipale. – Il coro cantava la parte di quei pagani che domandavano il fuoco e la morte per la soave Vergine, al 3° atto, mentre si aspetterebbe la voce [fuori campo] di Valeriano dicendo “la morte per Cristo è gran dolcezza”. La testa del maestro cade un po’ indietro, senza un gemito, senza una smorfia, come un povero ed innocentge uccello. – Tutto era finito. Quindici minuti dopo rrivò un francescano con gli olei santi e trovò coristi e cantori  inginocchiati attorno il cadavere, pregando ad alta voce. – Poi arrivarono Monsignor Motta preside della Commissione Musica Sacra, le autorità diplomatiche, poi un’autoambulanza, che lo portò all’Istituto Medico Legale per l’imbalsamento [sic]. – Si cercò allora un artista per la maschera mortuaria ordinata dal Teatro municipale. – Qualora (sic) l’artista ebbe finito  il suo lavoro, cominciò [il] Dr Carapelli la fatica dell’imbasamento e davvero [fu] gran fatica, perché il maestro  aveva l’arteriosclerosi assai sviluppata, al punto di destar stupore al dottore, come mai il Refice ebbe il coraggio di affrontare così gran rischio alla sua salute, e poi il suo fegato già quasi non funzionava. Verso le ore 19 tutto fatto, il corpo venne rivestito delle vesti sacerdotali; allora ho osato io di prendere la coroncina della Madonna che al teatro hanno trovato nelle sue tasche e gli hanno messo fra le dita, e la serbo per me; come un supremo ricordo di colui per cui ho avuto tanta ammirazione (ricordo però che a malincuore dovrò restituire nel caso che i suoi fratelli o sorelle (se ci sono) lo voglino). –";	testo = testo + " Allora il corpo andò in chiesa di Mons. Motta, e, in quella notte, cioè nelle prime ore del mattino, verso le due, finito lo spettacolo notturno della “Forza del Destino” i cantori sono andati a visitare la salma del compianto maestro. – In questa stessa domenica, verso le ore 15,30, [per] merito [del]l’attività del s[igno]r Favaron del consolato italiano, il corpo poté imbarcare sulla nave Anna C[osta]. In questo ultimo istante, mentre la salma scendeva in estiva (sic), sulla nave c’era la Renata Tebaldi con la mamma S[igno]ra Giuseppina Tebaldi, la discepola del Refice ha così voluto portare fino alla fine l’omaggio del suo rispetto e venerazione per tanto maestro, con lui fra una settimana doveva creare la figura soave della Mistica Vergine Romana. Coloro che giustamente piangono sopra la misteriosa via della Provvidenza Divina, abbiano almen la consolazione di trovarne all’amore e sollecitudine da tutti dimostrati, quel sollievo che può appagare le amare lacrime con cui vengono spesso scritte per noi le imperscrutabili volontà d’Iddio. –";	testo = testo + " Oggi però alla prima della Cecilia, son successe cose di far creare [forse intendeva dire “crepare”] il cuore. Prima dello spettacolo, il pubblico s’è messo in piedi e, per un minuto di silenzio, venerò la memoria del compianto artista: i cantori, solisti, coristi, ballerini portavano sul cuore una striscia nera e durante il primo intervallo fu inaugurato il ritratto del Refice sul luogo in cui morì, cioè, nell’aula delle prove del coro. – Alla fine dell’opera il teatro veniva giù; i battimani non finivano mai; si gridava, il pubblico fu preso da un entusiasmo matto, si chiamava il maestro Oliviero De Fabritiis (allievo anche lui del Refice), e con più febre si chiamava la Tebaldi che presa dall’emozione piangeva al punto di non poter affacciarsi  al pubblico: fu presa da un tormentoso pianto e noi abbiamo dovuto rincasare  con gli occhi bagnati ma col cuore sollevato. – Il maestro ancora una volta è riuscito perfettamente ad attuare il sublime ideale a che se è sempre proposto durante la sua vita; l’arte deve portare gli uomini sempre fino a Dio.";	testo = testo + " La prego quindi sig[nor] Boccardo di ricevere in nome della Commissione Musica Sacra (e soprattutto il mio proprio) questi sentimenti di dolore, ma allo stesso tempo di liete speranze perché lui, al par della sua soave Cecilia ormai nei giardini, nei abissi, nei oceani di luce, mell’azzurro dei cieli, partecipi in aeternum dalla “Gloria di Colui che tutto move”. –</em></p>";	testo = testo + "<p align=\"right\">René Brighenti</p>";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function AndreaMartini(){		var testo = "<h3>Il monumento di Acuto, di padre Andrea Martini</h3>";	testo = testo + "<p>Padre Andrea Martini è l'autore del monumento a Maria De Mattias in Acuto.";	testo = testo + " «Mi svegliai quasi di soprassalto, come se avessi assistito ad una visione. Avevo ben in mente quello che dovevo fare».";	testo = testo + " Così si espresse a proposito della sua opera, da collocare nel luogo di fondazione dell'istituto delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue.";	testo = testo + " L’istituto oggi è denominato più semplicemente “del Sangue di Cristo”, ma lo spirito è rimasto lo stesso: fare in modo che la consanguineità umana, stabilita nella creazione e restaurata da Cristo con la redenzione, si affermi nella vita di tutti i giorni. Maria De Mattias soleva chiamare “gli altri” con l’appellativo di “caro prossimo”. Caro perché amato e perché ricomprato a “caro” prezzo (il sangue, appunto) da Cristo, unico redentore dell’uomo. In Maria De Mattias, piegata e quasi inginocchiata nell'atto di ossequio verso chi entra in Acuto, c'è tutta l'attenzione che ella ebbe per il prossimo.";	testo = testo + " Padre Andrea (al secolo Giuseppe) Martini nacque a Castel Baronia, in provincia di Avellino, il 5 marzo 1917. Conclusi gli studi classici e teologici, completò con lode quelli artistici presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. Viaggiò molto all'interno del circuito francescano, disseminando l'itinerario di impegnativi lavori, fino a quando non si ritirò nell'Isola Tiberina, nel convento di San Bartolomeo, sempre intento al lavoro creativo e sempre con maggiore autonomia e libertà di invenzione.";	testo = testo + " A. Gatto ha detto di lui: «Cerca di rinnovare dal di dentro, per forza della propria vocazione religiosa, oltre che del proprio gusto e della propria fantasia, tutte le convenzioni ormai inveterate dell'iconografia sacra». E G. Villon così si è espresso: «Padre Andrea Martini è forse l'artista più completo che vanti attualmente la Chiesa».";	testo = testo + " Indubbiamente lo scultore francescano, pur essendo abile ritrattista e modellatore senza steccati, è nell'arte sacra che riesce a cogliere e a restituire il meglio, perché riduce la persona alla sua essenza esistenziale  e ne perpetua, più che l’immagine fisionomica, il messaggio che sostanziò l’esperienza terrena del soggetto.";	testo = testo + " È suo anche il busto di Licinio Refice posto sulla parete esterna della casa patricana del musicista.</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>Michele Colagiovanni</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;	}function MarianoDeMattias(){		var testo = "<h3>Mariano De Mattias sfugge alla ghigliottina</h3>";	testo = testo + "<p>Mariano De Mattias [nei registri talvolta segnato De Matthias], figlio di Antonio e di Carolina Cecio, nacque a Vallecorsa nel 1843. Fu chiamato Mariano, molto probabilmente, in omaggio alla “Zia Monaca”, santa Maria De Mattias, che, dopo aver fondato l’istituto delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue a Acuto, nel 1834, stava aprendo una seconda casa a Vallecorsa proprio in quel periodo. Come il cugino Pio (figlio di Michele e di Carolina Sacchetti) e come gran parte della gioventù del tempo, si infatuò dello spirito unitario nazionale. La passione politica fu probabilmente accesa, o resa più calda, da motivazioni domestiche: la speranza di ottenere giustizia dal nuovo governo laico nel contenzioso riguardante l’eredità dello “Zio Canonico”. [leggi “Il terribile Giuseppe De Mattias”]. La stessa motivazione, infatti, aveva spinto al tempo della Repubblica Romana (1849) i loro genitori, ultrapapalini, a parteggiare per il nuovo regime.";	testo = testo + " A causa della bancarotta di suo padre, Mariano risiedeva a Roma. Come il cugino, andava spesso a visitare la “Zia Monaca”, dalla quale rimediava qualche cosa, ma soprattutto delle buone esortazioni, perché stesse in guardia in quei tempi pericolosi.";	testo = testo + " Maria aveva ragione di temere per i nipoti. Mariano entrò nell’esercito pontificio e non gli fu difficile ottenere il grado di  brigadiere di artiglieria, visto che Antonio era al servizio del celebre e autorevole monsignor Francesco Saverio De Merode, ministro delle armi.";	testo = testo + " Purtroppo il giovane si lasciò invischiare nei preparativi di un attentato ordito dalle frange irredentiste presenti in Roma. Per poco non finì sulla ghigliottina. Ecco come andarono le cose. Il 22 ottobre 1867 vi fu il famoso attentato alla Caserma Serristori, nel quale molti zuavi rimasero uccisi o gravemente feriti. Alla fine il bilancio fu di ventisette morti, compresi alcuni passanti. L’atto terroristico fu qualificato come un tentativo del governo rivoluzionario italiano, con complicità regie, di procedere “alla già meditata e iterata invasione del piccolo territorio  pontificio sfuggito finora all’iniqua, e sacrilega usurpazione”. Al di là delle roboanti parole, oggi sembra provato che i colpevoli materiali altro non fossero che prezzolati, arruolati da chi intendeva porre le premesse per accelerare la caduta di Roma.";	testo = testo + " Presi i colpevoli più esposti, si venne a scoprire che nella rete era impigliato anche Mariano. L’offerta di denaro rende più comprensibile l’adesione di Mariano: il ragazzo desiderava migliorare la propria condizione economica e non pensava (come forse nessuno lo pensava) che vi sarebbero stati dei morti e così numerosi. Era stato avvicinato dai congiurati che progettavano l’atto terroristico  e si era dichiarato disponibile a collaborare agevolando il superamento della sorveglianza. Per sua fortuna, non gli era stato possibile partecipare, perché ricoverato in ospedale, non si sa se per malattia vera o prudenziale.";	testo = testo + " Si dichiarò innocente, ma le affermazioni dei coimputati accertarono che qualche contatto vi era stato, senza che il brigadiere sentisse il dovere di denunciare il complotto. Il processo si svolse il 23, 25 e 26 settembre: il primo giorno nelle Carceri Nuove e gli altri due nelle stanze del Palazzo Innocenziano di Montecitorio. Mariano partecipò alle sedute con Giuseppe Bossi, Gaetano Tognetti, Giuseppe Monti, Giuseppe Moresi, Domenico Tucci, Pietro Santarelli, Carlo Palanca, Luigi Vandili. Riuscì a dimostrare che nel giorno dell’attentato egli era nell’ospedale di San Gallicano. Troppo poco per uscire innocente.";	testo = testo + " Si legge nella sentenza: il Tribunale “ha dichiarato altresì che non consta abbastanza della complicità di Claudio Marchesi, Mariano De Mattias, Antonio Zamperini (Luigi Claudili e Vincenzo Patrizi) per cui ha ordinato che siano provvisoriamente dimessi a forma, e per gli effetti dell’articolo 446 del (…) Regolamento Organico di Procedura Criminale e che siano passati a disposizione della Direzione Generale di polizia per quelle disposizioni che crederà opportune”.";	testo = testo + " Se l’alibi lo metteva al riparo dalla pena di morte, restava una colpa grave, che veniva qualificata come fellonia e la corte marziale usò la mano pensante. Egli era venuto meno alla lealtà del giuramento militare; colpa aggravata dall’essere un graduato. Fu degradato e sottoposto a vigilanza militare al confino. Gli fu assegnata come sede Sermoneta. Là poteva risiedere in stato di libertà, con il precetto: “di non allontanarsi senza ordine, di astenersi dalle riunioni di popolo, di non associarsi con Militari e con persone sospette in linea politica, di non compromettere la pubblica tranquillità con discorsi od atti qualsiasi, e ritirarsi all’avemaria di ogni sera, sotto pena di un anno di carcere, ed anche di esilio, contravvenendo a qualunque delle dette ingiunzioni”. [11 ottobre 1868].";	testo = testo + " Dopo alcune settimane Mariano presentò istanza di potersi recare a Vallecorsa per quindici giorni. Tutte le informazioni gli furono favorevoli.  La sua condotta veniva definita irreprensibile. Il delegato apostolico di Velletri rispose al vice governatore che, nonostante le buone referenze, non poteva annuire. Il confine meridionale era tutt’altro che tranquillo e da pochi mesi si era avuto, proprio a Vallecorsa, uno scontro con i garibaldini [abbondantissima la bibliografia sull’episodio].";	testo = testo + " Il diniego era del 2 novembre 1868. Tre settimane dopo, il 24 novembre, i congiurati Monti e Tognetti chiusero i loro giorni sul palco della ghigliottina, alle sette del mattino, con morte edificantissima, che suscitò molte polemiche per la mancata commutazione della pena, che Pio IX avrebbe concesso se non vi fosse stata l’opposizione francese e dei familiari delle vittime. Furono indette preghiere di suffragio per i due poveretti e venne anche promossa una raccolta di offerte per aiutare le famiglie dei condannati rimaste senza risorse.";	testo = testo + " Mariano De Mattias poté rientrare a Roma nel 1870, con l’esercito italiano che, violati i confini da ogni parte del Lazio, si apprestava a aprire la breccia di Porta Pia. Probabilmente l’essere stato condannato dal governo papalino gli agevolò l’assegnazione di un posto di impiegato.";	testo = testo + " Sette anni dopo decideva di sposarsi. Il 20 luglio 1876, alle ore 9,10 antimeridiane, presente il padre, Antonio, nella Casa Comunale di Roma sposò Adele Sabatini, di anni ventiquattro, lavandaia. Adele era figlia del fu Augusto e della fu Leopardi Maddalena. Anche Antonio, sessantenne, aveva la qualifica di impiegato. [Anagrafe di Roma, Atto di Matrimonio 858 dell’anno indicato].";	testo = testo + " Purtroppo Mariano morì meno di un anno dopo le nozze, lasciando incinta la moglie. La figlia fu chiamata Emma. Morì di pochi giorni, il 22 giugno 1877. La comunicazione venne data allo stato civile dalla stessa Adele, vedova De Matthias.  [Anagrafe di Roma, Atto di morte 527 dell’anno indicato].";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;		}function rodriguez(){		var testo = "<h3>Lo strano caso dei tre Alfonso Rodriguez</h3>";	testo = testo + "<p>Tra i volumi di Anna Maria Dettori oggi presenti nella Casa di Santa Maria De Mattias, nel museo USpR, acquistano un certo significato i tre volumi degli “Esercizi di perfezione e di virtù cristiane” del padre Alfonso Rodriguez. Sono almeno tre gli Alfonso Rodriguez, tutti e tre famosi per la santità di vita, tutti e tre gesuiti, tutti e tre spagnoli, tutti e tre appartenenti grosso modo alla stessa epoca storica.";	testo = testo + " Il primo nacque a Segovia, in Spagna, il 25 luglio 1533. Alunno dei Gesuiti, figlio di un ricco commerciante di tessuti, continuò il mestiere paterno, pare anche per scarso profitto negli studi. Nel 1560 circa contrasse matrimonio, ma sette anni dopo restò vedovo e, nuovo Giobbe, fu colpito dalla perdita dei figli. Entrato, diremmo oggi, in una crisi depressiva, senza stimoli per continuare a impegnarsi nel negozio, si ingolfò nei debiti. Cercò conforto nel ritorno agli studi interrotti, senza successo. Solo nella vocazione religiosa trovò la pace bramata. Il 31 gennaio 1571 si rese novizio gesuita. Nell’isola di Majorca, dove fu assegnato, come l’evangelista Giovanni sull’isola di Patmos, si dedicò alla contemplazione e all’attività di scrittore, crescendo nella perfezione a tal punto da essere poi dichiarato santo e protettore dei portinai.";	testo = testo + " Il secondo nacque a Zamora il 10 marzo 1599. Inviato missionario in Paraguai, prese parte alle celebri “riduzioni”, ossia villaggi, nei quali venivano radunate le popolazioni abituate fin allora a vagare nella foresta. L’ambiente nel quale visse questo santo missionario è lo stesso descritto nel celebre film “Mission” (1986) di Roland Joffe, protagonista Robert De Niro, musica di Ennio Morricone. Mi riferisco solo all’ambiente e al contesto delle “riduzioni”, perché i fatti narrati nell’opera cinematografica appartengono al secolo successivo. Alfonso Rodriguez missionario morì (15.11.1628) martirizzato insieme a alcuni compagni, a conclusione di una congiura ordita dagli stregoni, contrari alla evangelizzazione.";	testo = testo + " Il terzo omonimo, quello che a noi interessa di più, non fu canonizzato, ma deve essere considerato ugualmente uomo dotto e pio. Cronologicamente andrebbe posto tra i due precedenti. Nacque a Valladolid nell’aprile (sembra il giorno 15) 1538 e morì a Siviglia il 21 febbraio 1616. A diciannove anni entrò tra i Gesuiti. Fu professore di teologia morale, maestro dei novizi e scrittore. Intitolò l’opera sua più famosa: “Ejercicio de perfecciòn y virtudes cristianas”, che uscì a Siviglia nel 1609, in tre volumi. Il trattato ebbe numerosissime edizioni nella lingua originale e traduzioni nelle varie lingue del mondo cristiano. La prima edizione italiana fu realizzata nel 1617 con il titolo che è l’esatta traduzione dello spagnolo: “Esercizio di perfezione e di virtù cristiane”.";	testo = testo + " Scrive Celestino Testori: “La diffusione dell’opera è paragonabile soltanto a quella dell’Imitazione di Cristo, del Combattimento spirituale di L. Scrupoli, della Filotea di s. Francesco di Sales. Pio XI nella sua lettera apostolica ai superiori generali degli Istituti religiosi, del 19 marzo 1924 (AAS 16 [1924], p. 142), mette come terzo autore da leggere dai novizi, dopo s. Bernardo e s. Bonaventura, il Rodriguez, facendo coro, in questo, alla stima universale di cui ha goduto da parte anche di molti santi e di tutti i fondatori di istituti religiosi”. [Enc. Catt., X, cc 1083-1084].";	testo = testo + " Nel 1830 fallì una partenza di Maria alla volta di Norcia, per i moti rivoluzionari del 1830-31. Intorno al 1832 o addirittura ai primi del 1833 la De Mattias aspettava di doversi recare in qualche altro luogo a fondare l’istituto delle Adoratrici del Preziosissimo Sangue. Attendeva con grande ansia la comunicazioni dal suo direttore don Giovanni Merlini, ma non arrivava. La “fretta” era dovuta a una profezia secondo la quale il ramo femminile del movimento dedicato al Preziosissimo Sangue, sarebbe sorto nel 1833, centenario della redenzione. La coincidenza sarebbe stata perfetta e Maria non intendeva lasciarsela sfuggire. Quale miglior modo di celebrare la ricorrenza?";	testo = testo + " E veniamo al motivo per il quale l’opera del Rodriguez ci interessa. Nel 1830 fallì il progetto secondo il quale Maria De Mattias sarebbe dovuta andare a Norcia per soddisfare un’antica richiesta di Bonanni, che fin dal 1822 desiderava consolidare colà una Scuola per Fanciulle. Don Gaspare del Bufalo, che faceva da tramite con il padre di Maria almeno dal 1826, nel 1831 fece sapere a Giovanni De Mattias che il progetto era sospeso a causa delle “circostanze”, ossia a motivo della rivoluzione. Si impegnava a far conoscere le ulteriori decisioni che avrebbe preso il Bonanni. Quattro mesi dopo, il 12 luglio, don Gaspare scrisse direttamente a Maria questa laconica lettera: “Stimatissima Signora Signora Padrona Colendissima. Le vicende hanno ritardato ogni trattato di quanto sulle fondazioni di Norcia si parlò fra me e Monsignor Bonanni. Or torno a scrivere. Lei preghi perché si adempia la volontà di Dio; e con stima, e rispetto sono”. Ovvio che dopo questa lettera Maria si aspettasse nuove comunicazioni. Poiché queste non giungevano, nella prima occasione nella quale don Gaspare passò per Vallecorsa chiese un colloquio con lui in confessionale, per sapere. Il missionario non potè indicare un termine preciso; perciò ella domandò se fosse il caso di entrare in qualche altro monastero, in attesa. La domanda era pertinente perché il Merlini aveva adottato tale soluzione in passato. Maria era stata collocata in “monastero”, tenuto dalle Trinitarie nel suo stesso paese. Possediamo la risposta di del Bufalo, riferita da Maria De Mattias: «...mi sconsigliò di andare in altri Monasteri dicendomi, che in tutti i luoghi poteva farmi santa; che imparassi l’Officio della Beata Vergine e che leggessi il Padre Rodriguez». Fu, questo, l’unico colloquio che Maria ebbe con Gaspare del Bufalo in vita sua.";	testo = testo + " Gaspare del Bufalo amava molto l’opera dell’autore gesuita. La raccomandò nelle regole dei Missionari del Preziosissimo Sangue: come lettura spirituale durante il pranzo, sia nelle Case di Missione che nei seminari. I tre volumi conservati tra i libri di Anna Maria Dettori sono di pochi anni posteriori alla fondazione dell'istituto delle Adoratrici in Acuto nel 1834.</p>"; 	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function andreinaSimoni(){	var testo = "<h3>Andreina Simoni</h3>";	testo = testo + "<table width=\"260\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/RicordinoAndreina.jpg\"></td></tr></table>";	testo = testo + "<p>Andreina Simoni nacque a Patrica, quarta ed ultimogenita dei coniugi Eraldo e Pia Simoni, l’11 agosto 1948. Laureata in architettura, affiancò a sporadiche collaborazioni con alcuni studi di professionisti l’attività didattica. Fu docente molto stimata per il carattere solare, all'occorrenza deciso e tenace, per la sensibilità e la piena dedizione alla sua missione; aveva doti che non solo i colleghi ebbero modo di apprezzare, ma anche gli architetti con i quali rimase in contatto.";	testo = testo + " Di lei si ricorda il saggio ‘Giovanni Merlini architetto’, pubblicato negli atti del Convegno “Giovanni Merlini (1795-1873) Tempi e Personalità”, a cura di Achille M. Triacca, pp. 477-515, Roma 1998, con disegni architettonici e schizzi a mano libera che dimostrano il tratto felice e sapiente.";	testo = testo + " Il 7 settembre 1986, in Sant’Ivo alla Sapienza, a Roma, sposò il dottor Andrea Alberti, specialista in elaborazione dati; Andreina aveva scelto quella chiesa, opera di Francesco Borromini, perché ne ammirava lo stile.";	testo = testo + " Vinse la cattedra presso l'Istituto Edmondo De Amicis di Roma, dove affrontò la nuova esperienza di insegnante, facendosi notare soprattutto per una poliedrica cultura e la cura con cui trattava ogni argomento oggetto della sua disciplina.";	testo = testo + " Durante gli anni della permanenza nella sezione di Ottica, del suddetto Istituto, non si limitò alla funzione specifica di insegnante, ma offrì la sua umanità a tutti gli alunni, specialmente a quelli che dovevano essere educati  all'incontro con una diversa realtà e che riteneva più fragili e bisognosi di una educatrice che sapesse guidarli anche con affetto materno.";	testo = testo + " A lei si deve l'organizzazione di molte gite scolastiche, dove veniva ricercata ed apprezzata per quella cultura vasta e minuziosa, che permetteva all'ascoltatore di approfondire tematiche inerenti pittura, scultura ed architettura.";	testo = testo + " Purtroppo la sua instancabile operosità  venne improvvisamente bloccata da un male incurabile che lentamente ed inesorabilmente le minò tutto il corpo.";	testo = testo + " Le intense cure mediche, a cui si sottopose con tenacia ed ottimismo, portarono alcuni miglioramenti, non tali da permetterle di continuare nella missione di insegnante e nella professione di architetto, ma utili per accudire al <a href=\"javascript:pop(\'andreina2.html\')\">piccolo Federico</a>, per il quale provava un immenso amore, ricambiato dal bambino che, forse consapevole della fine ormai prossima, dettò questa breve poesia a me, che fui scelta dalla sua mamma, in nome dell'amicizia che ci legava, come un futuro punto di riferimento per suo figlio Federico.</p>";		testo = testo + "<p><center><b>La primavera</b><br/><br/>";	testo = testo + "<em>Sbocciano<br/>";	testo = testo + "fiori di primavera<br/>";	testo = testo + "e il vento<br/>";	testo = testo + "li accarezza;<br/>";	testo = testo + "coperto da una quercia,<br/>";	testo = testo + "nell'ombra scura,<br/>";	testo = testo + "appassiva<br/>";	testo = testo + "l'unico tra i tanti<br/>";	testo = testo + "che morì in primavera</em></center></p>";		testo = testo + " <p>Andreina morì il 9 aprile 2001, il giorno e il mese in cui si era spento il papà, diciotto anni prima. Ora riposa nel cimitero di Patrica, nella cappella di famiglia, con i genitori e gli zii don Federico e don Icilio (dei quali si parla in questo sito).</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>(Testo di Giuseppa Rotolo)</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function FamigliaDeRossi(){	var testo = "<h3>La famiglia De Rossi</h3><br/>";	testo = testo + "<h3>di MICHELE COLAGIOVANNI</h3>";	testo = testo + "<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il celebre Pasquale de’ Rossi (1794-1863) che fu professore di diritto romano alla Sapienza, membro della Consulta istituita da Pio IX, ministro di Grazia e Giustizia del primo governo laicale varato dallo stesso pontefice, fondatore del Battaglione Universitario, membro della Costituente, ebbe tre zii paterni, fratelli – cioè – di suo padre Rotilio (n. 14.11.1761). Nell’ordine: Giuseppe (n. 8.1.1764), Pasquale (n. 6.4.1765) e Giovanni (n. 25.11.1775). Fin ora ho sempre posto in risalto il ruolo di riferimento politico (sotto l’aspetto religioso agì in profondità la zia Serafina, che gli sopravvisse) del solo zio Giovanni, simpatizzante di Napoleone, maire (cioè sindaco) di Vallecorsa, trucidato dai fuoriusciti antifrancesi capeggiati dal contumace Pasquale Tambucci nell’aprile del 1814. Degli altri due zii, oltre il nome, non si sapeva quasi nulla. Oggi, per fortunose scoperte da me fatte nell’Archivio Vaticano e nell’Archivio di Stato di Roma, si può aggiungere qualche sostanzioso elemento sul conto degli altri due (specialmente di Giuseppe), e concludere che il futuro professore, ministro e costituente, poté trovare anche in loro, se non soprattutto in loro, ispirazione per le proprie scelte di vita. Certamente non in suo padre, Rotilio, intrigato nelle faccende paesane, tutte di basso profilo, che sono ben note da altre fonti da me edite. In questo breve saggio dirò qualcosa su questi due zii, tornati alla luce quanto basta a renderli plausibili modelli di un ragazzo moderato, votato alla celebrità, il quale sostenne sempre di essere stato educato “dagli anni più teneri alla tranquillità delle lettere” e trascinato in politica dalla “soddisfazione pienissima della gioventù studiosa”, che vide in lui un uomo capace di interpretare il nuovo nel nome di Pio IX prima maniera.</p>";	testo = testo + "<p><b>Quasi gemelli</b><br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Giuseppe de’ Rossi nacque a Vallecorsa l’8 gennaio 1764, dal cinquantanovenne Lorenzo e da Maria Angelica De Mattheis Maranci, di Gaeta, poco più che ventenne, già madre di due figli. Al battesimo ebbe i nomi di Giuseppe Maria Gioacchino Francesco Antonio Pasquale Saverio. Fu chiamato con il nome del fondatore del casato, il protonotario apostolico morto due anni prima, il 17 gennaio 1762. Quindici mesi dopo, il 7 aprile 1765, venne al mondo Pasquale, battezzato con i nomi soprannumerari di Francesco Antonio Vincenzo Camillo. I due crebbero insieme come gemelli<font style=\"color: red;\">(1)</font><br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Giovanissimi (siamo alle prime novità sul loro conto) si recarono insieme a Roma per laurearsi in legge. Percorsero brillantemente il curriculum scolastico dell’Archiginnasio Romano. Fanno fede gli attestati dei loro professori, richiesti nel 1786 per la laurea ad honorem <font style=\"color: red;\">(2)</font>. Michele Di Pietro, futuro e importante cardinale, dichiarava che il signor Giuseppe de Rossi aveva frequentato le lezioni dimostrando preclaro ingegno e che – a giudizio unanime dei professori – si era rivelato idoneo alla laurea dottorale ad honorem <font style=\"color: red;\">(3)</font>. Il prelato non faceva che compendiare fedelmente gli attestati che gli erano stati rimessi dai professori: Agostino Gambarini, docente di diritto civile <font style=\"color: red;\">(4)</font>; P. F. De Mattheis <font style=\"color: red;\">(5)</font>, docente di istituzioni civili; Filippo Maria Renazzi <font style=\"color: red;\">(6)</font>, noto negli ambienti culturali come l’anti-Rousseau; Michele Belli <font style=\"color: red;\">(7)</font>, docente di pandette; Giovanni Devoti <font style=\"color: red;\">(8)</font>, canonista.";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si discostava in qualche modo soltanto il professore abate Giudesindo Andasulla, il quale dichiarava di aver avuto “come uditori i Signori Giuseppe e Pasquale de’ Rossi, giovani ornati sì di grande ingegno e belle arti”, ma con qualche macchia nella storia romana, a causa delle lunghe assenze. ”Nel primo e nel secondo mese [infatti] (nei quali soltanto sette o otto volte si è disputato della storia romana) furono assenti, forse a causa delle difficoltà di lasciare il loro paese”. Dunque si trattava di macchie che prescindevano dal sapere. Le assenze, specialmente se determinate da problemi logistici, non intaccavano il giudizio e infatti anche Giudesindo Andasulla concordava nel riconoscere ai due giovani “eccellenti doti” <font style=\"color: red;\">(9)</font>. Purtroppo, dalla laurea in poi, di Pasquale <font style=\"color: red;\">(10)</font> non si sa quasi più nulla (se si esclude il ruolo di padrino del nipote Lorenzo al battesimo nel 1791)  e si ignora perfino l’anno preciso della sua morte; ma con un fondato ragionamento si può ipotizzare che accadde poco dopo la nascita di Pasquale de’ Rossi juniore. Infatti costui, battezzato con il nome di Luigi fu chiamato di fatto Pasquale1, mentre il nome Luigi fu passato al successivo nato. È molto probabile che egli trovasse impiego lontano da Vallecorsa, nel proprio campo specifico. Giuseppe, invece, rimase in zona, sempre però con una funzione politica, che lo portava a essere rappresentante del paese sia presso il governo centrale pontificio, sia presso quello baronale.<br/>";		testo = testo + "<p><b>Durante la Repubblica Giacobina</b><br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Giuseppe fu il membro della famiglia che maggiormente si espose durante la repubblica giacobina, ma lo fece con una sorta di equilibrio tra le parti contendenti; caratteristica dei possessori di grandi patrimoni, i quali dovevano saper navigare a vista, durante le turbolenze. Chi si affidava all’ago della bussola, che indicava la direzione della massima polarizzazione del potere, poteva approdare a spiacevoli lidi, anche quando erano garantiti da uomini della personalità di Napoleone, che di fatto deluse molti sperticati e interessati simpatizzanti sprofondando nel nulla di Sant'Elena.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nei primissimi giorni del mutamento di regime repubblicano Giuseppe svolse un certo ruolo recandosi con altri a Frosinone per sapere il da farsi e, tornato a Vallecorsa, in base anche alle sue istruzioni, fu alzato l’albero della libertà. Gesto traumatico, l’erezione di quel feticcio, e tuttavia non privo di un certo numero di fedeli, specialmente dopo che le armi francesi giunsero a garantirne le virtù taumaturgiche.";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ancor più importante il ruolo da lui svolto nei mesi seguenti, durante il nuovo regime (e questa è un’altra novità assoluta). Il 13 febbraio 1799 egli radunò nella propria casa il clero di Vallecorsa, in perenne lotta intestina, per una concordia che sarebbe dovuta essere storica. Pio VI era morto in deportazione il 29 agosto 1799 e il successore non era stato ancora eletto, né si sapeva quando sarebbe stato possibile radunare un conclave. L’iniziativa da parte di un laico battezzato merita considerazione come ingerenza nella vita della Chiesa, diritto sancito solo dal Concilio Ecumenico Vaticano II! Trascrivo il documento in forma integrale <font style=\"color: red;\">(11)</font>.</p>";		testo = testo + "<p><em>“Copia. Libertà. Religione <font style=\"color: red;\">(12)</font>. Eguaglianza. Radunati in Casa del Cittadino [Giuseppe <font style=\"color: red;\">(13)</font>] de’ Rossi della Commune di Vallecorsa li Cittadini D.D. Francesco Sacchetti, Ab[a]te Curato di S. Michele Arcangelo, Francesco An[toni]o Mancini, Abate Curato di S. Maria, Giuseppe di Mattia, e Giovan Domenico Lauretti Canonico di S. Martino, Michele Cecio Can[oni]co di S. Angelo, Giuseppe Can[oni]co Capo di S. Maria Can[oni]co [sic, ripetizione] colla presente privata scrittura da valere come publico, giurato Inst[rument]o, sono essi tutti venuti alla seguente convenzione.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si agitava nel passato Governo questione in Roma tra li detti due Abbati Curati, e Canonici  delle Chiese di S. Angelo, e S. Maria, ed i Can[oni]ci della Chiesa di S. Martino tutti della Commune di Vallecorsa, cioè se in mancanza dell’Arciprete di S. Martino debba godere dell’esercizio delle preminenze, o altre prerogative ad esso Arciprete spettanti il primo Can[oni]co di S. Martino sudetto, oppure gli Abbati, e Can[oni]co per anzianità, cioè il primo di qualunque delle tre Chiese Curali, e viceversa, se in mancanza degli detti Abbati di S. Angelo, e S. Maria debba similmente godere dell’eserci­zio delle dette preminenze, e prerogative a detti Abbati spettanti l’Arciprete o il primo Can[oni]co di esse Chiese, in cui manca l’Abbate.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per decidere una tal questione senza dispendio, e colla possibile sollecitudine hanno ambedue le Parti Litiganti convenuto, che la risoluzione della questione debba rimettersi all’arbitrio del Cittadino Vescovo D. Michele di Pietro <font style=\"color: red;\">(14)</font> al presente Pro-Papa, e ciò ch’esso decreterà, debba essere per ambedue le Parti Litiganti una inviolabile Legge, quale debba scrupolosamente osservarsi, né si possa per qualunque titolo impugnare, ed a tal effetto ambe le Parti Litiganti rinunziano a qualunque appellazione, che mai in forza di qualunque Legge potesse competerli <font style=\"color: red;\">(15)</font>.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si conviene in oltre, che se il Cittadino Vescovo di Pietro non potesse o non volesse venire ad una tal decisione <font style=\"color: red;\">(16)</font>, allora le Parti Litiganti debbano venire in commune consenso  all’elezzione [sic] di un altro sogetto, che decida la questione nella mede[si]ma maniera, che doveva deciderla il Cittadino di Pietro <font style=\"color: red;\">(17)</font>, ed alla libera volontà del mede[si]mo, tolta qualunque sorte di appellazione, debba ognuna delle Parti Litiganti come sopra acquietarsi. In fede. Vallecorsa questo dì 25 Piovoso, anno 7 Repubblicano”.</em></p>";	testo = testo + "<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’iniziativa merita un qualche commento, come ho detto, per la sua rilevanza in sé e per certi particolari che potrebbero sfuggire a una lettura troppo corriva. Per la prima volta nella comunità vallecorsana entrano da protagonisti i laici: è Giuseppe che riunisce il clero in casa propria per arrivare a una concordia. I sacerdoti del paese si impegnano a accettare il verdetto del rappresentante del papa. La disponibilità del clero a rimettersi alla guida di un laico potrebbe avere tre radici, di diversa natura e valore morale: la loro incapacità di essere guide del popolo, ma piuttosto a rimorchio di esso; il timore di rappresaglie da parte del potere politico che andava affermandosi; il genuino disagio per una litigiosità meschina che disonorava la religione. Tali “radici” non erano esclusive l’una dell’altra, ma potevano convivere.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ciò che risulta indubbio è il ruolo e l’autorevolezza del mediatore. Il clero accettava la mediazione di Giuseppe de’ Rossi. Non credo che tutti i preti avrebbero accettato quella del fratello Rotilio, intrigante e partigiano, che negli anni 1800-1810 sarà al centro di violenti subbugli campanilistici. E forse neppure quella di Giovanni, troppo schierato dapprima con la Repubblica e poi evoluto in senso napoleonico <font style=\"color: red;\">(18)</font>.";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;La Repubblica, come è noto, ebbe vita molto inconsistente, specialmente nelle aree periferiche come Vallecorsa. L’iniziativa del de’ Rossi non poté avere alcun séguito per mancanza di tempo e di un’autorità con l’ascendente necessario a poter deliberare.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche dopo la caduta della Repubblica Giuseppe de’ Rossi continuò a svolgere importanti funzioni. Ma egli morì trentanovenne, nel 1803 <font style=\"color: red;\">(19)</font>! Il fratello Pasquale era morto, il nipote Pasquale aveva soltanto sette anni, ma la lezione di uomo super partes, la  tenacia nel perseguire risultati di mediazione, probabilmente non perì con lui, ma divenne una preziosa eredità, che il futuro professore e ministro assunse come impegno di vita <font style=\"color: red;\">(20)</font>.<br/>";		testo = testo + "<p><b>Conclusione</b><br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;In attesa di sapere qualche cosa di più dello zio Pasquale, di cui il futuro professore assunse il nome, si può certamente ascrivere tra i modelli di riferimento politico del futuro ministro, in ambito familiare, lo zio Giuseppe, non solo per la diligenza scolastica e il profitto, ma per la condotta politica. Lo spirito conciliatore di Giuseppe mi sembra anzi predominare sullo schieramento netto, filo napoleonico, caratteristico dello zio Giovanni.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per un più completo esame dei modelli familiari occorrerebbe conoscere anche i parenti della linea materna. Sappiamo che sua madre era di Gaeta, quindi “napoletana”. Alla linea prudenziale, dei piccoli passi, il ministro de’ Rossi saprà aggiungere la cordialità e perfino un tocco di chiassosa goliardia. Fu un professore vicino agli studenti e seppe farsi amare dai discepoli, anche per la propensione a non prendersi troppo sul serio, come può essere dedotto da un documento marginale, ma pur sempre significativo: la richiesta, alla competente autorità, di poter incendiare un girello, per festeggiare – io credo – il conseguimento della laurea. Ecco il testo della domanda: </p>";		testo = testo + "<p><em>“Pasquale de’ Rossi supplica per la opportuna licenza di incendiare un girello <font style=\"color: red;\">(21)</font> nella strada del Babuino per il prossimo giorno di domenica 11 del corrente mese di luglio [1819], nel luogo stesso ove nella scorsa domenica ne fu incendiato un altro con il dovuto permesso della S.V.” <font style=\"color: red;\">(22)</font>.</em></p>";		testo = testo + "<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;Da questo testo, ossequioso verso la legalità (“opportuna licenza”, “dovuto permesso”) non si può dedurre con certezza se anche il precedente girello sia stato incendiato per iniziativa di Pasquale de’ Rossi. Sembra proprio di sì. Certo è che Pasquale aveva conseguito la laurea il 5 giugno, classificandosi primo. È verosimile che, dopo i festeggiamenti vallecorsani, egli sentisse il bisogno di coinvolgere i compagni di corso e altri amici, per due domeniche successive, nella propria contentezza.   © Michele Colagiovanni</p>";		testo = testo + "<br /><hr><h3>NOTE</h3>";		testo = testo + "<p>1) L’intera genealogia dei de’ Rossi può essere osservata nel mio volume Pasquale de’ Rossi – Un liberale nella Repubblica Romana del ’49, Il Calamo, Roma 2002, alla p. 20 e, per i dettagli, alle pp. immediatamente seguenti, specialmente nelle note 44-62. L’opera, d’ora in poi, è citata Un liberale… Suppongo anche noto il mio opuscolo Pasquale de’ Rossi professore e colonnello nella Repubblica Romana del ’49, Roma 2002 e la conferenza pubblicata in Index, Quaderni camerti di studi romanistici, 33/2005, Jovene Editore, Napoli, dal titolo Pasquale de’ Rossi: insegnamento del Diritto romano e militanza politica.</p>";	testo = testo + "<p>2) Archivio di Stato di Roma [ASR], Università di Roma, B 99, ff. 257ss.</p>";	testo = testo + "<p>3) ASR, Ivi, f. 257. </p>";	testo = testo + "<p>4) Per Giuseppe, Ivi, f. 258: “ad juris Civilis tractatum de jure dotium assiduum interfuisse, et publicis, privatisque disputationibus diligentiae, et doctrinae optimum praebuisse specimen et jam ab anno proximo elapso 1785 communi Lectorum U. I. suffragio probatum fuisse tamquam idoneum Laureae Doctoris U I ad Lauream assequendam”. Per Pasquale: f. 267.</p>";	testo = testo + "<p>5) Il professor De Mattheis, frusinate, attesta per Pasquale De Rossi negli anni 1783-1784. Ivi, f. 266.</p>";	testo = testo + "<p>6) Filippo Maria Renazzi (1745-1808). Dichiarata costante la frequenza alle lezioni Jurisprudentiae Criminalis, così prosegue per Giuseppe: “Juvenem ergo preaeclari ingenii et singularis doctrinae ornamentis praeditum libentissime prosequor onorifico huiusmodi testimonio” f. 262. Per Pasquale de’ Rossi senior (1784) ivi f. 265.</p>";	testo = testo + "<p>7) Il Signor Giuseppe “diligenter praeclarumque ingenii, sui specimen exhibuisse, ut merito eodem superiori anno facto experimento idoneum compertum fuerit omnium Juris Professorum suffragio, qui ad honoris lauream (…) in Romano Archigymnasio posset contendere”. F. 260. Per Pasquale ivi, f. 269.</p>";	testo = testo + "<p>8) Il canonista Giovanni Devoti (1744-1820) attesta che nell’anno 1783 Giuseppe de Rossi diede prova di frequenza, probità, ingegno e progresso. “Itaque omnium Professorum judicio dignos est habitus, qui subeat honoris certamen pro Juris Lauream obtinenda, atque hoc ego optimo, et erudito adulescenti testimonium dedi”. Ivi, f. 261. Su Pasquale, ivi, f. 270.</p>";	testo = testo + "<p>9) Ivi, f. 263.</p>";	testo = testo + "<p>10) Questa ipotesi, già avanzata da me nel volume sul professor de’ Rossi, Un liberale..., nota 60, p. 236, si rivela sempre più convincente.</p>";	testo = testo + "<p>11) Archivio Segreto Vaticano, Repubblica Romana I, B 11, ff. 153-156.</p>";	testo = testo + "<p>12) Sotto le tre parole del motto si legge, abrasa, la scritta: Repubblica Romana.</p>";	testo = testo + "<p>13) Che si tratti di Giuseppe risulta dalle firme apposte al documento. Figurando lui, dei vari fratelli, attesta che egli era il personaggio di spicco e il più autorevole.</p>";	testo = testo + "<p>14) Michele di Pietro era nato a Albano il 18 gennaio 1747. Dopo la laurea aveva insegnato teologia, diritto e storia ecclesiastica nel Collegio Romano. Nelle vicende che avevano visto Pio VI deportato, era stato dal pontefice nominato delegato apostolico per il governo di Roma (20.2.1798). Si stava comportando con tale fedeltà al mandato e con tale sagacia che, alla caduta del regime repubblicano, riceverà i più grandi encomi e avanzamenti di carriera. Tra l’altro riceverà lo stesso incarico di supplenza nella replica dell’esilio papale durante l’impero napoleonico.</p>";	testo = testo + "<p>15) I sacerdoti vallecorsani non erano disposti a cedere di comune accordo, ma si rimettevano alla sentenza di un estraneo, quale che fosse. Il dettaglio la dice lunga sulla pressione che i parrocchiani esercitavano sui preti, perché difendessero le prerogative di una chiesa sull’altra.</p>";	testo = testo + "<p>16) Michele Di Pietro, all’epoca arcivescovo titolare di Isauria in partibus, è definito “cittadino” e “Pro-Papa”. Il primo termine rompe con il passato, che vedeva la società divisa in clero e laici; dove il titolo arcivescovile rappresentava uno dei vertici dello status clericale; il secondo rompe addirittura con la costituzione dogmatica della Chiesa, chiamando in causa un “pro-papa” che non esiste e non può esistere nella struttura della Chiesa. Le prerogative del pontefice sono personali, in quanto alter Christus e alter Petrus. L’investitura comporta una serie minuziosa di adempimenti da parte del conclave, ognuno dei quali richiesto “ad validitatem”. Esiste la funzione di cardinale vicario, che è ontologicamente altra cosa rispetto al papa. Al vicario il papa stesso demanda alcune competenze, sempre revocabili e sempre da esercitare in comunione piena con il papa, pena la invalidità delle decisioni.</p>";	testo = testo + "<p>17) L’arcivescovo Di Pietro è lo stesso che aveva rilasciato l’attestato amplissimo a favore dei fratelli universitari Giuseppe e Pasquale de’ Rossi, come ho detto in principio. Non è dunque improbabile che Giuseppe, nel momento in cui riuniva nella propria casa il clero di Vallecorsa, avesse potuto assicurare una certa entratura presso l’importante prelato, per fargli emettere il verdetto. Dopo tutto, l’arcivescovo era nativo di Albano e Giuseppe de’ Rossi risultava amministratore di notevoli possedimenti familiari a Morolo!</p>";	testo = testo + "<p>18) Nei registri delle sedute consiliari si conserva qualche discorso da lui elevato a glorificazione del “Grande Imperatore”. Discorso che, unito agli atti conseguenti da lui compiuti, gli costò la vita per mano dei renitenti alla leva. Cfr. il mio volume Il Triangolo della Morte, il brigantaggio di confine nel Lazio meridionale tra Sette e Ottocento, Il Calamo Editore, Roma 2001.</p>";	testo = testo + "<p>19) Il suo atto di morte è conservato nell’Archivio Parrocchiale di San Martino, Registro dei Morti, 1803, 13 aprile. Un liberale…, p. 232, nota 40.</p>";	testo = testo + "<p>20) Il nome di Giuseppe de’ Rossi figura ancora nella seduta consiliare del 18 settembre 1804, ma come defunto, in quanto attore del tentativo di transazione con la Casa Colonna nel recente passato. è storia nota, che può essere letta nel mio volume. Archivio Comunale di Vallecorsa, Sedute consiliari, alla data, ff. 18s e 29. Un liberale…, p. 234, nota 45.</p>";	testo = testo + "<p>21) Il “girello” era uno degli elementi dei fuochi pirotecnici, più modesto della “girandola”. Ho trovato notizie... illuminanti sulla passione dei romani per i fuochi pirotecnici in ASV, Segr. Stato,  1823, R. 152, F. 2 (ex B. 497). Dalle distinte si ricavano costi e termini gergali: “razzi a botta, razzi a fiamma, razzi chiari, fontane per finali, fontanoni grossi di nuova forma, botti in batteria, girelli con lumi e fontane, giuochi matematici da variarsi, sbruffate di palle, razzoni, razzoncini, girelloni...”. L’illuminazione “doppia” di San Pietro, cupola e facciata inclusa la piazza, richiedeva 400 scudi di sola materia prima, sego. La spesa era ingente [il valore di uno scudo 1 scudo equivaleva a 100 euro] anche perché occorreva un esercito di operai per consentire l’accensione contemporanea di migliaia di fiaccole. Per i fuochi di Castello, celeberrimi, bisognava allestire un sistema per prevenire gli incendi, in particolare  “le tinozze e secchi che è necessario tenere impostati ne’ consueti luoghi, quali oggetti servono per spengere il fuoco che non di rado si accende in qualche sito del forte medesimo”. Né andava trascurato il rischio di dover riparare i tetti danneggiati dalle esplosioni.</p>";	testo = testo + "<p>22) ASR, Camerale III, B. 2139, f. 127.</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function CasaStanza(){	var testo = "<h3>La Casa della Stanza</h3>";	testo = testo + "<p>Un documento originale conservato nell’Archivio Generale delle Adoratrici del Sangue di Cristo [I c 1, 1] riporta la seguente perizia: “Impero Francese. Oggi che siamo alli 28 dicembre 1813. Io qui sottoscritto Perito Architetto Domiciliato a Ceccano, in seguito delli ordini ricevuti da’ Signori Giovanni de’ Rossi, e Giovanni di Mattia domiciliati ambedue nella Comune di Vallecorsa ad effetto di stimare due di loro case  poste entro la detta Comune, quindi essendomi portato alla faccia del luogo, ed avendo  il tutto ben attentamente osservato, ed a seconda della loro situazione e qualità  di esse ne ho formato una esatta  Perizia nella maniera seguente, cioè: Casa del Signor De Rossi in contrada Sciurarello confinante con la strada a tre lati, Signor Filippo Cipolla, Francesco Ferracci, Salvatore Ferranti, Signora Gioconda de’ Vecchis...”.";	testo = testo + " Segue la descrizione minuziosa dell’attuale Casa di Santa Maria De Mattias, la quale pertanto deriva da una permuta e era in precedenza la Casa de’ Rossi, non quella dove nacque il professore di Diritto romano, Ministro di Grazia e Giustizia e fondatore del Battaglione Universitario, visto che il battesimo fu registrato in San Martino, mentre la casa di cui si parla è sotto la giurisdizione di Sant’Angelo.";	testo = testo + " La tesi è confermata dalla constatazione che i documenti dell’epoca collocano l’antica Casa De Mattias (quella ove la Santa nacque) là dove successivamente troviamo il Palazzo de’ Rossi. Se ne deduce che i De Rossi fecero la permuta di una loro casa con quella dei De Mattias per ampliare il palazzo dove erano andati a abitare (i primi de’ Rossi risultano parrocchiani di Sant’Angelo).";	testo = testo + " I De Mattias accettarono la permuta perché trovarono più decorosa la casa nella quale andarono a vivere e che ancor oggi offre un bell’esempio di abitazione di famiglia benestante in ambito provinciale. Oltre tutto essa era confinante con il palazzo de’ Vecchis, sul quale Giovanni De Mattias poteva vantare qualche diritto avendo sposato in prime nozze Rosaria de’ Vecchis.";	testo = testo + " Tornando alla Perizia, essa è firmata, oltre che dall’architetto Vincenzo Cerroni, da Giovanni de’ Rossi, da suo nipote Lorenzo (fratello di Pasquale) e da Giovanni Di Mattia. Il valore è stabilito 1.104 scudi, pari a 5.908 franchi francesi. Purtroppo non è presente la perizia dell’altra casa, quella che i Di Mattia cedettero ai de’ Rossi in permuta.";	testo = testo + " Giovanni de’ Rossi, avvalendosi dell’autorità di maire, ossia di sindaco in epoca francese, quando si trattò di dare una sede ai Carabinieri, scelse la casa dei Gaioni, in Borgo, con il pretesto che i proprietari abitavano a Roma e la residenza restava vuota. Ne nacque una lite che non dovrebbe aver avuto un nesso con la tragica fine del maire, anche se il capo dei congiurati, Pasquale Tambucci, era legato ai Gaioni. [Archivio di Stato di Frosinone, Del. Ap, B 1409, F 3815; Archivio di Stato di Roma, Buon Governo, II, B. 5296]. Per la strage che segnò la fine di Giovanni De Rossi vedi Il Triangolo della Morte, il brigantaggio di confine nel Lazio meridionale tra Sette e Ottocento, Il Calamo Editore, Roma 2001.</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>(M.C.)</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function renataScotto(){	var testo = "<h3>Renata Scotto</h3>";	testo = testo + "<table width=\"225\" align=\"left\"><tr><td><em>Dedica al museo archivio<br/>“Una Stanza per Refice” da<br/>parte di Renata Scotto</em></td></tr><tr><td><img src=\"images/dedicaScotto.jpg\"></td></tr></table>";	testo = testo + "<p>Al di là della cronaca della presentazione degli Atti del Convegno Internazionale su Licinio Refice, tenuto a Roma nel Pontificio Istituto di Musica Sacra [cfr la sezione bibliografia nella home page] l\'appuntamento è stato importante per le testimonianze del grande soprano Renata Scotto, le cui memorie, riguardanti il maestro ciociaro sono un saggio in più, e molto autorevole, da aggiungere agli Atti stessi. Due sono state le occasioni di incontro, molto diverse tra loro. La prima cominciò nel settembre 1953, all\’Alfieri di Torino. Margherita da Cortona era in programma per il 9, sotto la direzione dall\’autore. In città c\’era una certa curiosità di vedere il sacerdote sul podio, ma anche di assistere allo spettacolo che aveva avuto il suo battesimo nel Teatro alla Scala ben quindici anni prima e numerose repliche in ogni parte d\’Italia. Refice, sempre esigentissimo, già alcuni giorni prima aveva raggiunto Torino per le prove: secondo il solito dapprima con i solisti, poi con il coro, poi con l\’orchestra e infine tutti insieme.";	testo = testo + " “Io ero giovanissima” – racconta la Scotto – “e il Maestro mi incuteva soggezione, per vari motivi: perché era un sacerdote, ma soprattutto perché era l\’autore. Con gli autori non si può obiettare. Se dicono di volere una certa coloratura del personaggio, così deve essere. Refice si mostrò di una gentilezza squisita, ma – come ho già detto – voleva che l\’interpretazione fosse in un certo modo e finché non si riteneva soddisfatto faceva provare e riprovare. Io ero Chiarella, la rivale della protagonista, interpretata da Elisabetta Barbato”.";	testo = testo + " [Nell\’opera, infatti, dopo che ha conosciuto Margherita, il nobile Arsenio ripudia Chiarella, una pastora del luogo, che aveva preso come amante. Durante una battuta di caccia Chiarella, sapendo che Arsenio non c\’è, da ripudiata si reca al castello per avere un chiarimento con Margherita. Le due donne hanno un drammatico confronto, che si trasforma in uno scontro terribile, durante il quale entrambe si rinfacciano le umili origini e l\’intenzione di compiere la scalata sociale.]";	testo = testo + " Il successo fu pieno, come annotò un giornalista: “Lietissima la cronaca della serata; il pubblico tributa all\’opera un vivo successo, accogliendola con scroscianti applausi ed invocando più e più volte alla ribalta il maestro Refice ed i principali interpreti”.";	testo = testo + " Renata Scotto era ai primi passi sul palcoscenico, ma già affermata. Prometteva di diventare una delle stelle del firmamento lirico, come di fatto è stata. Ma cediamo ancora la parola a lei: “Avevo appena venti anni” - dice. “Nel frattempo ne sono passati molti altri e il ricordo, pur sufficientemente nitido, sembra un sogno” – aggiunge. “Più nitida, invece, la memoria del grande concerto di New York, quando interpretai Cecilia, ma il Maestro non c\’era. Il Maestro era morto da venti anni!”.";	testo = testo + " Invitata a raccontare la storia della esecuzione newyorchese, dice: “Nel 1976 un personaggio importante della musica sacra americana, R. Mickelson mi contattò per dirmi che intendeva eseguire Cecilia di Refice. Io non conoscevo la partitura. Sapevo, naturalmente, dei grandi successi che con essa aveva conseguito Claudia Muzio. Non sapevo che cosa rispondere, ma egli insistette tanto che mi riservai di decidere dopo averla esaminata.";	testo = testo + " La lettura nella versione per canto e pianoforte fece breccia nel mio animo. Poi volli sentire i brani in circolazione interpretati dalla Muzio e mi entusiasmai. Dissi a me stessa: Io devo cantare quest\’opera. Deve entrare nel mio curriculum!. E così il concerto si fece, davanti a un pubblico sterminato, entusiasta”, nella Avery Fisher Hall il 13 dicembre 1976. Cantarono con la Scotto il tenore Harry Theyard e il baritono George Fourié. L\’orchestra e il coro erano diretti da Angelo Campori.";	testo = testo + " Ma a questo punto Renata Scotto ha una sorpresa. Ha portato un CD che contiene un\’ampia sintesi della esecuzione newyorchese e intende farla ascoltare al pubblico presente in sala.";	testo = testo + " L\’apparecchiatura portata in sala in tutta fretta presenta qualche problema e si sta per rinunciare, ma la Scotto insiste. Quando l\’apparecchio comincia a funzionare, diventa difficile trovare il punto preciso dove inizia il Processo a Cecilia, che Renata vorrebbe proporre all\’ascolto. Si cerca con lo scorrimento veloce e i minuti passano. La Scotto, a un certo punto, se ne esce con una battuta micidiale, accolta da un grande applauso: “Invece di stare a perdere tempo per trovare il punto preciso, perché non l\’ascoltiamo dal punto in cui siamo?”. ";	testo = testo + " E così è iniziata la parte più bella dell\’incontro. La grande cantante, pur restando seduta al tavolo della presidenza, si immedesima nuovamente nella parte che viene diffusa dalle casse stereo e sembra che canti davvero al momento, così come è lei che canta nel cd. Si agita, si contorce. Rivive in sé e fa rivivere all\’uditorio il concerto di New York.";	testo = testo + " Poiché durante i lavori della presentazione degli atti si era accennato a un pregiudizio, secondo il quale la musica di Refice, pur rivelando la mano di un sapiente maestro dotato di abilità tecnica, non sarebbe autenticamente sentita, la grande cantante, al termine dell\’audizione dice: “I veri giudici della sincerità della musica siamo noi interpreti e non i critici. Io vi dico che la musica del maestro Refice è travolgente, prende profondamente”.";	testo = testo + " Questo giudizio conferma quello di Arturo Toscanini, che assegnava a Refice il massimo della capacità drammatica, tra gli autori del suo tempo.";	testo = testo + " Renata Scotto ha incantato il pubblico presente per il suo carisma e per l\’umanità.</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>Sergio Sacchetti</em><br />";	testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function elenaRizzieri(){	var testo = "<h3>Elena Rizzieri</h3>";	testo = testo + "<p>Elena Rizzieri è nata a Grignano Polesine il 6 ottobre 1922. Oggi divide il suo tempo tra Roma e le sue amate Alpi, nel Trentino. Il suo appartamento romano è affacciato su un lungotevere boscoso. Dal balcone, alto, la città si offre in una panoramica  – come si usa dire – “mozzafiato”, che invece i polmoni sembra aprirli al respiro ampio di chi vorrebbe riempirsi di ciò che contempla.";	testo = testo + " Incontrarla è una gioia, per chi ha dovuto attendere il suo rientro dal nord, per un incontro e forse il dono di una lettera che Refice le diresse nel lontano 1952. Della lettera possiedo già una fotocopia, procurata dal maestro Giuseppe Marchetti. L\’originale potrebbe trovare posto nel museo archivio “Una Stanza per Refice”, se il soprano si decidesse a donarlo.";	testo = testo + " Elena Rizieri non ha paura della sua età e la rivela con naturalezza, quasi a sbalordire l\’interlocutore, che non crede ai propri occhi. Dirle: “Ma no! Impossibile!” – può sembrare una formalità, ma detto qui tra noi è la pura verità.  Se avesse la civetteria di togliersi gli anni, come l\’aveva Refice, potrebbe dichiararne quindici di meno, tranquillamente. È attivissima. Partecipa a giurie e imparte lezioni.  Ha una governante, ma non  disdegna di andare a fare la spesa da sé.";	testo = testo + " Interpretò Cecilia a Barcellona nel 1952, il 20 e 30 maggio; infine il 2 giugno, ma non ricorda molto di quei giorni, pur conservando la lettera di Refice, che però dice di non poter rintracciare, perché erano cose che suo marito soltanto sapeva dove metteva e ora il marito non c\’è più. Vedrà. L\’immenso appartamento è pieno di ricordi e le pareti tappezzate di fotografie, incorniciate, delle sue varie interpretazioni: sono centinaia; ma la lettera di Refice chi sa dove starà riposta...";	testo = testo + " Gliela leggo dal libro che il Maestro Marchetti mi ha consegnato con dedica, perché glielo offrissi: “Gentilissima Signorina Rizzieri, grazie molte per le sue gentili espressioni, lieto che «Cecilia» abbia dato al suo spirito un poco di gioia e di sereno abbandono! Partirò per Barcellona il 13 maggio (martedì prossimo). Dopo questa data è impossibile trovare un posto nelle carrozze letto. Dolente di non poterla vedere a Roma, l\’attenderò a Barcellona e fin d\’ora Le auguro le cose migliori. Distinti saluti. Licinio Refice”. Elena si compiace, sorride.";	testo = testo + " L\’esecuzione di Barcellona era affidata alla direzione di Angelo Questa. Interpreti, con la Rizzieri protagonista, erano Alvinio Misciano, Armando Dadò, Antonio Cassinelli, Rosaria Gomez e altri. Refice andò lo stesso con molto anticipo, perché amava seguire le prove e spesso interveniva a suggerire il modo di affrontare alcuni passaggi che non lo soddisfacevano, anche quando, come in quel caso, non era lui il direttore.";	testo = testo + " La Rizzieri non ricorda molto e allora sono io a rinfrescarle la memoria, sciorinando ciò che so, per averlo letto nel volume del maestro Giuseppe Marchetti e ascoltato da detentori della tradizione orale sul maestro ciociaro. Volesse Dio che sapessi anche dove giace la lettera che Refice diresse a lei! Chi sa, forse la donerebbe. Continuo a parlarle di Barcellona.";	testo = testo + " Elena era una ragazza degna della mitica sposa di Menelao, quella che provocò la guerra di Troia perché rapita da Paride. Il maestro Refice era preoccupato, perché doveva andare con tutta la troupe a ricevere una delegazione che giungeva dagli Stati Uniti in transatlantico. Si trattava di una spedizione di ecclesiastici invitati al concomitante Congresso Eucaristico Internazionale di Barcellona. La capeggiava il celebre cardinale Francis Spellman, in fama di essere assai severo e Refice stesso lo aveva sperimentato quando si era trattato di compiere la tournée americana con i “Cantori Romani di Musica Sacra”. Perché era preoccupato, Refice? La Rizzieri era giovane e il caldo imperava su Barcellona. Talvolta si presentava alle prove, diciamo così – con un eufemismo –, come chi non teme di prendere un raffreddore, ma anzi gradisce l\’alito del vento che penetra tra ramo e ramo, tra foglia e foglia e dà un brivido a tutte le cose.";	testo = testo + " Il maestro la catechizzò: “Mi raccomando, quando andremo al porto per l\’accoglienza, niente scollature!”. La Rizzieri, dopo tante ammonizioni, si presentò accollatissima, come se fosse stato il mese di novembre, allorché, anche chi non teme il raffreddore, qualche precauzione la prende. Con sorpresa, quando la carovana scese dal transatlantico, insieme agli ecclesiastici venne giù una incredibile frana di signore scollatissime, tutte appartenenti alle associazioni cattoliche. Quasi quasi Refice si dispiacque di non aver lasciato libera la Rizzieri. Avrebbe potuto opporre alla quantità la qualità.";	testo = testo + " Le tre rappresentazioni furono un successo. Ne dava notizia Elena stessa con una lettera diretta al librettista Emidio Mucci in Roma. Le leggo la lettera di risposta del Mucci, che dovrebbe essere accanto alla lettera di Refice: “Gentilissima Signorina Rizzieri. Graditissima mi è pervenuta la sua lettera con gli estratti di stampa veramente lusinghieri per lei. Il personaggio della patrizia romana Cecilia – come giustamente osserva la Vanguardia Española – non è facile ad essere interpretato, esigendo oltre alle doti vocali, non comuni qualità di intima penetrazione e di armonioso atteggiamento. Ma io, conoscendo le sue vaste possibilità non sono rimasto per nulla meravigliato degli entusiastici consensi da lei ottenuti sia da parte del pubblico che della critica. Brava! Bravissima! […]”.";	testo = testo + " La Rizzieri ride di gusto e in modo sonoro. È pimpante, espansiva. Ora che ha sentito rievocare l\’episodio, qualche cosa le torna alla mente. Ma non il ripostiglio della lettera del Refice e del Mucci. In compenso verga un pensiero augurale per il Museo-Archivio di Refice per il quale, con la complicità della governante, offre anche una sua bella foto. “Ero giovane” ¬– dice con un certo rimpianto – “ma sto bene e ringrazio Dio”.";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>©Michele Colagiovanni (maggio 2006)</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function mariaViscardi(){	var testo = "<h3>Maria Viscardi &nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'viscardi.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<p>Maria Viscardi nacque a Roma il 26 maggio 1887 e morì a Roma il 15 marzo 1966. Conobbe Refice al Liceo Santa Cecilia di Roma e rimase legata a lui da amicizia, unitamente alla famiglia.";	testo = testo + " Fu la prima interprete della incipiente produzione del Maestro. Si ritirò abbastanza presto dalle scene, dopo aver cantato, nei principali teatri d’Italia e del mondo, in circa 23 anni, 840 volte, il che fa una media di oltre trentacinque recite l’anno.";	testo = testo + " Giulia e Tommaso Falzetti hanno dedicato al soprano un bel volume, che raccoglie le principali recensioni alle sue interpretazioni. Si intitola “Maria Viscardi una vita per il canto”, Signorelli Editore, Roma 1966, ricco di foto dell’artista, una anche di Refice con dedica.";	testo = testo + " La pubblicazione ha il merito di conservare memoria di una “voce” che seppe ricavarsi uno spazio nel panorama artistico del suo tempo. Gli autori del volume raccolgono i principali articoli di giornale che esaltarono le interpretazioni del soprano lungo tutto l’arco della carriera, che ricostruiscono puntigliosamente, pur senza indicare né i luoghi né gli anni delle prestazioni della Viscardi.";	testo = testo + " Mancano perfino le date di nascita e di morte, che ho potuto ricavare dall’anagrafe mortuaria del Verano, sebbene ella sia sepolta al Flaminio. Dalla lettura della monografia esce la figura di una grandissima artista, che affascinò il pubblico del suo tempo anche per la presenza scenica, oltre che per le doti vocali e interpretative.";	testo = testo + " Interrotta la carriera dopo poco più di un ventennio, negli ultimi tempi fu indotta a tornare al canto, ma solo per incidere brani. Si conserva il testo di una cartolina che Refice inviò alla cantante: «L’attendo domani alle ore 8, se può. Le comunicherò cose buone! Saluti alla mamma». Gli autori non citano la data.";	testo = testo + " Le buone notizie potrebbero riferirsi al concerto del 9 giugno 1912, durante il quale la Viscardi cantò due liriche di Refice “applauditissime”.  Nel volume, come ho già detto, è riportata una dedica di Refice alla Viscardi su una propria fotografia con la dicitura: «A Maria Viscardi, con affettuosa riconoscenza e ammirazione.";	testo = testo + " Licinio Refice. 4-VI-912 – Roma». Nella parte superiore Refice verga il titolo e il tema musicale della lirica Miranda, che il maestro compose su testo di Antonio Fogazzaro.";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>Irene Mirabella</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function augustaOltrabella(){	var testo = "<h3>Augusta Oltrabella</h3>";	testo = testo + "<p>Nacque a Savona il 27 dicembre 1906. A soli cinquantaquattro anni smise di calcare le scene per darsi all'insegnamento. Fu la prima grande interprete di Margherita da Cortona nel Teatro alla Scala di Milano e in numerosi palcoscenici d'Italia.";	testo = testo + " Voce molto versatile e interprete sensibile, impersonò un centinaio di ruoli diversi nei teatri di tutto il mondo, anche al Metropolitan di New York, dove a Refice sarebbe piaciuto rappresentare una propria opera. Infatti durante la tournée del 1946-1947 avviò concrete trattative e il ruolo di Margherita sarebbe toccato molto probabilmente alla Oltrabella.";	testo = testo + " Legata a Refice da sincera ammirazione, come del resto suo marito, il grande soprano fu più volte a Patrica, in occasione delle feste più solenni e anche a Santa Maria Maggiore in Roma, durante le sue soste a Roma. Riguardo all'esecuzione al Metropolitan non se ne fece nulla, forse anche per pregiudizio religioso della direzione del Teatro.";	testo = testo + " L'Oltrabella cantò anche alla prima esecuzione dell'Oracolo, dato a Milano, all'Angelicum. Fu trasmesso dalla radio e Refice lo ascoltò da Patrica, non rimanendone entusiasta. Se ne piccò e, forte della confidenza che aveva con la cantante, le comunicò il proprio disappunto mediante una cartolina dal tono insolito.";	testo = testo + " Augusta si affrettò a rispondere: “Milano 16.4.1946. Carissimo Maestro, ho avuto oggi la vostra cartolina, non comprendo quel tono. Penso che non abbiate ricevuto la mia lettera da Pisa. Ed allora mi spiego. Vi ripeto ancora che l'Oracolo ha ottenuto un vivissimo successo e anche al mio ritorno qui, da Pisa, ho ancora raccolto gli echi della più viva approvazione e del più sincero entusiasmo. [...].";	testo = testo + " A me dispiace che la trasmissione non sia stata chiara, così avreste potuto constatare voi stesso, la portata del successo. Parto domani per Fermo e là passerò la Pasqua. Il 25 sarò a Milano, il 26 andrò a Pavia con Butterfly. Il 1° a Brescia con i Rusteghi. Auguro a voi ed ai vostri cari tutti liete feste pasquali, e penso con nostalgia agli anni felici quando ho potuto passare vicino a voi le feste.";	testo = testo + " Auguri, auguri e pace. Pace per la vostra terra travagliata. Saluti e auguri da Piero per tutti voi. Molte care cose da me con vivo ricordo. Augusta”. Marisa e Claudia Simoni, figlie di Eraldo, procuratore di Refice, negli ultimi anni di vita del Maestro, erano studentesse nel convitto delle Adoratrici del Sangue di Cristo in Via Pannonia a Roma.";	testo = testo + " La domenica si recavano presso i loro parenti romani: la zia Anita (maestra di Libero de Libero e sposata a Angelo Onori);  Aminta, cognata del Maestro avendo sposato Plinio, fratello convivente di lui; oppure da Bice Quattro Ciocchi, sposata a Ennio Simoni. Quando andavano dalla zia Aminta incontravano spesso i grandi cantati che visitavano il Maestro. Ricordano di aver incontrato qualche volta Augusta Oltrabella.";	testo = testo + " Un giorno era in bigodini, perché usciva dalla toilette.  La zia, scherzando, disse loro: “C’è la Oltrabella, oggi Oltrabrutta”. Voleva dire che era in tenuta casalinga. La lettera e l’episodio danno una dimostrazione convincente del grado di confidenza che intercorreva tra il Maestro e la cantante, cosa del resto abituale, perché Refice aveva un suo fascino quasi irresistibile.";	testo = testo + " La carriera del soprano si concluse nel 1960 a Como, dove interpretò Colloquio col Tango di De Banfield, a dimostrazione della sua apertura perfino alle avanguardie musicali; cosa che avrebbe fatto volentieri anche Refice, ma diceva: “Non posso andare oltre Debussy”. Augusta  si spense nel 1981, all'età di settantacinque anni.";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>Irene Mirabella</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function reficeFascismo(){	var testo = "<h3>Refice e il Fascismo</h3>";	testo = testo + "<p>Refice non fu mai fascista, ma neppure lo si può definire antifascista, anche se in privato si faceva matte risate sul Duce, o di certi suoi aspetti folcloristici. Si può addurre come esempio il discorsetto composto per l’inaugurazione del nuovo cesso nella sua casa patricana, fatto di proposito in puro stile mussoliniano, che declamò con la stessa enfasi. Con caparbietà magari egoistica e egocentrica perseguì i propri obbiettivi, usufruendo di ogni possibilità che gli si offriva di esprimersi, chiunque gliene potesse procurare l’occasione. Negli aspetti compatibili, in qualche modo anche collaborò con il fascismo, ma per forza di cose anche lo contestò alla radice.";	testo = testo + " Vediamo di spiegare le due affermazioni, in apparenza inconciliabili. Collaborazione e contestazione sono affermazioni forse troppo forti. Sarebbe meglio dire che utilizzò il contesto epocale per dire le cose che sentiva di dire, nessuna delle quali è etichettabile come fascista. Non sarebbe improprio sostenere che, cinicamente, indusse il regime alla collaborazione, negli aspetti compatibili o confluenti. Quanto alla contestazione del regime, essa è insita nel messaggio cristiano.";	testo = testo + " Emidio Mucci, era sicuramente un fascista convinto, anche se – come molti ve ne furono – non violento, perfino mite. Ebbene: la maggior parte delle grandi composizioni che Refice musicò, anche grazie ai testi del Mucci, sono implacabili contestazioni del regime. Prendiamo il caso di Cecilia, inerme davanti all’autorità del Prefetto di Roma. Questi dice alla fanciulla: “Non sai che ho il potere di vita o di morte?”. Cecilia gli risponde: “La potenza dell’uomo è come un otre gonfio di vento”. Né diverso messaggio scaturisce dalla risposta che dà Agnese al Prefetto.";	testo = testo + " E che dire di Margherita da Cortona, dove va in scena un vero confronto di classi sociali: il popolo di Cortona contro “nobili, clero, mercanti”, mentre le simpatie degli autori vanno al popolo semplice?</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>Michele Colagiovanni</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function vieRefice(){	var testo = "<h3>Vie dedicate a Refice</h3>";	testo = testo + "<p>Per quanto se ne sa, vie dedicate a Refice si trovano a Patrica,  Frosinone, Latina, Perugia, Civitavecchia, Roma, Francavilla Fontana e Sassuolo. A Patrica e a Roma, in quanto hanno in Refice il “genius loci”, l’intitolazione è avulsa da qualunque riferimento al contesto. Nelle altre città, invece, la via a lui dedicata si trova connessa con quelle che portano il nome di altri musicisti. Può essere di qualche interesse conoscerli.";	testo = testo + " A Latina via Licinio Refice immette in via Gianfranco Malipiero e incontra via Tommaso Traetta. A Civitaveccchia la via dedicata a Refice ha attorno quelle intitolate a Gioacchino Rossini, Bonaventura Somma, Roberto Zandonai, Albinoni, Claudio Monteverdi.";	testo = testo + " A Francavilla Fontana Via Licinio Refice è connessa con le vie dedicate a San Francesco, Leoncavallo, Paisiello e Giordano.";	testo = testo + " A Perugia Via Licinio Refice, oltre alla direttrice San Sisto Lucugnano, incontra Giovanni Sebastiano Bach, Via Le Muse e Antimo Liberati.";	testo = testo + " La via di Roma dedicata a Licinio Refice ha vicino quelle dedicate a Ernesto Boezi e Cilea. A Sassuolo via Licinio Refice sbocca in via Zandonai e prosegue con Via Casella</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function reficePerosi(){	var testo = "<h3>Due lettere di Refice a Perosi e una conferenza</h3>";	testo = testo + "<p>Ho letto di recente il volume di Andrea Amadori dal titolo: “Lorenzo Perosi. Documenti e inediti”, di ben 782 pagine, Cesena 2006. È interessante perché descrive la natura e la gravità delle turbe che attraversarono la mente del grande musicista di Tortona. Per il il resto, credo che l’autore stabilisca una sorta di primato: quasi ottocento pagine su Perosi senza mai nominare Refice! Sarebbe come scrivere un libro su Fausto Coppi senza nominare Gino Bartali, o viceversa. Così fu vissuta la loro vicenda artistica dalle rispettive tifoserie, specialmente nell’ambiente romano. Pare che, proprio come nel caso dei due ciclisti, mentre i sostenitori dell’uno e dell’altro si fronteggiavano chiassosamente, con animosità e denigrazioni, i due “idoli” si stimassero. Sull’argomento c’è un saggio di monsignor Giuseppe Capone, pubblicato negli Atti del Convegno Internazionale di Studi dedicato al tema “Refice e la Musica Sacra del Novecento”. Ma chi smentisce in modo più convincente è Refice stesso con alcuni testi pubblicati da Irene Mirabella, in due testate diverse: l’Epistolario di Refice, negli stessi Atti appena citati, e una conferenza radiofonica pubblicata sulla rivista semestrale Il Sangue della Redenzione n. 6, 2-(luglio dicembre 2005), pp 137-166. Non va dimenticato che Perosi aiutò Refice economicamente, nei primi tempi e che Refice non mancava di ricordare con gratitudine il gesto in ogni occasione, come si può leggere nella lettera che riporto per intero.";	testo = testo + " Il 23 gennaio 1949 ricorreva il cinquantesimo anniversario della prima esecuzione dell’oratorio La resurrezione di Cristo di Lorenzo Perosi. Il Circolo di San Pietro organizzò una apposita celebrazione nell’aula magna del Pontificio Istituto di Musica Sacra, per le ore 17.30. Refice non fu invitato. Chiese di poter intervenire e rivolgere un saluto al Maestro Perosi. La direzione del circolo, dopo febbrile consultazione pregò Refice di non intervenire, non essendo la sua presenza “necessaria”. Questo strano comportamento, molto probabilmente, fu motivato dal carattere imprevedibile del Refice, spesso polemico.";	testo = testo + " Refice scrisse a Perosi la seguente lettera.  «Mio caro Maestro, sono profondamente addolorato e mortificato! Lei stasera non mi vedrà all’Istituto! - Non può credere quanto mi rincresca, ma Lei non mi vedrà! Avevo chiesto agli organizzatori delle feste in Suo onore che mi concedessero di rivolgerLe una mia intima parola di saluto nel corso della celebrazione odierna – Non più di cinque minuti; avrei voluto anche manifestare ai presenti quello che c’è di più caro nell’anima mia verso di Lei, Maestro; rivelare qualcheduna almeno, di quelle cose che nessuno sa e che meritano il più alto apprezzamento! - Me lo hanno negato; hanno detto che non “era opportuno” che io interloquissi!! Tutto questo mi fa un male enorme. I miei cinque minuti non avrebbero, certo, guastato la linea dignitosa della Celebrazione, non avrebbero urtato in nessun modo la sua suscettibilita`: son sicuro, anzi, che avrebbero fatto tanto piacere al suo cuore, e a tutti, perché tutti attendevano questa mia parola. -. Pazienza!. - Non c’è bisogno di dirLe, Maestro, che, malgrado tutto, il mio cuore resta sempre per Lei, sempre pieno di riconoscenza, di devozione, di ammirazione profonda e commossa! Che Iddio Le conceda ogni bene - Aff. Dev. suo Licinio Refice . 23 gennaio 949».";	testo = testo + " L’indomani, 24 gennaio, lesse in classe, agli alunni del Pontificio Istituto, il discorsetto che avrebbe voluto tenere al Circolo San Pietro. Non contento di ciò, in seguito, fece in modo che venisse pubblicato, anche perché temeva che la lettera che aveva inviato non fosse stata recapitata a Perosi. Ecco di seguito il discorso, che è anche uno squarcio autobiografico: «Mio caro Maestro, mi sia consentito rivolgerLe un saluto particolarissimo; un saluto che sgorga dal cuore colmo di riconoscenza e di ammirazione commossa. Quando i miei superiori scoprirono la mia inclinazione alla musica, incominciarono a discutere: lo mandiamo a Ratisbona, a Roma, a Milano a Pesarò?... Ma io avevo ben fissa in testa la mia decisione; e aiutato paternamente dal Venerato padre De Santi, fui io a vincere: a Roma! A Roma per tante ragioni; ma forse, al di sopra di tutte, perché a Roma avrei avuto la possibilità di star vicino a Lei, Maestro; era la mia speranza. Non potrò mai dimenticare il mio primo incontro con Lei. Avvenne in una calda mattina di luglio di un’epoca ormai lontana, alla scuola di Piazza Pia dei Fratelli della Misericordia. Arrivai che mi sentivo il cuore in gola. Lei, che aveva tra le mani la partitura delle Variazioni di Elgar, mi accolse bene. Io portavo con me due piccole cose mie. Un inno a quattro voci Te Joseph celebrent, e una specie di madrigale a sei voci.";	testo = testo + " Lei, Maestro lesse con interesse quelle piccole cose; mi fece delle osservazioni di cui allora, data la mia impreparazione, non seppi valutare la portata; e poi mi disse di tornare la sera per assistere alle lezioni dei piccoli cantori della Sistina. Ci tornai, di fatti, e da quella sera ebbe inizio il periodo meraviglioso del mio studio e della mia vera formazione alla Musica Sacra. Allievo, in un primo tempo, del venerato Maestro E. Boezi, e poi allievo del conservatorio di S. Cecilia, tutte le sere continuai a recarmi alla Scuola di Piazza Pia, per assistere alle lezioni dei piccoli. In quelle esercitazioni, di cui non so dire la poesia, il culto per le opere grandiose della polifonia sacra - Palestrina, Vittoria, Lasso - cresceva in me a dismisura. Il nutrimento vitale, dunque, che sostanziava i miei studi, emanava dal Suo spirito Maestro, ed alla Sua opera! Vi ero attaccatissimo. Ella ricorderà infatti di avermi sempre visto presente a quelle indimenticabili prove per le grandi solennità e dovette certamente notare la commozione profonda che suscitavano in me lo studio e l’esecuzione degli immortali capolavori che dalla Sua voce, dal Suo gesto prendevano commozione e vita. E quando quella musica Ella dirigeva, la Sua figura, esile allora, appariva come trasfigurata nello sguardo, nell’atteggiamento, e quasi anche fisicamente ingigantita. Dopo quelle prove, dopo quelle esecuzioni, io tornavo a casa, non soltanto ammirato, ma direi quasi oppresso: niente di più grande per me! E me ne davo la ragione: era una materia incandescente a contatto della scintilla più viva. A quella scuola ebbi la migliore formazione alla Musica Sacra. Né mancò più tardi il largo tratto di beneficenza. Doveva essere eseguito all’Augusteo un mio nuovo lavoro. Io non avevo allora un editore. Dunque tutte le spese per approntare il materiale orchestrale e corale avrei dovuto sostenerle io. Ma io non potevo. Presi il coraggio a due mani e ne parlai a Lei, Maestro. Neppure un attimo di esitazione! Immediatamente un assegno bancario era nelle mie mani. E il “Martyrium Agnetis Virginis” venne alla luce. Sopravvennero poi le vicende della vita, la complessa attività artistica, ma la Sua figura Maestro, il Suo cuore buono, la Sua arte umanissima furono e sono per me motivi di venerazione e di gratitudine profonda. Licinio Refice E il mio sentimento di quando l’avvicinavo, con trepidazione e commozione negli anni lontani di Piazza Pia è rimasto immutato! Iddio La conservi per anni ed anni, Maestro mio! Aff.mo Dev.mo. Licinio Refice».";	testo = testo + " E veniamo alla trasmissione radiofonica. Era stata tenuta alla radio una conversazione sulla musica sacra contemporanea nella quale non si era fatto né il nome di Perosi né il suo. Refice protestò energicamente, sollecitato anche da molti ascoltatori indignati. Così gli fu dato spazio per rimediare alla omissione. Possediamo il testo dattiloscritto con molte correzioni autografe. Lo ha pubblicato, come si è detto, Irene Mirabella. Basterebbero queste pagine a smentire la leggenda di una rivalità astiosa tra i due musicisti, con particolare accentuazione in Refice nei confronti del Perosi. Che in quegli anni soffriva di depressione.";	testo = testo + " Disse dunque Refice alla radio, sul tema della musica sacra: «Ma la popolarità maggiore in Italia viene raggiunta dalla musica di Don Lorenzo Perosi.  In occasione del Congresso Eucaristico di Venzia (1896) scrive La cena del Signore che aggiunta poi ad altre due parti, l’Orazione al monte e la Morte del Redentore, costituisce la trilogia sacra La Passione di Cristo, suo primo oratorio. Subito dopo scrive la Trasfigurazione di Cristo, la Resurrezione di Lazzaro, la Resurrezione di Cristo. Questo ultimo è il lavoro che rese celebre il nome di Lorenzo Perosi. Il successo della sua prima esecuzione alla chiesa di SS. Apostoli a Roma (Novembre 1898) fu veramente grandioso. L’Oratorio passò trionfalmente per tutte le grandi città italiane».";	testo = testo + " «Gli altri suoi oratori si susseguono quindi in quest’ordine cronologico: il Natale del Redentore, l’Entrata di Cristo in Gerusalemme, la Strage degli Innocenti, Mosè, il Giudizio Universale, Cantata Dies iste per il 50° della definizione dogmatica della Immacolata Concezione, il Transitus Animae e In Patris memoriam».";	testo = testo + " «Lungi dal soffermarci in un analitico esame della produzione perosiana, noteremo in rapidissima sintesi come la sua musica sia illuminata dalla intima fiamma della Religione musica sgorgante da un cuore pieno d’amore per l’umanità, libera da sovrapposizioni e da infingimenti.112 Lo studio profondo del canto gregoriano, delle opere di Palestrina e di Bach che avevano guidato per anni il giovane musicista ha un’influenza chiarissima nei suoi primi lavori. I corali di sapore gregoriano, le magnifiche costruzioni vocali e il contrappunto fugato e le elaborazioni strumentali dei suoi primi oratori lo dimostrano ampiamente».";	testo = testo + " «Più tardi, e specialmente nel Mosè, un altro grande faro proietta la sua luce sull’opera perosiana: Riccardo Wagner. Lo strumentale, dapprima scialbo e privo di colore, acquista maggiore interesse fino a spingere il maestro verso grandi quadri sinfonici, come il passaggio del Mar Rosso nel Mosè, come la Resurrezione dei morti nel Giudizio Universale, ecc. Ma a parte queste evidenti espressioni di assimilazioni, la musica di Don Lorenzo Perosi assume costantemente un atteggiamento proprio e caratteristico. La vena melodica che dal suo estro si sprigiona è di una tenerezza dolcissima sempre, ricca soprattutto di un sentimento elegiaco puro e toccante. Il lirismo straripa da tutte le parti, soverchia gli antichi schemi, tende a manifestarsi con l’impeto di energie fresche e novelle. E se la forma dei suoi lavori sia nella costruzione basilare che nel tessuto strumentale lascia qualche volta indecisi e inappagati, il linguaggio della sua anima viva, palpitante, elegiaca, finisce per commuovervi e per convincervi nell’accettazione completa della sua parola ingenua come quella di un fanciullo che vi apre l’anima soavemente».";	testo = testo + " «Se lo smarrimento non si fosse impadronito del suo nobile spirito, se la sua sensibilità troppo vasta fosse stata contenuta nell’armatura di una volontà potente, se altissimi problemi spirituali non l’avessero apppassionato, Lorenzo Perosi, e per l’orizzonte di sua genialità e per i fondamenti culturali di cui è fornito, sarebbe potuto divenire il maestro compiuto della rinnovata coscienza musicale italiana».</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>Michele Colagiovanni</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function messina(){	var testo = "<h3>Il Maestro Refice a Messina: tragici e festosi aspetti del soggiorno</h3>";	testo = testo + "<p>Il 18 agosto 1949, a Messina, la locale Accademia Musicale Santa Cecilia programmò in Cattedrale musiche religiose di Refice con il soprano Lidia Cremona, il tenore Manfredi Pons de Leon e l’organista Alessandro Gasperini. Il presidente dell’Accademia, colonnello Arturo Nicotera e tutti i cultori di musica messinesi avrebbero desiderato la presenza del Maestro, quale ospite d’onore.";	testo = testo + " Refice, da parte sua, ben volentieri avrebbe presenziato, perché non era uno che si tirava indietro quando c’era da esibirsi in un ruolo che si era conquistato con tanta fatica e in tempi avversi (parlo dell’anticlericalismo e di un certo rigore da parte della Chiesa verso manifestazioni che emanassero anche lontanamente odore di mondanità o, peggio ancora, di modernismo).";	testo = testo + " Il musicista era a Camaldoli e gli impegni risultavano davvero inconciliabili, considerata la distanza che lo separava dalla città dell’evento: lo Stretto, in quel caso, era ben più largo! Il successo fu entusiastico. Ne dava notizia il colonnello Nicotera a Refice a mezzo telegrafo: “Basilica Cattedrale affollatissima pubblico plaudente commosso squisito ascoltatore elevato pensiero musicale magnificamente espresso valorosi cantanti resta ansiosa attesa acclamare in Messina autore giorno dedicato Santa Cecilia punto Accademia Musicale est riconoscente”.";	testo = testo + " Dunque Refice aveva promesso di essere a Messina per la festa di Santa Cecilia, la protettrice della musica e dei musicisti, che cade – come è noto – il 22 novembre. Intorno alla metà di quel mese il Maestro era già nella Città dello Stretto per inaugurare la stagione artistica al Teatro Savoia.";	testo = testo + " Giunse in largo anticipo per iniziare le prove del poderoso impegno che aveva proposto. Avrebbe preferito la messa in scena di un’opera completa e non sarebbe potuta essere che Cecilia; ma si usciva dalla guerra e i finanziamenti a favore di manifestazioni, tutto sommato, ludiche, scarseggiavano.";	testo = testo + " Sarebbe perfino sembrato improprio, se non offensivo, elargire denaro per il superfluo quando in troppi erano privi del necessario. Fu adottata la forma concertistica, con gli stessi artisti della esibizione in cattedrale. Il programma, però, era adeguato al teatro. Erano previsti i migliori brani della produzione lirica del Maestro, tratti da Cecilia, da Margherita da Cortona, dal Martyrium Agnetis e dal Trittico Francescano.";	testo = testo + " Della propria tragedia infinita Messina portava i segni sovrapposti, stratificati: terremoto del 1783, terremoto del 1908, guerra mondiale terminata da appena quattro anni, che vi aveva imperversato... Tra le vittime del conflitto mondiale, insieme con la Cattedrale, il monumentale organo di Giovanni Tamburini, con 5 manuali e 127 registri: il più grande d’Europa. Restaurato sollecitamente e temperato dal maestro Gasperini, come si è detto, aveva accompagnato il concerto reficiano del maggio.";	testo = testo + " Vittima della guerra pure il Teatro Savoia, anch’esso restaurato: Refice era fiero di partecipare all’una e all’altra risurrezione. L’apoteosi dell’accoglienza si concluse con un pranzo di gala offerto dal colonnello Nicotera nella propria abitazione. La serata fu, in un certo senso, guastata dai discorsi che si tennero, piuttosto in linea con la “Morte” di Cecilia, con le macerazioni di Margherita e con il desiderio di Francesco di ricevere nelle carni le piaghe del Signore, sicché per il Maestro, che amava una diversa convivialità, fu una sorta di Martyrium Agnetis.";	testo = testo + " Sensibilissimo, Refice dava segni di disagio e inutilmente cercò di deviare il discorso. Fu riaccompagnato in albergo nervosissimo. Si chiuse nella sua stanza e entrò nel letto aspettando il sonno che non arrivava. Il pensiero dalla guerra ormai spenta gli andò ai terremoti sempre in agguato. Messina distrutta. Certamente il pensiero gli corse soprattutto al tragico episodio della morte di Adalgisa Biscossi, figlia del medico condotto di Patrica nei primi anni del secolo. La ragazza, di origine messinese, era fidanzata con il militare patricano Simone Simoni.";	testo = testo + " Adalgisa, prossima alle nozze, era rimasta sepolta sotto le macerie prodotte dal sisma del 1908 in una casa di Reggio Calabria, con il fratello e la cognata, durante una vacanza che si era concessa. Per due ragioni l’ipotesi intorno ai pensieri di Refice a Messina è plausibile, sebbene senza prove documentali. Il giovane Refice, studente a Roma, era rimasto scosso al pari dell’intero paese per quella tragedia così lontana eppure così vicina... Fatti nuovi provvedevano a rendere le remote emozioni (erano passati quarant’anni!) molto vicine e inscindibili.";	testo = testo + " Simone Simoni, il militare che aveva perduto la fidanzata a Reggio Calabria, asceso in seguito al grado di generale per meriti di guerra, era entrato nel parentato del Maestro grazie al matrimonio del fratello convivente, Plinio Refice, con Aminta Simoni, cugina del generale. Nel 1943 il figlio di Simone, Gastone, era perito eroicamente a El Alamein e nell’anniversario Refice aveva sentito il bisogno di comporre un Requiem. A riempire il calice amaro, nel 1944 il generale stesso aveva incontrato una morte tragica, finito tra le vittime della strage punitiva delle Fosse Ardeatine.";	testo = testo + " Nella insensata rappresaglia, scaturita dall’altrettanto insensato atto terroristico di Via Rasella, era morto anche un membro del Capitolo Liberiano, al quale Refice apparteneva: don Giuseppe Pappagallo, fulgida figura di sacerdote. Come poter pensare che tutto ciò non tornasse alla mente del musicista e non fosse esasperato dai discorsi inopportuni durante una cena notturna? Terremoti, guerre, stragi, ma anche animali selvaggi e domestici, terrorizzavano Refice, figurarsi quella sorta di accanimento rievocativo… Si sentiva terremotato interiormente.";	testo = testo + " Balzò dal letto, si rivestì e scese nella sala d’accoglienza. Seduto in un angolo del divano, attese fumando una sigaretta appresso all’altra. Di tanto in tanto sfogliava delle carte, forse le partiture del grande concerto, non meno drammatiche. Al mattino, insolitamente presto, giunse il tenore Pons de Leon, per condurre il Maestro in un giro turistico. Il portiere gli disse: “Il maestro Refice la sta aspettando in sala, dove ha passato tutta la notte!”. Il tenore corse con il sorriso sulle labbra, ma fu investito da una violenta invettiva: “A quest’ora ti presenti!”.";	testo = testo + " Il cantante, strabiliato, guardò il proprio orologio e lo mostrò, giustificandosi: “Maestro, sono appena le sette e mezzo!”. Pons de Leon, nei giorni seguenti, offrì una cena in onore di Refice e molti furono invitati. Nonostante l’amicizia e la familiarità con il tenore, che più volte aveva prestato la sua voce alle partiture reficiane, il Maestro ignorava che avesse una moglie ciociara. La notizia e le portate di suo gusto, annaffiate con vino siculo, galvanizzarono il Maestro.";	testo = testo + " I commensali, dietro l’esempio del Refice, si misero a lodare ogni singola portata, sicché a Refice non restò che associarsi alle lodi alle quali egli stesso aveva dato l’attacco, chiosando: “Per forza! È ciociara!”. Divenne il leit motiv della serata. Come la padrona di casa compariva sulla porta con un ulteriore vassoio fumante, prima ancora di sapere che cosa contenesse, tutti in coro esclamavano: “Per forza! È ciociara!”. Ma il vino era indubbiamente messinese e faceva il suo dovere. I due diversi simposi possono fornire una esemplificazione delle improvvise svolte della musica reficiana.";	testo = testo + "<br /><br /><b>NB:</b> Nella prima stesura, sulla base delle notizie riferite dall'ambiente familiare, la morte di Adalgisa veniva da me collocata a Messina. Mie nuove ricerche hanno appurato che il tragico evento si verificò a Reggio Calabria. cfr su questo sito l'articolo \"<em>Il tenente Simone Simoni e il terremoto di Messina…</em>\".</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>Michele Colagiovanni</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function mariaPedrini(){	mariaPedriniIndex();}function mariaPedriniIndex(){	var testo = "<h3>Maria Pedrini, l\'antidiva &nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'pedrini.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<br />";	testo = testo + "<div id='nascitaStudi'><h5><a href='javascript:nascitaStudi()'>La nascita e i suoi studi <font style=\"color: red;\">(1)</font></a></h5></div>";		testo = testo + "<div id='viceClaudiaMuzio'><h5><a href='javascript:viceClaudiaMuzio()'>La vice di Claudia Muzio</a></h5></div>";		testo = testo + "<div id='stampaReficePedrini'><h5><a href='javascript:stampaReficePedrini()'>La stampa su Refice e Pedrini</a></h5></div>";		testo = testo + "<div id='periodoGuerra'><h5><a href='javascript:periodoGuerra()'>Il periodo della guerra</a></h5></div>";		testo = testo + "<div id='antidiva'><h5><a href='javascript:antidiva()'>Un\'antidiva</a></h5></div>";		testo = testo + "<div id='vitaPrivata'><h5><a href='javascript:vitaPrivata()'>Nella vita privata</a></h5></div>";		testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>©Michele Colagiovanni (aprile 2008)</em><br /><hr><h3>NOTE</h3>";		testo = testo + "<p>1) La rievocazione della figura di Maria Pedrini, da me a lungo desiderata, è stata possibile grazie alla collaborazione della professoressa Clementina Missiroli Cantoni di Brisighella e del dott. Marco Buonocore, nipote del soprano. Il mio contributo è stato la scoperta delle lettere della Pedrini e della Magnoni nell’Archivio Centrale dello Stato, come pure le infondate e denigratorie notizie riguardanti Oliviero de Fabritiis. A queste notizie ho aggiunto quelle conservate in USpR. Brisighella ha dedicato una bella pubblicazione a Maria Pedrini, con importanti contributi di illustri studiosi e una completa rievocazione della attività artistica di lei.  Si intitola “Maria Pedrini celebre soprano di Brisighella”  (Brisighella 1985). Non va taciuto che le persone delle quali la Pedrini si lamenta per il trattamento scortese ricevuto (Jenner Mataloni e Guido Buffarini-Guidi) sono le stesse che si distinsero nell’applicazione delle vergognose leggi razziali introdotte nella legislazione italiana. Anche in quel caso, non segnalava gratuite accuse.</p>";	testo = testo + "<p>2) «Il comm. [Americo] Barberi, che Maria Pedrini ricordò sempre, poi, con devozione e con gratitudine [...] le permise di essere il doppione dell’allora famosissima Claudia Muzio, già sofferente. Il comm. Barberi la fece preparare, infatti, in tutte le opere che la Muzio doveva cantare durante la stagione, facendola andare tutte le sere al teatro e dandole così la fortunata occasione di prepararsi nel modo migliore al suo futuro di artista, nonché di recepire , con l’attenzione e la musicalità che la distinguevano, le più piccole sfumature della grande arte di quella celebre soprano. Infatti la scuola della insigne interprete  completò quella del Conservatorio e segnò un periodo importantissimo della sua vita, anche perché la Muzio ebbe sempre per lei, che andava continuamente nel suo camerino, parole di di fiducia sul suo avvenire, di grande apprezzamento della sua voce, e le fu generosa  di tanti accorgimenti e di tanti preziosi consigli. In particolare, l’esecuzione della Norma da parte della Muzio fu un episodio molto importante per Maria Pedrini , come quella, del resto, di tante opere comprese  nel cartellone del teatro, tra cui la Cecilia del maestro Refice. Infatti, fu lo stesso Refice che, quando la Muzio eseguì la prima volta detta opera a Roma, si rivolse a Maria Pedrini perché si tenesse pronta nell’eventualità di una sostituzione. Ed infatti fu chiamata ad eseguire nel 1936 la Cecilia, di cui aveva imparato  ogni battuta alla scuola della Muzio...». Da “Maria Pedrini celebre soprano di Brisighella”, cit.</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";		document.getElementById('pagina').value = 1;	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function nascitaStudi(){	var testo = "<div id='nascitaStudi'><h5><a href='javascript:nascitaStudi1()'>La nascita e i suoi studi <font style=\"color: red;\">(1)</font></a></h5>";		testo = testo + "<p>Maria Giuseppa Filippa Pedrini nacque a Brisighella il 3 febbraio 1910 da Virgilio e Annunziata Peleggi. Il padre era originario di Torino, la madre della Sicilia. In apparenza un incontro culturale eterogeneo; in realtà unidirezionale: grande senso dell’onore in Annunziata e tradizione “nei secoli fedele” in Virgilio.";		testo = testo + " A Brisighella nacque per caso, perché suo padre, tenente dei carabinieri a cavallo, fu per qualche anno con la famiglia nella suggestiva cittadina romagnola, essa stessa equilibrio quasi miracoloso tra sacro e profano, tra laicità e radicamento ecclesiale. Maria  fu sempre fiera di dichiararsi “romagnola”, terra «bella e forte», come la sentiremo dire tra poco in una drammatica lettera al segretario particolare di Benito Mussolini.";		testo = testo + " La città natale fa bene a non considerarla una figlia occasionale. Le ha dedicato il rinato Teatro comunale e un concerto annuale la ricorda, anche grazie alla donazione del nipote dottor Marco Buonocore, figlio di una sorella del soprano. Da Brisighella la famiglia Pedrini si trasferì a Barge, in Piemonte, quindi a Genova, a Sestri Levante e infine a Roma, sempre al seguito della carriera paterna.";		testo = testo + " Nella Capitale Maria studiò presso le suore di Piazza Fiammetta e furono le religiose a notare che la voce, il modo di cantare della loro alunna, non erano di quelle che si sentono e si vedono spesso. Partecipava tutta la persona. Divenne la cantante del collegio, ma si cominciarono anche prospettare per lei ipotesi di carriera. Fu un dramma per i genitori, così gelosi dell’onore della figlia.";		testo = testo + " La professione “artistica” era connotata dalla mondanità, spesso indecente – e non occorre certo attardarsi per dimostrare il fondo di verità che conserva l’affermazione ancor oggi, quando anzi si è superato ogni limite nel campo dello spettacolo. Del resto i Pedrini avevano un esempio nella tradizione familiare: Adelina Patti (cugina di primo grado della nonna materna di Maria Pedrini), grande cantante dalla vita piuttosto sregolata.";		testo = testo + " Ma una vocazione è una vocazione e l’arte dello spettacolo non è immorale per natura sua. Maria Pedrini vinse anche  quella difficile prova con l’aiuto di persone sensate. Ammessa al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, studiò canto sotto la guida di Edvige Ghibaudo e si diplomò nel 1931. Nell’anno stesso debuttò con Mefistofele di Arrigo Boito nel ruolo di Elena e, avendo deciso di partecipare al concorso internazionale di Vienna, lo vinse.";		testo = testo + " Iniziava in tal modo, e con rapida ascesa, una carriera che la vide spesso al Teatro Reale dell’Opera di Roma, dove compì il suo nuovo debutto con Le nozze di Figaro di Mozart. Nel teatro romano incontrò i nomi migliori della musica del tempo e divenne amica e confidente di Claudia Muzio e di Licinio Refice. </p>";						document.getElementById('nascitaStudi').innerHTML = testo;}function nascitaStudi1(){	var testo = "<div id='nascitaStudi'><h5><a href='javascript:nascitaStudi()'>La nascita e i suoi studi <font style=\"color: red;\">(1)</font></a></h5></div>";				document.getElementById('nascitaStudi').innerHTML = testo;}function viceClaudiaMuzio(){	var testo = "<div id='viceClaudiaMuzio'><h5><a href='javascript:viceClaudiaMuzio1()'>La vice di Claudia Muzio</a></h5>";		testo = testo + "<p>Per Licinio Refice pensare a lei come vice di Claudia Muzio fu dunque una investitura naturale e concordata. È già un altissimo complimento, perché il Maestro (che aveva dovuto anche lui combattere la sua battaglia per accedere al teatro da sacerdote) era attentissimo a scegliere le interpreti delle sue due opere. Un compito gravoso, ma la Pedrini era consapevole dei propri mezzi e per estensione di voce sapeva di essere perfino meglio dotata della “divina” al tramonto... Era pronta a calcare le scene fin dalla prima di Cecilia, al Teatro Reale dell’Opera di Roma, il 14 febbraio 1934, ma la Muzio era ancora in piena forma e fu un trionfo grandioso.";		testo = testo + " Maria inviò un caloroso telegramma di rallegramenti al maestro Refice. «Lietissima magnifico gran successo Cecilia invio sincere sentite congratulazioni. Maria Pedrini». Era anche un modo per ricordare che c’era. Di certo, nella sua bontà, la supplente non si augurava di dover subentrare alla grande titolare: la Muzio era sempre stata una insegnante per lei <font style=\"color: red;\">(2)</font>! Anche Cecilia, come Maria, era nata occasionalmente in Romagna. Refice era solito passare alcuni mesi ogni anno nell’Abazia del Monte di Cesena, presso i benedettini e là aveva composto l’opera sulla vergine e martire romana, in vista dell’anno santo del 1925, senza poterla rappresentare per le stesse motivazioni – aggravate – che avevano rischiato di impedire la carriera della Pedrini (un sacerdote nei teatri lirici!).";		testo = testo + " Ecco perché padre Giuseppe Pasini, della comunità benedettina di Cesena, telegrafò a Refice: «Cecilia nata in Romagna trionfa a Roma. Noi amici ti applaudiamo e ci auguriamo di avervi a Cesena.  Pasini». Dai trionfi di Roma Cecilia passò a quelli sudamericani, sempre con Claudia Muzio: al Colon di Buenos Ayres, al Comunal di Rio de Janeiro e quindi a Montevideo. Il momento della Pedrini giunse il 22 febbraio del 1936 a Trieste. I cartelloni riportavano il nome della Muzio, ma in scena andò lei. Aveva ventisei anni e una notorietà ormai solida. Ma la Muzio era unica! Fu un successo straordinario, un passaggio di consegne adeguato.";		testo = testo + " Il Popolo di Trieste, giornale di grande diffusione, scrisse della interprete: «Maria Pedrini ha dato alla figura della protagonista dolcezza d’espressione così nel canto per il quale sa valersi di una voce calda e pastosa, animata da un sentimento di soave candore, come negli atteggiamenti scenici improntati alla mistica realizzazione della vergine pura. Vivissima impressione la Pedrini ha destato spe¬cialmente nell’ultimo atto, nella scena della morte, realizzata con appassionata e commovente drammaticità» (23.2.1936).";		testo = testo + " Non mancarono i rallegramenti della Muzio stessa, che aveva potuto seguire la magnifica interpretazione alla radio, dal letto del dolore (nell’ultima replica, lo spettacolo fu radiotrasmesso). Da Trieste la compagnia passò al San Carlo di Napoli. Anche qui i cartelloni (o perché preparati in anticipo, o per atto di deferenza e augurale verso la Muzio, non riportavano il nome della Pedrini, ma ormai si sapeva che sarebbe stata comunque una grande interpretazione. E così accadde. Era presente, tra il pubblico, Pietro Mascagni. Il successo si rinnovò nelle repliche napoletane e .poi a Palermo: un autentico trionfo, al quale volle essere presente il cardinale Luigi Lavitrano, che aveva studiato nel paese natale di Refice, Patrica, nella Scuola Apostolica ivi aperta da padre Filippo Valentini.";		testo = testo + " In agosto Cecilia fu data a Torino, sempre con la Pedrini protagonista: in tutto undici esecuzioni, quasi sempre sotto la direzione dell’autore.</p>";						document.getElementById('viceClaudiaMuzio').innerHTML = testo;}function viceClaudiaMuzio1(){	var testo = "<div id='viceClaudiaMuzio'><h5><a href='javascript:viceClaudiaMuzio()'>La vice di Claudia Muzio</a></h5></div>";				document.getElementById('viceClaudiaMuzio').innerHTML = testo;}function stampaReficePedrini(){	var testo = "<div id='bio1'><h5><a href='javascript:stampaReficePedrini1()'>La stampa su Refice e Pedrini</a></h5>";		testo = testo + "<p>La stampa fu sempre molto attenta alle iniziative di Refice e – di conseguenza – degli interpreti e viceversa. “La prima di Cecilia di Refice al Massimo”, titolava il “Il Giornale di Sicilia” del 23.4.1936, con fotoritratto di Maria Pedrini; GIUSEPPE SALA intitolava il suo servizio: “Le grandi manifestazioni della prima.";		testo = testo + " Cecilia, azione sacra di Licinio Refice ottiene un vivo successo al Teatro Massimo”, su “L’Ora”, del 24.4, con quattro fotografie: Maria Pedrini, Giuseppe Garuti, Mattia Sassarelli e Ebe Ticozzi. Ancora GIUSEPPE SALA, “Cecilia di Licinio Refice acclamata al Teatro Massimo”, su “L’Ora della Sera”, 24.4, con.le fotografie di cui sopra.";		testo = testo + " “Il Giornale di Sicilia” dello stesso giorno, a firma N.S., titolava: “[Cecilia] Al Teatro Massimo. “L’Avvenire d’Italia”,  del 24: “La seconda di Cecilia al Massimo”, su “L’Ora”, 26.4.1936. IGNAZIO CIOTTI, “Cecilia di Refice al Massimo”, su “Rassegna”, 10.5.1936.";		testo = testo + " Anche il concerto eseguito a latere dell’opera ebbe recensioni lusinghiere: “Vivo successo dell’oratorio di don Refice al Conservatorio”, su “Il Giornale di Sicilia”, 7.5.1936. “L’oratorio di S. Agnese di Refice a Palermo”, su “Avvenire d’Italia”, 8.5.1936. “Vivo successo dell’Oratorio [Martyrium Agnetis] di Don Licinio Refice al R. Conservatorio di Musica”, su “Giornale di Sicilia”, 8.5.1936. “Oratorio del Refice a Palermo”, su “L’Osservatore Romano” del 9.5.1936: «Il lavoro, diretto dall’autore, ha riportato un grandioso successo e verrà replicato».</p>";						document.getElementById('stampaReficePedrini').innerHTML = testo;}function stampaReficePedrini1(){	var testo = "<div id='stampaReficePedrini'><h5><a href='javascript:stampaReficePedrini()'>La stampa su Refice e Pedrini</a></h5></div>";				document.getElementById('stampaReficePedrini').innerHTML = testo;}function periodoGuerra(){	var testo = "<div id='periodoGuerra'><h5><a href='javascript:periodoGuerra1()'>Il periodo della guerra</a></h5>";		testo = testo + "<p>Purtroppo l’apice della carriera di Maria Pedrini coincise con un periodo triste della storia d’Italia, nel quale alle arie e romanze del teatro lirico si sovrapposero i racconti della tragica realtà e, alle ouvertures, il suono tragico delle sirene e i colpi di tamburo delle bombe. Già prima che si scatenasse l’inferno furono anni di ristrettezze per gli operatori artistici. È della Pedrini una lettera al segretario di Mussolini, Osvaldo Sebastiani, nella quale chiede di poter lavorare per sostenere la famiglia. Documento dolente, da me scoperto nell’Archivio Centarle dello Stato.";		testo = testo + " Una grande artista, una donna di superiore moralità, è costretta a stendere la mano per vivere! C’è tanta dignità nelle sue parole. Ecco i testi, manoscritti in una grafia senza sbavature: «Eccellenza! Perdonate se oso disturbarVi, ma è per chiederVi un’udienza particolare che mi rivolgo alla Vostra bontà –. Ragioni gravissime e urgentissime inerenti alla mia attività artistica mi spingono a rivolgermi all’E.V. giacché al Ministero di competenza al quale mi sono rivolta non ho ottenuto alcun risultato. Fiduciosa che vorrete ricevermi ed ascoltarmi, Vi porgo i miei più distinti ossequi e ringraziamenti.";		testo = testo + " Devotissima Maria Pedrini, Artista lirica. Roma 26.10.940/XVIII. Via Merulana 94». Sebastiani inviò a Maria  un biglietto invito “urgente”, convocando la cantante alle “ore 18,30/19 del 28 corrente o domani martedì 29”. Maria si presentò il 28, ma non parlò con il Sebastiani, bensì con un suo collaboratore – il segretario del segretario di Mussolini – il quale lasciò per il superiore un riassunto del colloquio avuto. Sintetizzava così il problema esposto dall’artista: «Chiede l’interessamento dell’Avv. Sebastiani, non essendo stata quest’anno scritturata da alcuno dei teatri lirici.";		testo = testo + " Riferisce di essere stata a parlare al Ministero della Cultura Popolare e di non aver trovato quella comprensione che essa si aspettava, in considerazione della sua anzianità teatrale. Scriverà, precisando le segnalazioni delle quali ha assoluta necessità, poiché molto confida nella benevolenza del Segretario Particolare del DUCE nei suoi riguardi. 29 Ottobre XIX». La parola Scriverà era sottolineata a penna nel compendio dattiloscritto.";		testo = testo + " Ecco la lettera promessa, nella stesura manoscritta della Pedrini: «Eccellenza! A seguito della mia precedente lettera in data 26 corrente e dietro suggerimento del Segretario particolare dell’E.V. ho l’onore di esporVi quanto segue: Sono artista lirica, nativa della bella e forte Romagna e sono in arte da circa otto anni cantando come soprano drammatico nei principali teatri italiani e dell’estero riscuotendo ovunque calorosi successi. Devo però far presente a V.E. che durante la mia carriera, per arrivare ai grandi teatri dove mi sono affermata ho dovuto sempre sostenere non poche lotte e vincere continue difficoltà da parte dei vari dirigenti, e ciò solo perché priva di appoggi e raccomandazioni: questa è la pura verità.";		testo = testo + " Quest’anno poi sono stata esclusa da tutti i cartelloni senza alcuna ragione plausibile. Naturalmente le stagioni sono assai ridotte, ma a me pare che essendo in tempo di guerra, e di conseguenza attraversando un periodo difficile, il poco lavoro che si presenta per l’inverno dovrebbe essere ripartito equamente fra tutti. Invece a me risulta che alla Scala dove sono ben sei opere di mio repertorio e precisamente Aida, Don Carlos, Gioconda, Poliuto, Ballo in Maschera e Messa da Requiem di Verdi, non è stato possibile ottenere che almeno una fosse affidata a me. Tutto il lavoro è stato ripartito fra le signore [Gina] Cigna, [Maria] Caniglia, [Gabriella] Gatti e [Jolanda] Magnoni, le quali sono anche scritturate al Reale dell’Opera, al Carlo Felice di Genova, al S. Carlo di Napoli eccetera.";		testo = testo + " Mentre non faccio eccezioni che la Cigna e la Caniglia abbiano la precedenza su me per il loro nome e per la loro anzianità in carriera superiore di lunga [sic] alla mia, trovo molto ingiusto che io venga in sott’ordine alle signore Gatti e Magnoni che ancora studiavano quando io già cantavo. Naturalmente ciò avviene perché le suddette signore sono fortemente raccomandate! La Magnoni poi, il cui fratello è segretario particolare di S. E. [Guido] Buffarini-Guidi e si vale della sua carica per imporre e fare imporre la sorella alle imprese teatrali e ai sovrintendenti degli Enti Autonomi, trova modo continuamente di togliere il lavoro a me ed alle altre colleghe, e questo sotto un regime di giustizia come quello fascista non dovrebbe assolutamente avvenire.";		testo = testo + " Quanto affermo in merito alla Magnoni possono testimoniarlo gl’impresari teatrali che sono costretti a subire le impo¬si¬zioni e l’Ufficio Collocamento per lo Spettacolo che è a conoscenza della faccenda. Al Teatro Reale mi è stato dichiarato che non esiste repertorio per me, mentre invece ci sono ben tre opere Norma, Liberia e Nozze di Figaro, che io potrei cantare. Ma due delle tre opere sono state destinate alla Gatti, e io sono rimasta fuori. Non era più giusto che la Gatti si fosse accontentata di una sola opera e avesse lasciato l’altra a me che non ho scritture per tutto l’inverno? Io non chiedo che si debbano lasciare da parte le mie colleghe per far posto a me, ma che ci sia equa distribuzione di lavoro in modo che tutte possiamo vivere.";		testo = testo + " Non è mai stato possibile ch’io ottenessi  una scrittura per il Maggio Musicale Fiorentino, bensì la Gatti è stata puntualmente scrittu¬rata ogn’anno e per più di un’opera. Se scrivo ai sovraintendenti chiedendo lavoro o il perché questo lavoro mi viene negato, non ottengo risposta alcuna. Ho appositamente fatto un viaggio a Milano per conferire col sovraintendente della Scala Gr. Uff. [Jenner] Mataloni e non sono stata ricevuta. Ho inviato esposti al Ministero della Cultura Popolare fin dall’epoca in cui era Ministro S. E. [Dino] Alfieri e poi nuovamente ho chiesto udienza a S.E. [Alessandro] Pavolini anche nelle scorse settimane, ma tutto ciò non ha ottenuto risultato alcuno.";		testo = testo + " A chi rivolgermi? A chi devo chiedere giustizia? Qui si tratta del pane. Ho bisogno di lavorare per me e per aiutare la mia famiglia avendo anche l’unico fratello richiamato. I maestri e i dirigenti degli enti autonomi non possono addurre a loro discolpa le scuse che non mi scritturano perché non mi ritengono all’altezza di cantare nei loro teatri; questa sarebbe da parte loro una vile menzogna poiché io in questi teatri ho già cantato varie volte e con successo e se ci sono potuta arrivare, io che non ho alcuno che mi imponga, segno è che me ne hanno ritenuta degna. A testimonianza di questo cito il particolare d’essere stata chiamata di recente a inaugurare la stagione verdiana voluta dal Duce al Teatro Reale, con l’opera I Vespri Siciliani.";		testo = testo + " Hanno chiamato me perché nessun’altra artista poteva imparare ed eseguire l’opera difficoltosissima musicalmente e vocalmente, ed io ho sostenuto e vinto le prove con onore e con il plauso dei maestri e delle alte personalità intervenute allo spettacolo. Mi rivolgo all’E.V. perché vogliate avere la bontà di esaminare e prendere in considerazione quanto sottopongo alla vostra coscienza ed equanimità con viva preghiera che se un vostro intervento debba aver luogo, questo avvenga con la massima urgenza e prima cioè della firma dei contratti con gli Enti da parte degli artisti.";		testo = testo + " Vi prego caldamente con il cuore in mano, di voler perorare la mia giusta causa e segnalarmi in modo efficace e persuasivo e con cortese sollecitudine ai sovrintendenti dei maggiori teatri: Carlo Felice di Genova (Consigliere Nazionale Corrado Marchi) Verdi di Trieste (M° [Giuseppe] Antonicelli), Fenice di Venezia (M° [Mario] Corti), San Carlo di Napoli (M°. [Guido] Sampaoli), Massimo di Palermo (M° [Franco] Alfano). Una speciale segnalazione chiedo all’E.V. per la Scala (Gr. Uff. Mataloni), per il Reale dell’Opera (M. Serafin e M de Fabritiis), e per il Maggio Musicale fiorentino (Mario Labroca). Con la viva speranza di ottenere finalmente giustizia, vi esprimo i sensi della mia profonda gratitudine uniti alla più vive scuse per il disturbo arrecatovi.";		testo = testo + " Con distinti ossequi. Maria Pedrini. Artista lirica. Roma 29.10.940/XIX. Via Merulana 94». “Riservata Personale per Sua Eccellenza Osvaldo Sebastiani, Ministero dell’Interno. Città”.</p>";						document.getElementById('periodoGuerra').innerHTML = testo;}function periodoGuerra1(){	var testo = "<div id='periodoGuerra'><h5><a href='javascript:periodoGuerra()'>Il periodo della guerra</a></h5></div>";				document.getElementById('periodoGuerra').innerHTML = testo;}function antidiva(){	var testo = "<div id='antidiva'><h5><a href='javascript:antidiva1()'>Un\'antidiva</a></h5>";		testo = testo + "<p>Si può apprezzare, nelle due lettere, la dignità con la quale Maria Pedrini parla di sé e recrimina per le ingiustizie di cui si sente vittima. Non svaluta le proprie “rivali”, pur rivendicando i successi della propria carriera fino a quel momento. Non mette la vertenza sul piano del valore artistico. Ne fa una questione di equità e di anzianità di servizio. Non insinua loschi retroscena – come spesso accadeva nell’ambiente pettegolo del teatro, perfino inventando tresche, che qualche volta (occorre ammetterlo) erano vere – ma si appella a preferenze di natura parentale, quasi a dire che si sarebbe pure potuto tollerare qualche occhio di riguardo, ma senza esagerare o danneggiando altri. invoca il diritto al lavoro anche per le colleghe, per far fronte alle necessità della vita quotidiana e familiare.";		testo = testo + " È lontano dalle sue intenzioni lo sminuire il valore delle colleghe rivali. In effetti erano tutte cantanti di grande prestigio quanto lei. [Gina] Cigna, nata a Parigi nel 1900 e morta a 101 anno il 3 giugno 2001; [Maria] Caniglia, nata a Napoli il 5 maggio 1905 e morta a Roma il 16 aprile 1979; Gabriella Gatti, romana, nata nel 1908; Jolanda Magnoni. nata a Alatri nel 1913 e morta a Roma nel 2001, dopo una prestigiosa carriera di insegnante nel Conservatorio di Santa Cecilia della Capitale.";		testo = testo + " In ogni caso le affermazioni della Pedrini sui favoritismi trovano puntuale conferma in due lettere di Iolanda Magnoni al segretario di Mussolini Osvaldo Sebastiani: «Firenze 31.10.XIX. Eccellenza, mio fratello mi ha informato del vostro cortese interessamento a mio riguardo ed io mi permetto di esprimervi i sensi della mia più viva gratitudine per le belle e buone parole di cui mi avete onorata. Sono ancora vibrante di profonda commozione per il grande onore riserbatomi, fiera di aver avuto la fortuna di offrire all’Ospite Illustre ed al Nostro Capo un modesto saggio del glorioso canto italiano.";		testo = testo + " A ricordo, Eccellenza, di questo indimenticabile giorno che rimarrà per sempre scolpito nella mia mente e nel mio cuore, oso chiedervi un grande favore. Ambirei con tutta l’anima di avere una fotografia del nostro Duce. Potete voi rendervi interprete di questo mio vivissimo desiderio presso di Lui? Sarebbe il più bel dono che mi sarebbe dato ricevere. So di troppo osare e di troppo disturbare, specie in questi gravi momenti, ma vi prego tanto di volermi far perdonare da Lui, qualora riteniate di sottoporre alla sua grande bontà questa mia ardente aspirazione. Vogliate scusare anche voi, Eccellenza, il mio ardire e gradire con la mia infinita riconoscenza, i miei più devoti ossequi. Jolanda Magnoni. Via Imera 6, Roma». La foto fu concessa con l’autografo desiderato il 7 novembre 1940. XIX”.";		testo = testo + " Fu recapitata a mano, però con un bigliettino a nome di Sebastiani nelle mani della stessa Jolanda Magnoni, che firmò la ricevuta. Il bigliettino del Sebastiani era del seguente tenore: «Mi è gradito rimettervi la fotografia che il Duce, accogliendo il vostro desiderio, si è compiaciuto ornare per voi di dedica autografa». La dicitura di Mussolini  era la seguente: «A Iolanda Magnoni, Firenze 28 ottobre XVIII. Mussolini». Come si vede è retrodatata anche rispetto alla domanda e forse si intende come rilasciata in occasione della esibizione del soprano davanti “all’Illustre Ospite”, che al momento non so chi poté essere. La Magnoni si sentì in dovere di ringraziare: «Roma 13.11.940. XIX. Eccellenza, ho ricevuto la fotografia del nostro Duce e con animo profondamente commosso mi permetto esprimervi tutti i miei più sentiti ringraziamenti.";		testo = testo + " Sono veramente fiera del grande dono che la bontà del Duce ha voluto inviarmi. Esso sarà sempre il mio viatico. Non oso scrivere a Lui, ma vi prego tanto, Eccellenza, di volervi rendere interprete dei miei sentimenti di profonda gratitudine e di fervida devozione. Mai, nella vita, potrò desiderare gloria più grande. Scusatemi, Eccellenza, per il disturbo che vi ho arrecato e vogliate perdonarmi l’ardire. Con la più viva e devota riconoscenza. Jolanda Magnoni». (ACS, SPD, CO, F 510.367). Per comprendere quanto fosse crudele, a volte, l’ambiente dei palcoscenici, può valere il caso di Oliviero de Fabritiis, discepolo prediletto di Refice, come si è detto. Nell’Archivio Centrale dello Stato ho scoperto una velenosissima lettera anonima, che lo denigra quale personaggio losco e corrotto. Scrive una sedicente cantante lirica che il De Fabritiis non dà lavoro alle artiste se prima non hanno soddisfatto le sue voglie e che molte, ella compresa, si sono rifiutate per motivi morali ma anche perché è difficile andare con un uomo tanto brutto. 9.3.1942.";		testo = testo + " A dire il vero, dalle fotografie che possediamo (una con dedica a Refice) il giovane Oliviero risulta tutt’altro che brutto. Il segretario del Duce, Nicolò De Cesare, letta la missiva, prima di informare Mussolini, chiese informazioni urgenti su de Fabritiis al direttore del Teatro, l’onorevole senatore marchese Francesco Dentice, il quale rispose a stretto giro di posta, assicurando che, per lunga e profonda conoscenza personale, poteva assicurare essere la personalità di de Fabritiis, ineccepibile sotto ogni aspetto (anche politico). Diceva inoltre di sapere anche chi aveva scritto il vergognoso anonimo: «Non è opera di una cantante, bensì di  persona che fu da me scacciata dal Reale per il suo pessimo comportamento e che è di sesso maschile». (ACS, SPD, CO, F 532.293).";		testo = testo + " Di ciò che si diceva del rapporto tra Refice e la Muzio sappiamo già (vedi l’articolo su Claudia Muzio in questa sezione). Perfino la successione della Pedrini alla Muzio fu divulgata come un nuovo legame del musicista sacerdote che, abbandonata la cantante di Pavia si era messo con quella di Brisighella. Il gossip non è un fenomeno recente, solo che a quei tempi non finiva sui giornali, ma circolava clandestinamente e quindi con ancor minore controllo di oggi.</p>";						document.getElementById('antidiva').innerHTML = testo;}function antidiva1(){	var testo = "<div id='antidiva'><h5><a href='javascript:antidiva()'>Un\'antidiva</a></h5></div>";				document.getElementById('antidiva').innerHTML = testo;}function vitaPrivata(){	var testo = "<div id='vitaPrivata'><h5><a href='javascript:vitaPrivata1()'>Nella vita privata</a></h5>";		testo = testo + "<p>Ho intitolato il capitoletto precedente “L’antidiva”. Antidiva vuol dire prima di tutto radicamento ai valori tradizionali. La diva – in effetti – si sradica dalla famiglia, si propone come fenomeno avulso dal contesto, aspira a essere per se stessa, senza radici, senza debiti verso alcuno e senza doveri, ma solo con il diritto di essere ammirata per ciò che è.";		testo = testo + " L’opzione  frenò probabilmente la sua carriera, la rese restia a affacciarsi al mondo come le sue capacità specifiche – ossia di ugola e di senso artistico – le avrebbero poturo garantire. In effetti due dati sono incontestabili nella sua biografia: le escursioni relativamente scarse in campo internazionale e il legame profondo con la famiglia. Il 10 giugno 1953, nella chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Marcellino, sposò Francesco Altieri.";		testo = testo + " Tra coloro che porsero gli auguri e forse anche tra i presenti non mancò monsignor Licinio Refice, del quale il soprano parlava sempre con simpatia, in famiglia, secondo testimonianze dirette; e che – del resto – abitava poco distante: a Santa Maria Maggiore, settecento metri di rettilineo dalla casa di Via Merulana 94!";		testo = testo + " Chissà quante volte la Pedrini si era recata nella basilica mariana per eccellenza – ella così devota della Madonna – anche per ascoltare le composizioni sacre del Maestro, in passato! Nel 1953 era stato rimosso e rimpiazzato con Domenico Bartolucci, per eccessivo assenteismo... Per un gioco di coincidenze con gli impegni teatrali, altre interpreti erano subentrate nelle programmazioni di Cecilia e Margherita da Cortona: Elisabetta Barbato, Renata Tebaldi... Nel settembre del 1954, inaspettatamente, Refice morì a Rio de Janeiro, mentre dirigeva le prove di Cecilia.";		testo = testo + " L’opera andò in scena con Renata Tebaldi nel ruolo di protagonista e Oliviero de Fabritiis sul podio. La Pedrini era in Spagna, a Bilbao, impegnata con Norma. L’anno seguente partecipò all’omaggio a Refice, cantando ancora una volta Cecilia, sotto la direzione dello stesso Oliviero de Fabritiis, che l’aveva voluta. L’opera fu radiotrasmessa e registrata dal vivo, quindi riversata su due LP dalla Melodram. Due anni dopo la Pedrini si ritirò dalle scene per dedicarsi alla vita familiare, cui era molto portata e legata. Il suo destino fu, in un certo senso, simile a quello della Muzio.";		testo = testo + " Morirono entrambe a seguito di un intervento chirurgico, l’8 dicembre 1982. Nel trigesimo della morte e nel primo anniversario, nella chiesa degli artisti, fu fatta la commemorazione. Nel trigesimo il maestro Ottavio Ziino ne ricordò le grandi doti artistiche e morali e nell’anniversario monsignor Ennio Francia, rettore della chiesa, durante la celebrazione fece udire ai presenti la registrazione dell’Ave Maria dall’Otello e la Morte di Cecilia da Cecilia del Refice nella interpretazione della defunta.</p>";						document.getElementById('vitaPrivata').innerHTML = testo;}function vitaPrivata1(){	var testo = "<div id='vitaPrivata'><h5><a href='javascript:vitaPrivata()'>Nella vita privata</a></h5></div>";				document.getElementById('vitaPrivata').innerHTML = testo;}function lauraCelletti(){	var testo = "<h3>Laura Celletti  (<a href='mailto:cellettilaura@libero.it'>cellettilaura@libero.it</a> - <a href='mailto:cellettilaura@gmail.com'>cellettilaura@gmail.com</a>)&nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'celletti.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<p> Intraprende giovanissima gli studi musicali, dimostrando sin da subito una particolare predisposizione per il canto, materia in cui si diploma brillantemente presso il Conservatorio di Musica \"S.Cecilia\" di Roma.";	testo = testo + " Nel 2007 consegue il diploma accademico di II livello in Canto, presso il Conservatorio  “Licinio Refice ” di Frosinone con 110/110 e lode."; 	testo = testo + " Alla sua formazione vocale hanno contribuito gli incontri con i Maestri Orietta Manente, Carmen Gonzales e Mirella Parutt Attualmente si sta perfezionando presso il Teatro Marrucino di Chieti, dove frequenta il corso per cantanti tenuto dal soprano A.Lazic.";	testo = testo + " Ha tenuto numerosi concerti in qualità di solista, in Italia ed all'estero, sotto la direzione dei Maestri Valentino Miserachs-Grau, Antonio D'Antò, Giuseppe Agostini, Simone Veccia, Giovanni Proietti, Maurizio Sparagna, interpretando con successo il Gloria di A.Vivaldi, la Petite Messe Solennelle di G.Rossini, Don Giovanni (Zerlina) e Le Nozze di Figaro di W.A.Mozart (Susanna), Et Ecce audio vocem – prima esecuzione assoluta- di G.Bernardini, l'operina Effetto Mozart di D.Santilli su testo di C.Migliori.";	testo = testo + " Ha tenuto,inoltre, un concerto presso l'Ambasciata italiana a Kabul (Giugno 2007), sotto la direzione musicale del Maestro Ezio Monti, con grande consenso di pubblico e critica.";	testo = testo + " Nel 2004, in occasione del 50° anniversario della morte del compositore Licinio Refice (Patrica, 1883- Rio de Janeiro, 1954) ha inciso due CD per PHOENIX CLASSICS  e O.M.A. edizioni, contenenti rispettivamente liriche originali per Soprano e Pianoforte, in prima registrazione mondiale, ed arie e duetti tratti dall'opera Cecilia. Per tale merito artistico ha ricevuto il “Premio Refice 2005” dalla Regione Lazio. Nel dicembre dello stesso anno, presso l'Abbazia di Casamari (Veroli-Fr), è stata solista nell'episodio evangelico inedito La Chananaea per soli,coro,organo ed orchestra di L.Refice (prima esecuzione assoluta), riscuotendo, sotto la direzione del M° V.Miserachs- Grau, lusinghieri apprezzamenti.";	testo = testo + " Dal 2002 si esibisce stabilmente in duo con il pianista Giovanni Valle, con il quale ha tenuto più di 250 recitals dedicati al repertorio liederistico,sacro e da camera.";	testo = testo + " Tra i prossimi impegni c’è la realizzazione di un CD prodotto dall’etichetta discografica  EMI (Londra) e una tournèe che coinvolgerà alcuni  Paesi d’Europa, America ed Asia.</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function linaBrunaRasa(){	var testo = "<h3>Lina Bruna Rasa:  “LA MIA VITA. UN OLOCAUSTO ALL’ARTE”</h3>";	testo = testo + "<p> Lina Bruna Rasa nacque a Padova il 24 settembre 1907. «Avevo sei anni e il mio giocattolo preferito (...) era un teatrino. Cantai con altre in coretti, mi dissero che forse avrei fatto fortuna  se avessi continuato... Continuai». Così Lina Bruna evoca la propria infanzia – e non solo – in una brevissima e confidenziale autobiografia sul settimanale “Lei”.";	testo = testo + " La pagina è conservata nel fascicolo intestato alla cantante, nell’Archivio Centrale dello Stato <font style=\"color: red;\">(1)</font>.  Cominciò i suoi studi a quattordici anni, rivelando una tendenza istintiva alla drammaticità, il che le schiudeva la porta a ruoli ben precisi e non certo scarseggianti nel teatro lirico, tanto più che imperava il verismo, che esasperava certi aspetti della tragedia.";	testo = testo + " Diciassettenne cantò “Suicidio”, alla Fenice di Venezia, dalla Gioconda di Leoncavallo. Terminati gli studi nel 1925 debuttò al Politeama di Genova come Elena nel Mefistofele di Arrigo Boito. Fu un consenso unanime. Gli impresari si affrettarono a proporle nuovi titoli, anche perché era una bellissima ragazza, che attirava di per sé l’interesse del pubblico.";	testo = testo + " Nel pur breve articolo già citato, assicura di essere stata scoperta da Licinio Refice. Ascoltiamola: «La mia vita. Un olocausto all’arte. Posso dirlo. Non ancora adolescente io ho tenuto concerti di beneficenza negli ultimi anni di guerra. A Roma mi scoperse il Maestro Refice, durante un concerto in Piazza di Siena alla presenza del Principe Ereditario che vestiva, mi ricordo, la divisa di marinaretto.";	testo = testo + " Dico “mi scoperse” in quanto poi, anni dopo, cantando nel San Francesco dello stesso Refice ad Assisi (io interpretai Madonna Povertà e Santa Chiara), Refice mi s’accostò e mi disse. “Ma lei è quella bambina di cui avvertii il timbro grato di voce nel concerto di Piazza di Siena?”. Ricordi di ineffabile dolcezza! E anche un ricordo di dolore. Non molti mesi fa – dico mesi – a Pisa, mentre cantavo nello Chénier l’aria della Mamma morta, mia madre, a Padova, moriva.";	testo = testo + " Dovetti averne il presagio, nella sofferenza medesima di quel canto, che mi si strappava dal petto insieme con le lacrime. Sapevo che mia madre era molto malata. Dopo l’opera, per quanto mi si volesse nascondere la verità, la verità la intuii. Sulla pietosa menzogna corsi al letto d’ospedale, viaggiando con uno spasimo indicibile; ed ebbi la conferma del presagio. Pure ritornai presto sulla scena, e il canto era sempre un’invocazione all’Altissimo, mentre era il conforto migliore e il più puro».";	testo = testo + " La rievocazione di Lina Bruna ci ha riportato al 1926, quando inaugurò il Trittico Francescano, l’opera più fervida e spumeggiante di Refice, eseguita nella cattedrale di San Rufino. Una parte appassionata oltre ogni limite, quella di suor Chiara. Il compositore sacerdote, già soddisfatto durante le prove, al termine dell’esecuzione dichiarò che l’interprete era andata oltre ogni aspettativa. L’imponente partitura fu replicata a Reggio Emilia, sempre con Refice sul podio e fu un nuovo trionfo della diciannovenne suor Chiara di Padova.";	testo = testo + " Poi il Trittico andò in tutta Europa e ebbe interpreti diversi, perché Lina Bruna era contesa dai palcoscenici italiani e esteri. Divenne la migliore interprete di Santuzza nella Cavalleria Rusticana di Mascagni e delle eroine  del Mascagni in genere. Nel citato articolo ella ammette: «Mi si rimprovera la devozione sconfinata per il Maestro [Mascagni]».</p>";	testo = testo + "<p><b>Il dramma nella vita</b><br/>";	testo = testo + "Il dramma che Bruna Rasa interpretava così bene sulla scena le era riservato nella vita reale. La morte della madre, che abbiamo già sentito rievocare da lei, le provocò un crollo psicologico dal quale non si riprese mai del tutto e che alla fine degli anni quaranta, la sprofondò nel buio più assoluto della psiche, tanto che il luogo più idoneo per lei fu ritenuto il manicomio, dove restò per un trentennio. Possiamo ricostruire una porzione della sua vita, prima che ciò accadesse, dal fascicolo a lei intestato nell’Archivio Centrale dello Stato.";	testo = testo + " Nonostante le molte scritturazioni ella riteneva vi fosse una congiura a proprio danno attribuendone la responsabilità a un funzionario corrotto, che in mancanza di riscontro oggettivo, non nomino, o cripto. Egli, scrive la Rasa ¬– che invece fa nome e cognome –, «si permise di farmi delle proposte illecite e usarmi perfino degli atti di violenza. Essendomi poi rifiutata di eseguire senza compenso la parte di Margherita nel Mefistofele, egli ha investito mia madre con le seguenti frasi: “Sa che io sono il Presidente degli Enti autonomi?";	testo = testo + " Sa che se voglio posso stroncare la carriera a sua figlia?”. A queste frasi, urlate dal Sig. Xxxxxx, , mia madre ha risposto: “Ella lo può fare, ma ciò non è onesto. Non dimenticatevi che esiste un Mussolini!”». La Rasa citava i testimoni presenti alla scenata o comunque informati sui fatti: Ciro Ragazzini (un noto impresario) e il mezzosoprano Gabriella Besanzoni (1888-1962). «Da allora il mio nome, dopo essere apparso per cinque anni sul cartellone della Scala, non ha figurato più nei programmi degli enti autonomi».";	testo = testo + " L’inchiesta dimostrò che in realtà un certo rallentamento delle sue scritturazioni era il risultato della lotta tra tradizionalisti e innovatori, che tendeva a mettere fuori gioco la produzione del Mascagni. Dopo, la morte della madre operata di un tumore maligno e le accuse che ella muoveva all’ambiente scatenarono la rappresaglia. Le accuse più ignominiose, perfino di vita incestuosa con il fratello Bruno, le piovvero addosso.  Un sedicente “Anonimo Ambrosiano” inviava a Mussolini la seguente lettera anonima: «Al Duce del Fascismo.";	testo = testo + " Un’alta protezione ha dato il congedo militare al giovane Guido Rasa (30 anni) residente in Via Settembrini 74 MILANO fratello alla diva LINA BRUNA RASA. Questo fior di fannullone, diplomato in ragioneria, non lavora e vive notoriamente alle spalle della diva sorella. Passa la vita al SAVINI e giuoca giorno e notte. Nell’ambiente teatrale lirico si dice insistentemente che egli sia il Ganzo della sorella. È possibile oggi ¬ ciò ¬ in tempo di mistica fascista – e mentre la Patria ha bisogno dei suoi giovani – onesti o ignobili? L’Ambrosiano».";	testo = testo + " L’inchiesta dei Regi Carabinieri accertò che il fratello di Bruna Lina era stato esonerato dal servizio attivo e assegnato a quello sedentario perché privo di diciassette denti e che nessun elemento accreditava i rapporti incestuosi. Tutto questo accadeva nel 1942, quando già la mente di Bruna Rasa – forse anche in conseguenza del turbine che le ruotava attorno – si inoltrava nelle nebbie, che infittirono via via. Fino al giorno dell’ottobre 1984 in cui, a Milano, poca gente al seguito di feretro, accompagnò all’ultimo riposo una fanciulla che era stata giudicata un prodigio.";	testo = testo + " Poca gente perché la voce si era spenta da troppo tempo e la bella fanciulla non calcava le scene. Provvidenzialmente, riemerge dalle registrazioni la voce, a ridare fortuna postuma a una donna sventurata.</p>";		testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>©Michele Colagiovanni (marzo 2008)</em><br /><hr><h3>NOTE</h3>";		testo = testo + "<p>1) La rivista è Lei. Purtroppo non viene indicato né l’anno, né il numero. Nell’Archivio c’è solo la pagina 10 per intero. Di essa l’intervento della Rasa occupa una colonna da cima a fondo. Il titolo si riferisce alla rappresentazione di ????. Dal contenuto, l’annata può essere il 1934 o 1935, perché ella dice che la madre è morta “non molti mesi fa”. E la morte della madre della cantante avvenne nel 1934!</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function luciaMastromarino(){	var testo = "<h3>Lucia Mastromarino &nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'mastromarino.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<p>Il mezzosoprano Lucia Mastromarino ha conseguito il diploma di pianoforte e canto lirico con il massimo dei voti presso il Liceo Musicale G. Paisiello di Taranto. Ha compiuto corsi di perfezionamento in pianoforte, con il M° Roberto Cappello e in canto con Cecilia Albanese e A. Bertacchi.";	testo = testo + " Ha frequentato stage e masterclass, tra cui l’Accademia Lirica Internazionale di Parma sotto la guida di Katia Ricciarelli e l’Accademia di Alto Perfezionamento dell’Arena di Verona. Ha al suo attivo un Corso di Laurea in Discipline Musicali, ramo lirico-operistico. Numerosi i suoi concerti sia in Italia che all’estero, tra cui: Concerto per la Pace al Teatro di Sava Centar di Belgrado, alla presenza di autorità internazionali, nel quale ha affiancato Katia Ricciarelli; Concerto per la Vita e per la Pace nella Basilica della Natività in Betlemme e nell’Auditorium Ymca in Gerusalemme, trasmesso su Rai 2 il 24 dicembre 2002, eseguito dall’orchestra filarmonica dell’Arena di Verona, con la partecipazione di Luciana Serra e G. Giacomini, direttore il M° A. Sisillo; Stabat Mater di Pergolesi a Tuzla; Messa da Requiem di Verdi al Teatro Politeama Greco di Lecce, direttore il M° C. Palleschi, Messa eseguita poi in varie città della Puglia e nella Cattedrale di S. Nicola di Bari con la Sig.ra Denia Mazzola Gavazzeni, direttore il M° E. Orciuolo; Requiem di Mozart; Petite Messe Solennelle di Rossini; III Sinfonia di Mahler; In Memoria di Giovanni Paolo II; El amor brujo di De Falla; Reconciliation; Oedipus Rex di Stravinskij.";	testo = testo + " Alcuni suoi converti sono stati trasmessi dalla Rai. Ha svolto un’intensa attività lirica: La Sposa Venduta (Hata); Falstaff (Meg); Andrea Chénier (Bersi); The Beggar’s Opera (Mrs. Trapes); Carmen (Carmen e Mercedes); Nabucco (Fenena); Werther (Charlotte); Aida (Amneris); Norma (Adalgisa); Teatro alla Scala di Milano in Madama Butterfly, direttore il M° Rizzi e M° Bartoletti; Ha collaborato, con lo stesso Teatro, alla produzione dell’Opera “Vita” del M° Tutino.";	testo = testo + " Ha cantato al Teatro Petruzzelli di Bari e al Teatro Orfeo di Taranto: Rigoletto di G. Verdi, nel ruolo di Maddalena; al Teatro Piccinni di Bari: inaugurazione della stagione lirica, con The Beggar’s Opera di Britten, regia di Moni Ovadia; al Teatro Massimo di Palermo: Traviata; al Donizetti di Bergamo: Fedora di U. Giordano, nel ruolo di Dimitri, direttore il M° Carminati; Nei Teatri di Trieste, Rovigo, con l’Italiana in Algeri di Rossini  (Isabella); Al Comunale di Jesi, con Traviata di Verdi nel ruolo di Flora; A Trieste e Udine ne La Sposa Venduta di B. Smetana; al Teatro Marrucino di Chieti Il viaggio a Reims di G. Rossini, nel ruolo della Marchesa Melibea; Al Politeama Greco di Lecce: Suor Angelica e Gianni Schicchi di G. Puccini, regia di Pippo Baudo; All’Orfeo di Taranto con Il Marchese di Rocca Verdina di Dino Milella;  Al Teatro dell’Opera di Mississauga (Canada) con Il Barbiere di Siviglia nel ruolo di Rosina; Al Teatro Cairo Opera House (Il Cairo ) l’Oedipux Rex di I. Strawinskij; Al Teatro dell’Opera di Donnieska (Ucraina) con il Nabucco di G. Verdi, nel ruolo di Fenena e il Werther di Massenet, nel ruolo Charlotte; Ai Teatri di Bassano del Grappa e Treviso in Madama Butterfly, nel ruolo di Suzuki; Prima registrazione integrale della Zazà di Leoncavallo, nel ruolo di “Anaide”, incidendo per la casa discografica Bongiovanni; Al Festival Opera Barga: I Pazzi per progetto, di G. Donizetti, direttore M° M. Panni.";	testo = testo + " Da ultimo ha riscosso un notevole successo di critica e di pubblico interpretando l’Histoire de Carmen nel ruolo della protagonista. Esegue concerti nei quali inserisce liriche e arie di L. Refice, Malipiero e altri. Hanno scritto di lei: “La giovane Mastromarino nasconde una personalità forte e determinata. Brava nel fraseggio, intensa nel porgere, delicata nelle sfumature, sensibile nei sentimenti. La presenza scenica e la gestualità hanno arricchito la sua esibizione” (1999 Il Sipario). “Lucia Mastromarino possiede una voce calda, ben intonata e potente ed ha retto molto bene la difficile parte”. (2005 Il Messaggero) “Particolare menzione merita il mezzosoprano Lucia Mastromarino per l’ottima interpretazione vocale e la notevole presenza scenica. Il giovane mezzosoprano ha messo in evidenza una voce scura, estesa, dal colore suadente interpretando, tra l’altro, magistralmente, il famoso e arduo duetto con il Conte di Libenskof” (2005 L’Opera).</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function elisabettaBarbato(){	var testo = "<h3>Elisabetta Barbato &nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'barbato.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<p>Elisabetta Barbato nasce a Barletta l’11 settembre 1921. Compie i suoi studi a Bologna con Maria Aguccini e, a Roma, con Luigi Ricci. Esordisce con Garsenda nella Francesca da Rimini di Zandonai nel 1944. Nel marzo del 1947 ottiene un successo straordinario al Teatro Nacional S. Carlo di Lisbona con Cecilia. Lasciamo  che sia lo stesso Refice a esprimere l’entusiasmo, sia pure contratto dallo stile trattandosi di un telegramma. La punteggiatura è introdotta per agevolare il senso. “Cecilia trionfalmente accolta. Pubblico imponentissimo. Presente Governo, Corpo Diplomatico, rappresentante Nunziatura Apostolica, Presidente Repubblica [Juan F. Carmona] che, profonda commozione, dopo secondo atto conferitami massima onorificenza portoghese: Grandufficialato Ordine [Militare] Sangiacomo [della Spada]. Colonia Italiana esultante. Stop. Innumerevoli chiamate. Magnifici interpreti: [Elisabetta] Barbato, [Miriam] Pirazzini, Derita, [Alfredo] Colella, Coro, Orchestra, Collaboratori, [Guido] Pellegrini, Rossini.";	testo = testo + " Ringrazio Iddio indimenticabile affermazione arte italiana. [...]. Partecipate [Emidio] Mucci per comunicazione stampa. Licinio”. Elisabetta Barbato è considerata tra le prime donne insieme a Renata Scotto, nel periodo di Tebaldi e Callas. In un ventennio, tra il Quaranta e il Sessanta, interpreta con grande successo un gran numero di opere e esegue concerti. È nota anche per l’avvenenza, dote che nel teatro non guasta e neppure nei concerti. Interpreta più volte sia Cecilia che Margherita. Quest’ultima opera,  diretta da Refice, la esegue al Teatro Alfieri di Torino,  nel settembre del 1953, con Renata Scotto nella parte di Chiarella, sua rivale. Molti i concerti di musiche reficiane che la vedono protagonista. Memorabile quello nel Cortile Belvedere in Vaticano, il 25 giugno 1945, quando interpreta brani dal Trittico Francescano, da Margherita da Cortona e da La Samaritana, per la serie Estate Musicale Romana. Durante una mia recente telefonata, ha confermato: “Sì, ho molto lavorato con il maestro Refice.";	testo = testo + " Ricordo benissimo”. Purtroppo, in partenza, e non ha potuto accordarmi un incontro. (“Se lei avesse telefonato fra cinque minuti, non mi avrebbe presa, perché sto uscendo di casa” – mi ha detto). M.C. (2008).</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function carlaGavazzi(){	var testo = "<h3>Carla Gavazzi</h3>";	testo = testo + "<p>Nacque a Bergamo nel 1913, poté permettersi una raffinata educazione cosmopolita. Debuttò con Mimì, nel 1940. Anche la sua, come la carriera di molti artisti, ebbe una brusca interruzione per la guerra. Nel 1946, con la lenta ripresa delle attività artistiche, il pubblico la ritrovò protagonista nelle opere maggiori di svariati autori: Mozart, Puccini, Verdi Boito, Bizet... Per quanto riguarda Refice, fu più volte Margherita da Cortona. Segnaliamo il 13 luglio 1950 al Teatro dell’Opera di Roma; il 26 aprile 1951 al Massimo di Palermo. Il cardinale Ernesto Riffini per non partecipare allo spettacolo con il pubblico “mondano” e al tempo stesso per non perderselo, fu presente alla prova generale. Il 18 e 20 gennaio 1952 l’opera fu data al Teatro Municipale di Piacenza, con il teatro non del tutto esaurito, quasi certamente per un pregiudizio verso un’opera considerata di carattere esclusivamente sacro. Il successo fu straordinario (diciotto chiamate per gli interpreti e per lo stesso Refice in veste di autore e direttore). Nella replica vi fu il pieno.</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function liciaAlbanese(){	var testo = "<h3>Licia Albanese</h3>";	testo = testo + "<p>Licia Albanese nacque a Bari il 23 luglio 1909. Esordì al Regio di Parma con Madama Butterfly il 4 gennaio 1934 e nella città natale, alla fine di quello stesso anno, interpretò Manon di Massenet e ai primi del 1935 la Bohème. In febbraio le fu affidato il ruolo di Cecilia per il Teatro Reale di Malta.";	testo = testo + " Era il ruolo della Muzio e la giovane promessa barese lo interpretava – unica – con “la divina” ancora in piena attività, impegnata a Piacenza. Licia Albanese, dunque, fu la prima grande interprete “estranea”, per la martire cristiana. Poi, nel 1936, arriverà Maria Pedrini, erede naturale, per investitura della stessa Muzio morente.";	testo = testo + " Inutile dire che fu un successo e che tutta Malta parlò dell’evento. La sera della prima l’impresario Ferrugia Botti telegrafò a Refice, impegnato in Italia: Teatro esaurito pubblico scelto et ansioso accolse Cecilia con grande emozione decretando grandioso successo.";	testo = testo + " Licia Albanese tenore [Giuseppe] Garuti et Maestro [Mario] Cordone meritano altissimo encomio così pure masse corali istruite Maestro [Oscar] Leone stop Voglia informare [librettista Emidio] Mucci salutandolo stop Attesa vivissima per suo arrivo preghiamola anticipare possibilmente una settimana stop  Rallegramenti saluti affettuosi. Farrugia Botti».";	testo = testo + " Dopo le repliche gli elogi si estesero e si precisarono sulla stampa dell’Isola. Del direttore si poteva leggere: «Egli non si limita mai a preparare e dirigere la sua orchestra, il che fa egregiamente, ma si preoccupa di tutto e di tutti, onnipresente in ogni angolo del palcoscenico. L’interpretazione della musica ha poi in lui un vero maestro; fedelissimo allo spirito dell’autore e suo collaboratore avveduto».";	testo = testo + " Di Licia Albanese fu notato «il canto soave, la nitidezza della voce, la padronanza di scena, la tranquilla sicurezza in tutto il registro». Continue le repliche. Refice, il cui arrivo era stato sollecitato, giunse in tutta fretta e il 18 febbraio diresse brani dei suoi grandi oratori, così innovativi rispetto alla tradizione riportata in auge da Perosi sulla linea di Giacomo Carissimi.";	testo = testo + " Gli oratori di Refice erano veri e propri melodrammi, secondo il temperamento dell’autore. Con la grande interprete Albanese eseguì i brani di maggior effetto de La Samaritana, Trittico Francescano e Martyrium Agnetis virginis, nei quali le rispettive eroine Chiara, la Samaritana e Agnese cantavano e sublimavano il loro struggente amore.";	testo = testo + " Non passò certo inosservata, nell’opera Cecilia, la breve, ma drammatica scena della “vecchia cieca”, interpretata... dalla giovanissima Giulietta Simionato. Una festa affollata concluse la presenza di Refice a Malta, che dieci giorni dopo era sul podio del Teatro Municipale di Piacenza a dirigere Cecilia con Claudia Muzio protagonista.";	testo = testo + " Per tornare a Licia Albanese, si deve dire che la sua carriera si impennò vertiginosamente, applauditissima nei maggiori teatri del mondo. Va qui notata la sua sensibilità umana, oltre che artistica. Fu scelta per inaugurare la stazione radio vaticana e ebbe da Pio XI una medaglia ricordo. Nel 1945 prese la cittadinanza americana, ma non dimenticnèò la madrepatria, né fu da questa dimenticata.";	testo = testo + " Cantò con il coro della Cattedrale di San Patrizio per beneficenza a favore del «Centro di Carità Cattolica». Occorre dire che Licia Albanese, pur assurta nell’olimpo delle grandi interpreti di tutti i tempi, elenca tra i primi e decisivi ruoli da lei svolti, la Cecilia. «They wanted me to sing with them, and they got Signorina Albanese because they mentioned me. One of my early roles was Refice's St. Cecilia.";	testo = testo + " I sang it many times. I was the second interpreter. Claudia Muzio was the first. They asked me to sing it».</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function claraPetrella(){	var testo = "<h3>Clara Petrella</h3>";	testo = testo + "<p>Oltre che una bella voce ebbe una bella presenza e doti di attrice, che la resero interprete completa e di successo. Dopo gli studi compiuti a Milano debuttò nel ruolo di Liù nella Turandot di Puccini ad Alessandria nel 1939. Dal 1947 fu al Teatro alla Scala, interprete di numerose opere di compositori dell’ultima generazione. Fu definita Eleonora Duse del Belcanto. Per quanto riguarda Refice, fu tra le poche artiste a interpretare sia Cecilia che Margherita, nel 1950 e 1951, rispettivamente al Teatro dell’Opera, Cecilia il 30 aprile e Margherita. Nata a Greco Milanese il 28 marzo 1918 morì a Milano il 19 novembre 1987. In occasione della esecuzione romana di Cecilia don Luigi Sturzo scrisse a Refice: « Caro Monsignore e Maestro. Sono presente in spirito alla tua Santa Cecilia lieto del nuovo successo all’Opera di Roma e dell’accoglienza della stampa, in prima linea l’Osservatore Romano. Cordialmente Luigi Sturzo».</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function olivieroDeFabritiis(){	var testo = "<h3>Oliviero De Fabritiis &nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'deFabritiis.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<p>Nacque a Roma il 13 giugno 1902 e vi morì il 12 agosto 1982.  Fu il discepolo prediletto di Refice e anche il più riconoscente. Un suo fotoritratto porta la dedica: “All’illustre e caro Maestro Don Licinio Refice  con immutabile affetto e devota gratitudine. Roma 13.2.1923”. Ebbe una precocissima carriera. Presso l’Archivio Centrale dello Stato si conserva una raccomandazione di persona altolocata al segretario di Mussolini perché presenti il giovane talento a Toscanini: «Mi si assicura ch’Ella sia in buoni rapporti col Maestro Toscanini.";	testo = testo + " Voglia in tal caso avere la bontà di munire di una Sua autorevole e calda raccomandazione il De Fabritiis, che si recherà prossimamente a Milano.  Trattasi di un bravissimo giovane, di ottima famiglia romana e degno di ogni incoraggiamento, del quale mi sono già più volte interessato. Egli, sia per i suoi meriti artistici, che per la sua moralità ineccepibile non può che fare onore a chi lo raccomanda. Roma 9 ottobre 1925». La carriera fu poi davvero brillante e per meriti indiscussi. Il 12 dicembre 1931 sposò Yolanda Corbino, abitante in Via Panisperna 89.";	testo = testo + " I de Fabritiis abitavano in Corso d’Italia 11. Nel 1940 scrisse a Mussolini: «Duce, sarebbe mio vivo ardentissimo desiderio poter ornare il mio studio di una Vostra fotografia con autografo. Spero che voi, così buono e paterno con tutti non vorrete ritenermi troppo ardito. Vi ringrazio con devoto grandissimo affetto. Oliviero de Fabritiis». Fu accontentato. Nello stesso Archivio si conserva una velenosissima lettera anonima, che lo descrive personaggio losco e corrotto. Accuse riguardo alla subalternità delle interpreti alle angherie maschili e maschiliste erano molto frequenti (e oggi non sembra cambiata la strada per far carriera).";	testo = testo + " A volte, però, erano pure invenzioni. Scriveva una sedicente cantante lirica che il De Fabritiis non dava lavoro alle artiste se prima non avessero «soddisfatto le sue voglie» e che molte – ella compresa –, si erano rifiutate per motivi morali... ma anche perché ripugnava andare con un uomo tanto brutto (9.3.1942). Strana moralità dell’anonima sedicente cantante, che mescolava sacro e profano quasi che se fosse stato più carino.... E poi, a dire il vero, dalle fotografie il giovane Oliviero risulta tutt’altro che brutto.";	testo = testo + " Il segretario di Mussolini, Nicolò De Cesare, forse insospettito, prima di informare il capo, chiese informazioni urgenti sul de Fabritiis al direttore del Teatro, l’onorevole senatore marchese Francesco Dentice, il quale rispose a stretto giro di posta, assicurando che, per lunga e profonda conoscenza personale con il direttore d’orchestra, poteva garantire essere la personalità di lui ineccepibile sotto ogni aspetto (anche politico). Aggiungeva inoltre di sapere bene chi aveva scritto il vergognoso anonimo: «Non è opera di una cantante, bensì di  persona che fu da me scacciata dal Reale per il suo pessimo comportamento e che è di sesso maschile». (ACS, SPD, CO, F 532.293). Oliviero de Fabritiis si trovò a dirigere Cecilia in occasione della morte del Refice, con il lutto al braccio come tutti gli interpreti e gli orchestrali. [v. Le lacrime della Tebaldi]. Fu anche tra i promotori dell'omaggio a Refice del 28 ottobre 1955 con Maria Pedrini [vedi profilo della Pedrini]. Aveva debuttato giovanissimo al Teatro Adriano e successivamente era stato condirettore d’orchestra, chiamato da Tullio Serafin, al Teatro Reale dell’Opera.</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function valentinoMiserachsGrau(){	var testo = "<h3>Valentino Miserachs-Grau</h3>";	testo = testo + "<p>È nato a Sant Marti de Sesgueioles in Catalogna nel 1943. Quando, nel 1963, si trasferisce a Roma per compiere gli studi teologici alla Pontificia Università Gregoriana, ha già nel suo curriculum severi studi musicali e umanistici. Già in Spagna ha preso contatto con le partiture di Refice, del quale è ben lontano di immaginare di diventare successore.";	testo = testo + " Nel 1967, ordinato sacerdote, ottiene la licenza Teologia e successivamente in Canto gregoriano. Decisivo è il conseguimento del magistero in composizione sacra al Pontificio Istituto di Musica Sacra, e i diplomi in Composizione, in Organo e Composizione organistica, con il massimo dei voti, presso il Conservatorio «N. Piccinni» di Bari.";	testo = testo + " Organista della Cappella Giulia in San Pietro, dal 1977 diviene Maestro della Cappella Musicale Liberiana della Basilica di Santa Maria Maggiore, succedendo a Domenico Bartolucci, a sua volta successore di Licinio Refice. In tale ruolo, si dedica alla composizione di lavori destinati al solenne servizio liturgico.";	testo = testo + " Canonico della stessa basilica mariana, Prelato d'Onore di Sua Santità e Protonotario Apostolico, insegna per alcuni anni Composizione presso il Conservatorio «E. R. Duni» di Matera e, dal 1995, è Preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra, dove è professore ordinario di Composizione e di Direzione polifonica. Copiosa e di rilievo artistico è la sua produzione extraliturgica.";	testo = testo + " Citiamo l'oratorio Beata Virgo Maria Ecclesiæ Christi typus et mater per soli, coro e orchestra, e il poema sinfonico Nadal, eseguiti entrambi nell'Auditorio Pio di Via della Conciliazione e in altre sedi. È spesso invitato a far parte di giurie di concorsi corali e di composizione, in Italia e all'estero. Le sue composizioni sono pubblicate e registrate in CD per le Edizioni Carrara, le Edizioni Paoline e LDC di Torino.";	testo = testo + " Tra le onorificenze conferitegli figurano il titolo di Officier de l'Ordre des Arts et des Lettres della Repubblica francese, la Encomienda de Alfonso X el Sabio dello Stato spagnolo e la Creu de Sant Jordi della Generalitat della Catalogna. È membro onorario della Pontificia Accademia dei Virtuosi del Pantheon. Ha diretto a Casamari, per il concerto di fine anno ????, in prima mondiale assoluta, l’oratorio Cananaea, di Refice.";	testo = testo + " Ha anche curato, per Radiovaticana, nel cinquantenario della morte di Refice, una serie di trasmissioni il cui testo è in gran parte raccolto in volume Excitabo auroram, II, Editrice Vaticana-PIMS, pp 102ss.</p>";			testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function reficeDiariRoncalli(){	var testo = "<h3>Refice nei diari di Roncalli poi Giovanni XXIII</h3>";	testo = testo + "<p>A cura di Enrico Galavotti, per le Edizioni Nazionali, anno 2008, sono usciti i Diari di Angelo Giuseppe Roncalli (poi Giovanni XXIII) con il titolo Pax et Evangelium. Sono la trascrizione delle Agende del patriarca di Venezia e contengono il suo soliloquio di pastore di anime. Libri interessanti per tutti e ulteriore conferma della assoluta unicità del personaggio, difficilmente arruolabile da movimenti e partiti, ma solo e unicamente donato alla Chiesa.";	testo = testo + " Il patriarca fu l’unico vescovo italiano a commemorare il XXV dei Patti Lateranensi. Né si astenne dal citare Mussolini, correggendo per vie di fatto – cioè senza stigmatizzare le varie forzature – la travisata espressione di Pio XI. Papa Ratti aveva definito il Duce “l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare...”. Veniva da più parti interpretata, con intenti contrapposti, come se avesse detto: “L’uomo della Provvidenza”.";	testo = testo + " Con la stessa superiore visione super partes nel 1957 espresse sentimenti di benvenuto ai partecipanti al XXXII congresso del Partito Socialista Italiano nella città lagunare. Due volumi di quasi duemila pagine complessive. Il primo (XXIX-997) copre il triennio 1953-1955 e il secondo (pp XXVI-881) quello 1956-1958. Il futuro papa appunta i suoi impegni pastorali, le sue omelie e non omette di esprimere il giudizio su se stesso: se è rimasto soddisfatto della predica oppure no.";	testo = testo + " Quando la messa è cantata, molto spesso esprime anche un giudizio sulla musica e sugli esecutori.  Nel primo volume, a pagina 547, in data 17 luglio 1955, si legge: “Buona musica, bene diretta dal maestro don Alfredo Bravi”. E in calce si specifica che si trattò di musica di Refice, del quale il curatore dà i cenni biografici essenziali. Nel secondo volume, a pagina 161, in data 15 luglio 1956: “Discreta gente e buona musica di Refice”.";	testo = testo + " Il 23 settembre 1956, pagina 214: “Musica grande di Refice; clero e popolo; bello e impressionante”. Infine a pagina 561, il 3 gennaio 1958: “Bella musica di Refice e folla qualificata”. Angelo Giuseppe Roncalli (nato a Sotto il Monte il 25 novembre 1881) fu di soli due anni maggiore di Refice. Quando il futuro papa studiò all’Apollinare Refice non era ancora di casa a Roma; ma nel successivo periodo romano, dal 1920 al 1925, pur interrotto da frequenti viaggi, ebbe modo di sentir molto parlare del musicista ciociaro.</p>";			testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function valle(){	var testo = "<h3>Giovanni Valle</h3>";	testo = testo + "<p>Nasce a Patrica il 4 febbraio 1978. La sua inclinazione per la musica può dirsi innata. Ancor prima di intraprendere gli studi regolari improvvisa con sorprendente facilità. Nel 1991, appena tredicenne, debutta con l'orchestra “O.Respighi”, sotto la guida di Cesare Croci, eseguendo il terzo concerto di Beethoven nei maggiori centri della provincia di Frosinone.";	testo = testo + " Sotto la guida di SI diploma nel 1997 con lode e menzione d’onore presso il Conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone, sotto la guida di Cecilia de Dominicis-Lees. Alla sua formazione contribuiscono gli incontri con Alexander Lonquich, Paolo Bordoni, Licia Mancini, Mario Calisi, Antonio D’Antò, Marco Boemi, Enza Ferrari, Andrea Cera.";	testo = testo + " Ha già tenuto (2007) più di 500 concerti per Enti, Associazioni e Società Concertistiche in Italia e all'estero. Vincitore di numerosi concorsi pianistici nazionali ha inciso per ARES (Verona), Phoenix Classics (Montebelluna-Tv), O.M.A. Edizioni, Eye Sound (Frosinone). Per una raccolta fondi curata dall'Associazione “C.Donfrancesco” di Frosinone incide il CD “Blu Ensemble” (Fagotto-Pianoforte), con la prima registrazione assoluta di “IF” di A.D'Antò.";	testo = testo + " Nell’ambito del Cinquantenario della morte di Licinio Refice cura il volume “Liriche”, integrale di un corpus inedito per soprano e pianoforte del compositore ciociaro, elegante edizione distribuita in tutti i Conservatori/Licei Musicali e presso gli Istituti italiani di Cultura all'estero. Altre sue pubblicazioni sono: “Antologia 900” (edizione a stampa e discografica – NetArtCompany); Cd “Milonga... per Astor Piazzolla” (Fisarmonica-Pianoforte); CD “Antiche Melodie” (trio “La Terzina”- Fl-Ctb-Cembalo).";	testo = testo + " Responsabile artistico dell’Associazione O.M.A. (Orizzonte Musica ed Arte) cura l’organizzazione del I Convegno Internazionale “Licinio Refice e la musica sacra del primo ‘900” (Patrica, 24-25 settembre 2005), con il patrocinio della S.I.d.M. Consegue nell'Anno Accademico 2005-2006 il Biennio di Pianoforte-Corripetitore (110/110 con lode) presso il Conservatorio “L.Refice”, sotto la guida dei Maestri Mauro Paris e Alberto Galletti. Sempre nel 2005-2006 frequenta il corso per maestri sostituti a Spoleto (Teatro A.Belli) dove ottiene il diploma di merito finale (voto 98/100).</p>";			testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function danto(){	var testo = "<h3>Antonio D'Antò</h3>";	testo = testo + "<p>Compositore, nato a Capri, ha conseguito i diplomi di pianoforte e di composizione presso il Conservatorio “L.Refice” di Frosinone ed il diploma di Direzione d’orchestra presso il Conservatorio “S. Cecilia” di Roma. Tra i maestri che hanno contribuito alla sua formazione sono da ricordare Roman Vlad, Teresa Procaccini, Franco Donatoni, Daniele Paris, Franco Ferrara, Bruno Aprea ed altri.";	testo = testo + " Docente presso il Conservatorio “L. Refice” di Frosinone, oggi ne è il Direttore. Alterna l’attività di compositore a quella direttoriale, dedicandosi in particolare alla musica moderna e contemporanea. Ha promosso e diretto l’Ensemble di Musica Contemporanea del Conservatorio di Frosinone; ha diretto il complesso “Musica d’Oggi” di Roma. Ha fondato e tuttora dirige il coro da camera “D. Paris”.";	testo = testo + " Di particolare rilievo l’impegno per Licinio Refice con l’istituzione del Premio Internazionale Refice a Patrica, città natale del compositore (3 edizioni); l’allestimento e l’incisione in CD (Ares-Pd) dello Stabat Mater nella versione per pianoforte Soli e Coro (al pf Giovanni Valle, solisti Anita Selvaggio e Francesco Marsiglia), Coro Ernico.  Tiene corsi e seminari di composizione in varie città italiane.";	testo = testo + " Sue composizioni sono state eseguite in Italia e all’estero da importanti interpreti. Di rilievo le esecuzioni di ‘Icone’, per orchestra sinfonica, a cura dell’orchestra della RTV Slovena di Lubiana e dell’orchestra sinfonica di Cali in Colombia; ‘Eclat’ per soprano e orch eseguito a Roma (Teatro Valle) e Amelia (Teatro Sociale) dall’ orch di Roma e del Lazio;  ‘Agnus Dei’  (per soprano e archi) Avignone;  ‘II Concerto per archi’, eseguito in Slovacchia; ‘Concerto per oboe ed archi’, in Assisi e S. Giovanni Rotondo; ‘Il blu cobalto del cielo’ eseguito nel Teatro Regio di Torino, a Bergamo, Assisi e Colorado Springs; ‘Notti senza cometa’ dato all’Università di Bologna e ad Arezzo; ‘Aspetta un minuto’, dato presso il Conservatorio Centrale di Pechino, Catania e Strasburgo ( è stato diffuso dalla Radio Olandese); ‘Veni creator spiritus’, dato a Clisson in Francia. Ha realizzato una fiaba musicale per bambini. La sua produzione conta fin ora circa novanta lavori per vari organici. Pubblica con Rugginenti-Milano, Berben-Ancona, Edipan- Roma, Mnemes- Palermo, Teorema di Bologna.";	testo = testo + " Alcune sue composizioni sono incise su CD. Ha curato le elaborazioni per soprano e quintetto d’archi  andate in onda su RAI Due in mondovisione da Betlemme in occasione del Natale 2001. Ha composto un melologo su una fiaba di Gianni Rodari (per voce narrante e sette strumenti) rappresentato nel Festival di Ortona e presso il Teatro degli Illuminati di Città di Castello e Teatro di Fiuggi con la voce di  Davide Riondino. Nel 2003-2004 ha riscosso grande consenso ‘Il poema del mare’ per 2 attori e pf a 4 mani.";	testo = testo + " Ha composto le musiche di scena per la commedia di Marivaux ‘Il gioco dell’amore e dell’azzardo’, eseguita al Teatro Comunale di Fiuggi e al Politecnico di Roma. Invitato come compositore nel 2002 dal Dipartimento Musica dell’Università della Florida di Miami, ha presentato ‘Il blu cobalto del cielo’ e altri lavori. Nel 2002 ha tenuto le lezioni di Analisi musicale per il Corso di formazione di Professori d’orchestra realizzato dall’ Arts Academy di Roma e promosso dalla Comunità Europea.";	testo = testo + " Ha, inoltre, curato le orchestrazioni per il Concerto di Capodanno del Quirinale  31 Dicembre 2002  in onda su RAI Uno. Dal Novembre 2007 il M° D'Antò – come già detto – è Direttore del Conservatorio di Musica “Licinio Refice” di Frosinone.</p>";			testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function francescoSiciliani(){	var testo = "<h3>Francesco Siciliani &nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'siciliani.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<p>Francesco Siciliani è ritenuto uno degli animatori  più importanti della cultura musicale (e non solo) della seconda metà del XX secolo. Nacque a  Perugia il  3 marzo 1911, da Domenico e da Dirce Matricardi. Famiglia originaria della Calabria e, ancor prima, come già si potrebbe dedurre dal cognome, proveniente da oltre lo Stretto. I genitori erano entrambi appassionati di musica.";	testo = testo + " Francesco crebbe sviluppando un amore prodigioso per l'arte dei suoni. Fu subito ritenuto un ragazzo prodigio. La sua precocità non si estrinsecò solo nel campo musicale, ma nello scibile senza steccati. A sei anni dava concerti e dirigeva (1917-1918). Nel 1920 giunse a Perugia Licinio Refice. Era già noto in Italia a vario titolo: come compositore; come severo critico musicale nel campo della produzione sacra del tempo dalle pagine del Bollettino Ceciliano; come prestigioso docente nel Pontificio Istituto di Musica Sacra.";	testo = testo + " Nel 1922 la Società Polifonica Perugina, diretta da Alessandro Pascucci, eseguì nella chiesa di San Pietro due grandi composizioni reficiane: lo Stabat Mater e il poema sinfonico-vocale Martyrium Agnetis Virginis, con un successo così travolgente che nella città umbra non si parlava d'altro. Il risultato, per Refice, fu la frequentazione di alcune famiglie perugine illustri, come i Calzoni [vedi Maria Calzoni] e i Siciliani - appunto.";	testo = testo + " Nacque così l'idea di affidare al Refice il piccolo Francesco, il quale documenta la eco dei successi del Refice a Perugia e anche la propria ammirazione con un dono. È del 16 maggio 1923 una piccola icona (vedi Immagini - 1 e 2) che riproduce la Santa Cecilia di Raffaello, entro cornice di legno, che porta nel retro  la seguente dedica autografa del ragazzo: \"Al Grande Maestro D. Licinio Refice un piccolo ammiratore con l'augurio di sempre maggiori trionfi. Perugia 16-5-1923\".";	testo = testo + " Refice tenne sempre da conto l'omaggio, intuendo a sua volta lo spessore culturale dell'alunno. Intanto Francesco, oltre che alla musica, si dedicava con famelico impegno agli studi più disparati, specialmente filosofici. Seguì le lezioni di Giovanni Gentile. Grazie anche ai dibattiti con il suo Maestro, si interessava di musica sacra. Nel 1929 si diplomò in pianoforte. In quell'anno in Europa furoreggiava il Trittico Francescano.";	testo = testo + " Lo zio Beniamino Siciliani, il 1° gennaio 1929, gli regalò lo spartito del poema sinfonico vocale per voce e piano con la seguente dedica autografa (elaboratisssima sotto l'aspetto grafico): \"A mio nipote offro gioiosamente questo Trittico, dedicato dal suo maestro al Poverello di Assisi, perché da esso risalga, con amoroso severo studio, alle fonti pure del classico sacro, alla grandiosa, commovente semplicità del Palestrina, all'armonia severa, possente, del Bach, temprando così il sapere per il raggiungimento delle sue mistiche finalità artistiche. Siciliani Beniamino. Roma 1-1-1929\".";	testo = testo + " Il giovane Francesco, dando prova di chiaroveggenza, aggiunse alla dedica dello zio un Postscriptum a matita del seguente tenore: \"Se da questo Trittico dovessi prendere le mosse per risalire \"valle fonti pure del classico [sacro]\" impiegherei inutilmente il mio tempo!!! (vedi Immagini - 3) \". E in effetti da Refice non si risale a Bach e tanto meno a Palestrina, a meno che non ci si limiti al magistero delle voci in polifonia, lasciando da parte la \"semplicità\". Da Refice si risale a Wagner e al Teatro etico, senza troppa distinzione tra sacro e profano, essendo una sola la vita.";	testo = testo + " Nello stesso anno  1929 Francesco Siciliani si iscrisse alla facoltà di Diritto Romano, conseguendo la laurea nel 1932 con il massimo dei voti. Nel campo della musica, a Firenze, si legò di amicizia con Luigi Dallapiccola, Goffredo Petrassi,  Ildebrando Pizzetti, ma soprattutto con Vito Frazzi, che definiva  \"il più grande musicista contemporaneo\".";	testo = testo + " Per i vasti interessi ebbe anche sodalizio con Giovanni Papini, Giuseppe De Robertis, Ardengo Soffici, Gianfranco Contini, Eugenio Montale, Bruno Cicognani, Aldo Capitini... I rapporti con Refice si fecero più radi, ma non insignificanti, se è vero che il Siciliani assorbì dal Refice l'idea della Sagra Musicale Umbra - come ebbe a dire al maestro Giuseppe Marchetti: \"Furono la personalità di Refice e l'amore [di questi] per i luoghi francescani i primi elementi ispiratori  della Sagra Musicale Umbra\" , fondata nel 1937 e dedicata essenzialmente alla musica sacra.";	testo = testo + " Nel corso della XII edizione, nel 1957, a tre anni dalla morte di Refice, fu eseguita a Assisi, Pomposia,  poi replicata a Firenze, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, dal Coro del Teatro Comunale.  Gli orientamenti musicali del Siciliani si resero divergenti da quelli del Refice sotto l'aspetto tecnico e culturale; e le amicizie con Attilio Momigliano, Walter Binni, soprattutto Ernesto Buonaiuti e il già citato Capitini, lo dimostravano.";	testo = testo + " A parte altre considerazioni di natura ideologica, antifascismo e modernismo spinti avrebbero creato a Refice guai supplementari; ma l'icona del giovane alunno rimase sempre sullo scrittoio del maturo autore di Cecilia e Margherita. Del resto Refice aveva dichiarato fin dal Dantis Poëtae transitus (1921), quindi nel periodo nel quale dava lezioni al Siciliani: \"Io non sono un modernista aggressivo e angoloso in fatto di musica.";	testo = testo + " E sarebbe ridicolo non rendersi conto dei progressi dell'arte dal punto di vista tecnico fonico e strumentale. Però non posso, da sincero italiano, rinunciare alla espressione più fortemente e nobilmente sentita della linea artistica del canto commosso\".  [Per maggiori informazioni su questa dichiarazione vedi Catalogo > Opere Maggiori > Dantis Poëtae Transitus].";	testo = testo + " Nella scelta di campo del Refice aveva il giusto peso anche la professione di maestro di Cappella della Basilica di Santa Maria Maggiore, dove non sarebbero stati possibili sperimentalismi e dove già davano problema le \"armonie arditissime\" che nonostante tutto adottava. Non si capisce come il rapporto tra Refice e Siciliani venga del tutto taciuto da parte della storiografia, ora che, a oltre dieci anni dalla morte del Siciliani (17 dicembre 1996), se ne fa giusta e onorevole commemorazione.";	testo = testo + " Tra l'altro egli ha lasciato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma il suo imponente patrimonio di libri e dischi.</p>";			testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function cappadozzi(){	var testo = "<h3>Diana Cappadozzi &nbsp;&nbsp;</h3>";	testo = testo + "<table width=\"325\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/DIANA.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Diana Cappadozzi, diplomata in direzione d’orchestra e pianoforte, fu con Ernesta Pellegrini la fondatrice della Corale San Gaspare, poi denominata Le Voci. Il gruppo corale, nonostante fosse formato di non professionisti, raggiunse un ottimo livello, privilegiando nella programmazione le composizioni del Maestro Licinio Refice. In tal modo la Cappadozzi contribuì in misura notevole alla riscoperta del musicista ciociaro, al cui nome dedicò un concorso annuale “Premio Licinio Refice”, nel quale si misero in luce cantanti oggi affermati. Il suo curriculum integrale può essere letto nella <a href=\"javascript:popLarge(\'cappadozzi.html\',\'Diana Cappadozzi\')\"><b>locandina.</b></a> Il gesto della Cappadozzi, dal podio, pur essendo imperioso e esigente, è di una plasticità deliziosa e sembra plasmare nello spazio i suoni che ricava dall'orchestra.</p>";		document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function simoniMessina(){	var testo = "<h3>Il tenente Simone Simoni e il terremoto di Messina…</h3>";	testo = testo + "<p>Nel mese di dicembre del 2007 pubblicai un libro dal titolo: Il generale Simone Simoni vittima alle Fosse Ardeatine. Uno dei capitoli più dolorosi della vita dell’eroico militare è senza dubbio la morte dell’amatissima fidanzata Adalgisa Biscossi. Nella ricostruzione dell’evento seguii le testimonianze familiari, tutte unanimi, secondo le quali la ragazza era morta a Messina, sotto le macerie della casa, insieme allo zio e alla moglie di questi, nei tragici minuti del terremoto. Non tralasciai di compiere e far compiere le ricerche possibili, non già per chiarire se si trattasse di Messina, notizia ritenuta indubitabile, ma per avere qualche particolare in più in merito alle circostanze della tragedia e alla zona delle città. Non ricavai nulla, perché mi fu detto che non vi erano elenchi delle vittime consultabili e tanto meno documenti circostanziati dei singoli casi.";	testo = testo + "In genere io non caccio di casa i miei libri. Continuo a interessarmene e se esce qualcosa di nuovo la inserisco, magari soltanto nella copia digitale del mio archivio. In alcuni casi i ritocchi si sono resi utili per la seconda e terza edizione, o per articoli a latere del volume principale. È quanto mi accingo a fare per la biografia del generale Simone Simoni.";	testo = testo + "Leggendo un appunto di cronaca manoscritto di don Icilio Simoni, conservato nell’archivio Una Stanza per Refice (USpR), la localizzazione siciliana della tragedia di Adalgisa non può essere più sostenuta. Salvi tutti gli altri particolari della catastrofe, il racconto deve essere trasferito a Reggio Calabria. Ora conosciamo anche il palazzo e quindi la strada in cui Adalgisa perì, con il fratello e la cognata. Come ho già detto avevo molto indagato per conoscere la zona di Messina abitata dai Biscossi in quel momento; indagavo in Sicilia e avevo la soluzione tra le carte in mio possesso a Patrica!";	testo = testo + "La nota di don Icilio Simoni è una minuta, molto probabilmente la prima stesura di un articolo per qualche giornale. Sono molte le correzioni che l’autore ha operato sul testo. Alcune sono semplici interventi riguardanti la forma. In qualche caso la cancellatura sembra avere un rilievo ideologico, come quando elimina una critica alle autorità di Reggio Calabria per il ritardo nel concedere il permesso di scavare tra le macerie. I testi cancellati e leggibili li trascrivo tra vergolette a esponente [“ ”]. Ecco la nota di cronaca di don Icilio, sotto la data del 27 febbraio 1909.";	testo = testo + "«Patrica – Echi del disastro di Calabria. Tra i coltiti dalla sventura calabrese dobbiamo annoverare la famiglia del nostro medico condotto Dottor [Filippo] Biscossi di Roma, il quale ha perduto nella notte fatale in Reggio Calabria la figlia Signorina Adalgisa e il figlio Igino insieme alla consorte Iole. Perdita veramente grande non solo per il numero delle vittime, ma molto più per la qualità delle persone, veri tesori di ingegno bontà e signorilità. Patrica, che li ha visti crescere da bambini e ora li ammirava grandi, si è unita all’immenso dolore dell’amata famigli e ne ha seguito con suprema ansia tutte le notizie, sperando sempre nel salvamento dei medesimi. Purtroppo le speranze sono riuscite vane. Il palazzo Manganaro, sotto le cui rovine essi furono travolti dopo più di un mese dalla catastrofe ancora doveva essere visitato e la famiglia Riscossi è riuscita ad ottenere dall’autorità il permesso di scavarvi a proprie spese solo pochi giorni indietro quando si era sicuri di ritrovarli cadaveri; “essendo stato impossibile ottenere prima tale permesso, quando si poteva aver fondata speranza di ritrovarli ancora vivi”. Dopo inaudite fatiche e sacrifici, il fratello Dottor Ottorino ed il Tenente [Simone] Simoni recatisi sul posto hanno rinvenuto i tre cadaveri e tutto hanno disposto per ricondurli qui in Patrica. Difficoltà sopraggiunte anno fatto sì che questo desiderio  della desolata famglia restasse soddisfatto solo in parte. Ieri sera Patrica ha accolto la salma della compianta Signorina Adalgisa Tutto il paese era ad attenderla alla porta del paese, insieme al Clero e le autorità civili. “Tra i lugubri rintochi delle campane” immediatamente è stata portata  nella Chiesa principale, di dove, dopo il funerale, fatto nella mattinata seguente, è stata solennemente accompagnata al cimitero, tra le meste armonie del locale Concerto. Tanta dimostrazione di sentito affetto valga a lenire l’acerbo dolore della Famiglia».";	testo = testo + "Un semplice confronto con il mio testo (volume citato, pagine 69-72) rivela che la sola discrepanza riguarda il luogo. Come poté imprimersi nella mente dei familiari Messina invece di Reggio Calabria? Di certo influì il nome con il quale il terremoto è passato alla storia: è per tutti, ormai, il terremoto di Messina. Ciò posto, dove può essere morto qualcuno durante il terremoto di Messina? A Messina, anche se poi si scopre che non è vero! La seconda causa fu – probabilmente – una certa rimozione da parte delle figlie del Generale, mie principali informatrici su questo punto. In loro poté agire una certa rimozione della figura di Adalgisa, loro zia, ma il vero e travolgente amore del loro papà. Il terzo, infine, e il più certo, fu il tempo trascorso: ricorre quest’anno il centenario del disastro!</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>© 30.09.2008 Michele Colagiovanni</em><br />";		document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function erminioBufalini(){	var testo = "<h3>Patrica messa in versi</h3>";	testo = testo + "<p>Fra tutte le variazionni fonetiche che il dialetto ciociaro subisce da luogo a luogo, con una distinzione perfino topografica,";	testo = testo + "la parlata di Patrica è quella che fa più spicco per la cadenza brusca e l'accento perentorio.<br>";	testo = testo + "Priva com'essa di certi vezzi che accivettano la cantilena nei paesi limitrofi, può sembrare anche più rozza e più dura delle altre;";	testo = testo + "ma sotto la sua scorza petrosa vibra segretissimo un pudore che la comprime tutta e l'abbrevia in un ritmo scontroso, e pungente tanto da scoprire subito la sua";	testo = testo + "vena ironica, in cui non è difficile risentire residui di classica comicità; la stessa che anima molte delle usanze popolane, dagli zanni carnevaleschi alle litigate";	testo = testo + "non solo tra donne, dalle dicerie mordaci a certi nomignoli davvero biografici.<br>";	testo = testo + "Per spiegarsi meglio bisognerebbe citare almeno una delle stornellate a dispetto di questo o di quel tizio, che un tempo circolavano addirittura stampate";	testo = testo + "in foglietti: lo sfogo satirico era più crepitante di una fiamma di strugli e lasciava segni di scottatura sulle carni del castigato. Sarebbe";	testo = testo + "grande òla voglia di ripetere a memoria qualche <em>fiuritto d'uva</em> che fa rima con <em>bua</em>, ma il rischio è di finire con gli occhi abbottati.<br>";	testo = testo + "Negli antichi tempi, anche col dialetto patricano si fecero stroppolette e canzoncine, tramandate a voce fino a ieri, e chissà se le cantano ancora";	testo = testo + "le giornatare: forse Mammattina, la madre di Urbano Simoni, è stata l'ultima a saperle tutte e se l'è portate gelosamente con se. Ma versi nella";	testo = testo + "portata di Sammucito o delle Ravi chi li ha mai scritti per dire amore a una donna o per celebrare feste e festini?<br>";	testo = testo + "Non è stata perciò poca la mia sorpresa di ritrovare fresco e saporito il dialetto di Patrica leggendo il poemetto <<??A festa du San Rocco</em>>>";	testo = testo + "e le altre poesie di Erminio Bufalini, umanista anche lui come lo zio abate don Pietro. Un generale nientemeno, e non sembra che gli studi e la pratica di";	testo = testo + "strategia l'abbiano incallito nella carriera del soldato: la nascita paesana, per la quale ha serbato un amore grande quanto la tradizione ciociara,";	testo = testo + "oggi gli rende un frutto di poesia così gentile in onore di Patrica, che lui si porta in petto non diversa da una bandiera conquistata con le memorie";	testo = testo + "e gli affetti.<br>";	testo = testo + "Anche se zampillante dalla perenne nostalgia, in cui non ho fatto che frugrare Patrica da cima a fondo in tanti anni di assenza, la sorpresa non è";	testo = testo + "tutta di cuore, non è soltanto una vicenda di commozione.<br>";	testo = testo + "Questo poemetto riconduce subitamente a una giornata di festività, la più clamorosa dell'anno, quando le donne (<<<em>C'iusceva a fiara 'nfaccia</em>>>)";	testo = testo + "sfoggiavano la loro bellezza come una toletta in mezzo agli spari di mortaretto e all'allegria della banda e delle campane a stormo:</p>";			testo = testo + "<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Steva a Santo Duminico 'mpustato,<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;all'alba, Arcagnolo i agli primo scrocco<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;già i primo murtaletto era vulato<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;sino a Cauciano a di' ch'era San Rocco.<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Salutevono allora matutino<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Carluccio Foggia i Mimmo Tammurino.</em></p>";		testo = testo + "<p>E i versi traboccano da un vocabolario colorito e succulento che rifà vive e e tumultuose le persone trascorse nella loro storia";	testo = testo + "come protagonisti d'una festa ormai ferma nel tempo della favola.<br>";	testo = testo + "Par di risentire a una a una le voci dei paesani risorgenti dal remoto a passo di salterello e sono essi, tutti quanti, che mi trascinano";	testo = testo + "per i capelli dalla Madonna Longa alle Casi Novo, dal Caùto al Sutimo: me stesso ombra tra le infinite ombre che al tempo della mia infanzia erano ancora";	testo = testo + "presentze sgargianti per quelle strade, presso la soglia d'una casa, a una finestra spumante di garofani, in corsa per i mille scalini,";	testo = testo + "e in quel giorno di San Rocco che è sempre la festa nazionale di chi vive lontano da Patrica e ogni notte ascolta lo scorrere lento e dolce";	testo = testo + "dell'acqua nella fontana della Piazza, mentre improvvisa si riaccende per lui la voce di Mariarosa la fornara che grida sotto la finestra";	testo = testo + "<<<em>Cristì ammassa!...Carlì appana!</em>>>.<br>";	testo = testo + "Ma chi può dir meglio di Erminio Bufalini l'amore per <em>Patrica meia</em> ?</p>";		testo = testo + "<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Prussepio du casetto tutti buci,<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;cupi du lapi,<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;t'entra 'na luci,<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;du paradiso appena arrapi:<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;vu tengo 'mpetto<br/>";	testo = testo + "&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;a cumm'a lu castegno dentro i cardo...</em></p>";		testo = testo + "<p>E sono versi d'amore che vorrei aver scritto io nel dialetto in cui ho detto le prime parole: è certamente in patricano che dirò le ultime.</p>";		testo = testo + "<table class=\"tabular_list\" cellpadding=\"5\" cellspacing=\"3\" width=\"600\"><tr><td>Roma, Capodanno 1954</td><td align=\"right\"><em>Libero de Libero</em></td></tr></table>";			testo = testo + "<p>[Dalla presentazione del volumetto di poesie: ERMINIO BUFALINI, <em>Ricordi di Patrica</em>, La Tpografica, Frosinone s.d.]</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function filippoTolli(){	var testo = "<h3>Filippo Tolli</h3>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<em>(Filippo Tolli)</em>";	testo = testo + "<table width=\"200\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/Tolli.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>L’Enciclopedia Cattolica (XI, 207-8) lo definisce “organizzatore cattolico, antischiavista tra i più benemeriti”. Nacque a Roma  il 1° settembre 1843 e vi morì il 17 maggio 1924. Fu amico fraterno di don Icilio Simoni, con il quale era in perfetta sintonia, apprezzandone – appunto – le doti di organizzatore inesauribile.";	testo = testo + " Nel 1875 ebbe la cattedra di Lettere nel prestigioso Liceo dell’Apollinare. Nel 1874 ottenne la presidenza del Circolo San Pietro fondato nel 1869, alla vigilia di Porta Pia, con l’approvazione del cardinal vicario Costantino Patrizi e presieduto fin allora dal cavalier  ??? Mencacci. Tenne la presidenza fino al 1888. Dal 1880";	testo = testo + "al 1889 fu anche presidente del Consiglio Superiore della Società della Gioventù Cattolica. Nel 1884 ottenne la nomina a Scrittore della Sezione latina della Biblioteca Vaticana. A riprova della speciale dote di organizzatore, sorta l’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici, il Tolli ottenne la presidenza del Comitato Regionale del Lazio (1893).";	testo = testo + " Innumerevoli sono le iniziative che gli furono affidate e che ebbero l’immancabile successo. Le enumera Agostino Vian (nonno dell’attuale direttore dell’Osservatore Romano) redattore della voce dedicata al Tolli: il giubileo pontificale di Pio IX, l’Esposizione Vaticana del 1888, i Giubilei di Leone XIII e di Pio X, le ricorrenze centenarie di San Filippo Neri e di Torquato Tasso,";	testo = testo + " Cinquantenario della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione…";	testo = testo + " Qui a noi interessa soprattutto per la Croce di Cacume. L’idea veniva fatta risalire a Leone XIII in persona, ma è molto probabile che sia dello stesso Tolli. Senza dubbio Papa Leone la benedisse e venne annunciata il 5 settembre 1896, nell'ultima seduta generale del Congresso Cattolico Italiano (quattordicesimo della serie)";	testo = testo + "convocato a Fiesole. L’intento era di rendere omaggio a Gesù Cristo Redentore nel diciannovesimo centenario (1900). Il segno non veniva indicato necessariamente nella croce, ma la croce era il simbolo più ovvio della redenzione e il più leggibile dal popolo cristiano. Era anche il più facile da realizzare in proporzioni gigantesche sui monti, per renderlo visibile a grandi distanze.";	testo = testo + " Il Comitato Locale Romano, guarda caso presieduto dal Tolli,  coordinò le iniziative nazionali e l'8 luglio 1899 fu spedita la seguente circolare agli aderenti: «Illustrissimo e Reverendissimo Signore, le alte cime dei monti che dominano le regioni italiche, si presentano come luoghi quant'altri mai adatti per collocarvi un imperituro ricordo dell’Omaggio al Redentore, attestante";	testo = testo + "ai posteri la dedicazione a Gesù Cristo del sec. XX. L'esempio dei nostri maggiori conforta il Comitato a questa santa impresa, dappoiché troviamo appunto innalzato il simbolo della Redenzione nei luoghi elevati a gloria di Cristo ed a conforto dei popoli. Ora pertanto il Comitato ha prescelto dalle Alpi alle Madonie diciannove montagne - appunto quanti sono i secoli della Redenzione - adatti per innalzarvi un";	testo = testo + "ricordo dell' Omaggio, in modo che nell'Italia venga a formarsi una simbolica corona sacra al Redentore. E perché la proposta possa effettuarsi facilmente e regolarmente, il Comitato ha deliberato di rivolgersi ai corrispondenti dell'Omaggio, affinché procedano alla costituzione di un gruppo di persone nelle città prossime alle montagne principali della regione per provvedere insieme: 1 - alla scelta della vetta";	testo = testo + "più visibile ed insieme di possibile accesso; 2 - alla raccolta delle piccole offerte occorrenti per l’acquisto del ricordo; 3 - al collocamento del ricordo stesso sulla vetta della montagna; 4 - a promuovere un devoto pellegrinaggio che possibilmente sia presente alla cerimonia; 5 - a far celebrare, prima del collocamento del ricordo, una messa sul luogo stesso. Finalmente perché la cerimonia avvenga contemporaneamente";	testo = testo + "è stata scelta la Domenica nell'Ottava del Corpus Domini. II Comitato Romano promotore, dietro richiesta, s'incaricherebbe di procurare l’oggetto artistico da costituire il ricordo. Essendo ben noto lo zelo della S.V. che accettò di essere corrispondente del Comitato Internazionale dell'Omaggio, si nutre fiducia che vorrà occuparsi dell'effettuazione di così bella opera in cotesta regione, potendo del resto facilmente in";	testo = testo + "qualche società o comitato parrocchiale costituire il gruppo richiesto. […]. Ringraziando la S.V, Ill.ma è grato ai sottoscritti attestare i sensi della loro stima e considerazione. II Presidente: Comm. Filippo Tolli Segretari: Filippo Cancani Montani Augusto Grossi Gondi. Roma, 8 luglio 1899».";	testo = testo + " Ovviamente il paese natale del pontefice, Carpineto, si sentì più di ogni altro coinvolto e eresse una grande croce sul Capreo, balcone sulla Pianura Pontina e sul mar Tirreno, non visibile però dall’entroterra ciociaro, allora molto più popoloso. Patrica volle rimediare e non essere da meno. Per iniziativa dei fratelli don Federico e don Icilio Simoni sorse un comitato che non ebbe grande accoglienza dagli Spezza, che";	testo = testo + "avevano aderito al comitato di Carpineto e vedevano nella nuova iniziativa una impresa a loro estranea. Poi però si accodarono. Il professor Tolli non si fece pregare. Gli piaceva la forma della montagna, più idonea del Capreo, dove si rendeva necessaria una costruzione piramidale di alcuni metri per dare visibilità alla croce, mentre il monte di Patrica, Cacume, aveva non una piramide, ma un cono naturale alto ben duecento metri sull’altipiano!";	testo = testo + " Il Tolli fu ospite dei Simoni e nelle carte dell’Archivio di Famiglia oggi conservato in Una Stanza per Refice, vi sono alcuni scritti di suo pugno, comprese alcune poesie in lingua e altre dialettali. Un testo fu musicato da Licinio Refice. Esprime il desiderio del poeta e del musicista di godere le vacanze a Patrica per tutta l’estate.";	testo = testo + " Giornalista di professione, polemista efficace e apologeta della politica ecclesiastica del tempo, Tolli dapprima diresse l’organo di stampa La Stella, poi il più congeniale La Frusta, senza disdegnare altri giornali cattolici, dai quali la sua firma era richiestissima, data la notorietà. Fu Consigliere Comunale e Provinciale,  Vice Presidente Generale dell’Opera Antischiavista promossa da Leone XIII, con";	testo = testo + "legami che lo riallacciano ai Simonetti di Carpineto. Dal conte Ascanio Savorgnan di Brazzà e Giacinta Simonetti, marchesa di Gavignano, il 25 gennaio 1852 nacque – a Caste Galdolfo – Pietro Savorgnan di Brazzà, mitico filantropo attratto dall’Africa e munifico liberatore di schivi.";	testo = testo + " «L’opera a cui principalmente resta legato il nome del Tolli» – scrive Agostino Vian – «è l’antischiavismo che fondò a Roma nel 1888 in unione con l’avv. Simonetti: Con indefessa propaganda riunì i pochi comitati che esistevano in Italia e ne costituì altri, dando origine alla Società anrtischiavista italiana  di cui fu eletto presidente generale nel 1992. Rieletto senza interruzione, tenne la carica fino alla";	testo = testo + "sua morte. Ad un’operosità  così vasta furono base una vita esemplare nel più stretto senso cattolico e la pietà e umiltà di Terziario francescano».";	testo = testo + " Ciò non gli impedì di dissentire in qualche momento dalla linea di Pio X. Leggiamo su Il Savio, giornale della Democrazia Cristiana cesenate: «Il comm. Tolli, presidente di una delle tre famose Unioni cattoliche, quella elettorale, ha insistito in questi giorni [primi di gennaio 1909] perché le sue dimissioni, già presentate e respinte parecchie volte, siano finalmente accolte. La stampa clericale vuol trovare la ragione di queste";	testo = testo + "insistenze da parte del Tolli nelle di lui punto liete condizioni di salute; magra scusa, come si vede! Noi propendiamo piuttosto a credere a quanto scriveva giorni sono in proposito sul Corriere della Sera il corrispondente Vaticano C. Questi infatti avverte che fra il Vaticano e i dirigenti l’Unione elettorale è latente, ormai da due anni, un serio conflitto; mentre i secondi hanno sempre cercato di dare un’interpretazione estensiva";	testo = testo + "all’abolizione parziale del non expedit e miravano, in fondo, alla formazione di un gruppo cattolico parlamentare, il Papa, invece, intende mantenere il principio dell’astensione elettorale, di restringere ancor di più l partecipazione de cattolici alle urne e impedire la formazione di quel gruppo. Evidentemente i cosiddetti cattolici del centro si trovano in una condizione assai difficile! Ma noi, francamente, ce la ridiamo e pensiamo:";	testo = testo + "chi è causa del suo mal pianga se stesso. Constatiamo peraltro che, dopo tutto, le idee della Lega in merito all’aconfessionalità dell’azione politico-parlamentare, non contraddicono affatto quelle di Pio X, il quale, come si è visto, non vuole un gruppo cattolico alla Camera. Constatiamo… e andiamo avanti». Il Savio, anno XI, n. 494, 1909, n. 5, p. 2.</p>";		testo = testo + "<p><b>Produzione letteraria</b><br/>"		testo = testo + "A parte la sua attività giornalistica, Filippo Tolli ha pubblicato: Poesie romanesche lette alla Società artistica ed operaia, Roma, Tipografia poliglotta della S. C. di Propaganda, 1874; Dante Alighieri, dramma in quattro atti, Roma, Tipografia della Pace, 1880; Lucia Dall'Oro o La Contessa fra Annibal Caro e Lodovico Castelvetro, dramma in quattro atti, Roma, Tipografia della Pace, 1881; Poesie romanesche. Roma, Tipografia della pace, 1882;";	testo = testo + " Inno in onore di Leone XIII posto in musica dal maestro Moriconi [s.l., s.n., s.d.]; Le sfide del baron Cremete, Roma, Tipografia della Pace, 1882; Niccolò Copernico. Roma, Cuggiani, 1888; Severino Boezio; Roma, F. Cuggiani, 1889; Carlo Contarini – Scene veneziane, Scuola Tipografica Salesiana, Roma 1900; Inneggiando alla Immacolata Madre di Dio interceditrice... [Roma, Cuggiani, 1893]; Lettera aperta a S.E. il marchese di Rudinì..., Roma, Tipografia Tiberina, 1898;";	testo = testo + " Roma, Scuola tipografica salesiana, 1900; Antischiavismo. Firenze, Barbèra, 1903; Arcadia. Roma, Scuola tipografica salesiana, 1903; XXV anni dopo, Roma, F. Cuggiani, 1903; Epigrafi a Pio X per la solennità di S.Giuseppe. [s.l., s.n., 1912]; Fuori programma. Roma, Cuggiani, 1914; Giuseppe Gioacchino Belli. Roma, Cuggiani, 1914; Michelangelo Buonarroti. Commedia in cinque atti, Roma, F. Cuggiani, 1885, [Miscellanea di scritti vari, letterari e d'occasione.] [s.l., s.n., s.d.];";	testo = testo + " Nel venticinquesimo anno della Società antischiavista d'Italia. Roma, Cuggiani, 1912; Parole in onore di Pio X in occasione della festa di S. Giuseppe. [s.l., s.n., s.d.]; Sei punti storici controversi, Roma, Tip. Cuggiani, 1914; Prefazione alla biografia di Leone XIII di J. Fraikin, L'infanzia e la giovinezza di un papa, Grottaferrata Tip. italo-orientale S. Nilo, 1914. Silveria Patricia. Roma, Cuggiani, poemetto su una leggenda patricana, 1915.</p>";			testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>© 30.12.2008 Michele Colagiovanni</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function donIcilioSimoni2(){	var testo = "<h3>QUEL VULCANO DI DON ICILIO SIMONI (da alcuni appunti)</h3>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<em>(Don Icilio Simoni)</em>";	testo = testo + "<table width=\"220\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/doniciliosimoni2.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Niente meglio di una sua pagina d’appunti potrà rendere la personalità di don Icilio Simoni, un sacerdote poliedrico, che continuamente rimuginava progetti nella sua mente e, come soleva fare Leonardo da Vinci, li metteva su carta, affiancandoli a disegni stesi di getto con le motivazioni a favore, per timore di dimenticarsene. Tali appunti non erano destinati alla posterità, ma erano un suo soliloquio, un promemoria.";	testo = testo + " Gli appunti che presento costituiscono l’intero contenuto di un registro formato protocollo, di 60 pagine, di cui solo cinque scritte. Le rimanenti sono bianche, perché quando non aveva con sé il registro al momento della elaborazione dell’idea ne iniziava un altro. Altri registri sono di formato più piccolo, tascabili, per poterseli portare appresso, ma anche quelli, per la vita frenetica che conduceva, sono soltanto utilizzati per alcune pagine e le restanti lasciate in bianco. Ne possediamo una manciata, tutti con la caratteristica delle sole prime pagine scritte e le restanti bianche. C’è da credere che molti appunti siano andati smarriti.";	testo = testo + " In questa trascrizione presento solo alcuni disegni, per lo più geometrici, come esempio del suo modo di operare. Per lo straripante attivismo non mancò di intralciare l’attività altrui, ma al di là di alcune spigolosità e esondazioni dall’alveo strettamente sacerdotale, resta un esemplare interessante e benemerito. Il testo tra parentesi quadre è un mio commento.";	testo = testo + "<br/><br/>«<b>Luglio 1908</b> - Misure dei confessionali nuovi della Cattedrale di Ferentino». [<a href=\"javascript:pop(\'fotoSimoni.html\')\">Segue disegno del confessionale</a> con le varie misure delle parti. Egli certamente intende farlo simile nella chiesa di San Pietro in Patrica.]";		testo = testo + "<br/><br/><b>3 Agosto 1908</b>. Venuto a Cacume e vi dormì con me e l’Arciprete Ceccanese il Conte Carlo Stampa di Alatri.";		testo = testo + "<br/><br/><b>7 gennaio 1909</b> –Il Principe D. Felice Borghese colla Principessa.";	testo = testo + " Il Principe D. Luciano Colonna con la Principessa e con la sorella arrivarono coll’automobile alla Palombara – quivi essi presero la via della montagna verso le 9 1/2 – Visitarono la Croce di Cacume e tornarono per la via di Patrica, dove già li attendeva l’automobile - mi mandarono a salutare ed io li andai a ricevere di ritorno verso la Madonna della Pace. Ripartirono alle 4 1/2.";	testo = testo + " Sveglia Embriaco. Il fornitore era Borletti e Pezzi Via S. Vittore 37 Milano – [L’appunto è incomprensibile.] ";	testo = testo + " Dal Corriere d’Italia medesima data. Acqua potabile. Per il comune di Bergamo – Con regio decreto è stata autorizzata la Cassa Dep e Prestiti ad accordare al Comune di Bergamo il mutuo di un milione e ottocento mila lire per la costruzione di un nuovo acquedotto. [Forse intendeva seguire la stessa procedura per ammodernare la conduttura esistente da Cacume a Patrica]";	testo = testo + " Somaschi – per entrare occorre certificato di nascita e battesimo – e Cresima – Consenso dei genitori – Certificato di buona condotta – Carte degli studi fatti – Biancheria tutta a sei.";	testo = testo + " Mio studio  e camera da ricevere. [Segue disegno dello studio che intende realizzare per sé con le misure dei vari settori e degli altri elementi d’arredo: scrivania, sedie, librerie…]";	testo = testo + " Piano superiore in noce che comprenderà i tre cassetti sottostanti – dovendo le due credenze laterali essere divise totalmente per comodità di trasporto -";	testo = testo + " Le due credenze laterali saranno a 4 divisioni e con sportello che si apre da dentro in fuori e tavolette laterali che si tirano fuori.";	testo = testo + " [Segue disegno con indicato il contenuto di ogni singolo palchetto.]";	testo = testo + " Per me una tale scrivania è assolutamente necessaria – si leverà l’ottomana ed al suo posto si metterà essa – il tavolo tondo si porterà all’altro corno";	testo = testo + " Scrivania di Don Antonio Bernardi in Supino. [Seguono disegno e misure. Evidentemente voleva realizzarne una uguale per sé.]";	testo = testo + " “Genuflessorio a credenza nelle camere dei Religiosi in Via del Mascherone”. [Disegno con le misure, per i motivi di cui sopra.]";	testo = testo + "<br/><br/><b>3 Agosto 1908</b>";	testo = testo + " Motori locomobili ad oli pesanti R. Ornsby – F. Casali e Ing. Colorni Via Propaganda 8-9 Roma.";	testo = testo + "<br/><br/><b>28 maggio 1910.</b>";	testo = testo + " Arrivato su Cacume l’82° Reggimento di stanza a Frosinone. Capitano Mario Margotti – Tenente Giorgio Giorni un sottotenente etc e 80 soldati. Sono passati per Patrica alle 2 ¾ stavano già [su Cacume] alle 7 ¾ - alle 8 ½ sono ripartiti – poco dopo ha piovuto abbondantemente – speriamo si siano riparati alla Scuola Apostolica. [Un Collegio realizzato alle falde dell’abitato di Patrica chiamato anche Leoniano, in onore di Leone XIII; da non confondere però con il Collegio Leoniano, ossia il seminario regionale di Anagni!]";	testo = testo + "<br/><br/>«<b>8.11. [19]10</b>. Teatro Educativo. Un grande bel teatro si potrebbe con non molta spesa ricavare dal sotterraneo di S. Nicola – facendovi il pavimento le stabiliture qualche finestra – palcoscenico e palchetti tra i pilastri intorno l’abside. Sarebbe anche adattissimo per riunioni e conferenze etc.»";	testo = testo + " «Forse anche come sede della banca – le camere sotto la cappella di S. Giuseppe.» [Progetto realizzato e tuttora agibile!]";	testo = testo + " «Biblioteca. Sarebbe una vera necessità una biblioteca di coltura buona e popolare.»";	testo = testo + " «Io la stabilirei nella sacrestia di S. Pietro, ricoprendo tutta una parete e qualche metro e mezzo dei lati, con tavola di passaggio alla metà di altezza – tutta a scaffali chiusi – con libri legati e numerati con indice e libro giornaliero di prestiti e libro mastro in cui ogni volume ha la sua pagina e così di ogni libro si saprebbe a colpo d’occhio se è o non in biblioteca e che giro fa –»";	testo = testo + " «La distribuzione non sarebbe per nulla incomoda  dando per ora unicamente  dalle 7 ½ alle 8 di mattina – con un migliaio di lire si farebbe molto».</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>Michele Colagiovanni, gennaio 2009</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function liberoDeLibero(){	var testo = "<h3>LIBERO DE LIBERO (dal mio diario)</h3>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<p>Quando arrivai a Patrica, definitivamente, tra le altre cose don Giuseppe Iacobellis, conoscendo la mia inclinazione per la letteratura, mi disse: «In paese c’è De Libero». Dico la verità: in un primo momento pensai all’autore della biografia di san Gaspare per la canonizzazione, padre Giuseppe De Libero: un’opera che non mi piaceva. Per fortuna don Giuseppe, sia che avesse interpretato la mia reazione muta, sia che avesse già deciso di aggiungere la specificazione, aggiunse: «Però è un mangiapreti». L’aggiunta non combaciava con la parte della ricostruzione che io avevo in mente. Un padre filippino mangiapreti? Assurdo! Chiesi: «Ma chi De Libero?». Mi rispose: «Un giornalista, un letterato…». Compresi allora che si trattava di Libero De Libero, il poeta.";	testo = testo + " La presentazione che me ne aveva fatto don Giuseppe mi trattenne per un paio d’anni dall’informarmi di lui, tanto più che non era sempre a Patrica; vi veniva spesso, ma in modo intermittente. Il desiderio di contattarlo, però, covava dentro di me. “Un prete lo sono” – dicevo dentro di me – “ma piuttosto indigesto per temere di essere mangiato”. E poi mi era sempre piaciuto smentire gli stereotipi.";	testo = testo + " Un giorno (erano passati un paio d’anni) mentre mi recavo a San Giovanni con don Giuseppe Iacobellis – non ricordo per quale problema –, questi, dandomi una lieve gomitata al fianco, mi disse: “Ecco, quello è de Libero”. Vidi un ometto basso, con una testa forse più grande del dovuto, che camminava nella leggera discesa che dalla Piazza del Comune dedicata a Vittorio Emanuele, porta a San Giovanni passando per Piazza Trento e Trieste (nome troppo pomposo per uno spazio che è poco più grande di un pianerottolo). Mi proposi di incontrarlo nei giorni seguenti a ogni costo, quasi che il vederlo così minuscolo non potesse in nessun caso mettermi in soggezione, quali che fossero le sue idee verso i preti. Camminava venti passi avanti a noi, che rallentammo su mia proposta. Fu così che fece in tempo a aprire la porta di casa e a scomparire dalla pubblica via prima che noi passassimo in quel punto. Se non avessimo rallentato lo avremmo raggiunto, perché i suoi passi erano veramente lenti e piccoli; mi parve anche che barcollasse, ma non perché avesse bevuto, bensì per l’eccessivo inarcamento del fondo stradale che spioveva ai due lati lungo i muri delle case, a schiena d’asino.";	testo = testo + " In quei due anni io avevo riletto La camera oscura, che mi era stata passata da Marisa Simoni, e ne avevo riportato una impressione di disagio perché vi trovavo esasperati alcuni elementi negativi, che sono comuni a ogni collegio, senza adeguata valorizzazione degli aspetti positivi e – soprattutto – senza una esposizione franca dei limiti della famiglia dell’io narrante, il quale prima di far lamento sul luogo e sulle persone che vi vivono, dovrebbe prendersela con chi ce lo ha messo. Non si può spedire un ragazzo problematico, assetato di affetto, in uno studentato destinato a sfornare dei sacerdoti, e poi lasciarlo in consegna ai gestori dell’impresa come un paio di scarpe da risuolare…";	testo = testo + " Tutte queste considerazioni mi avevavo fortificato. Dicevo a me stesso: se è un mangiapreti e mi attacca, so io come rispondere! Insomma non vedevo ragioni perché non dovessi contattare un personaggio illustre della cultura, avendone la possibilità. «Se attaccato, non mi mancano le munizioni per replicare secondo la violenza dell’attacco» – mi dissi.";	testo = testo + " È vero che Libero descrive le sue disavventure senza eccessiva acredine, senza invettive esplicite neppure contro padre Dan, che è il personaggio più negativo, ma la scelta potrebbe risultare – come secondo me risulta – peggiorativa nel suo effetto. Ricordo che mi venne da pensare, per un parallelismo, a Le mie prigioni di Silvio Pellico, del quale libro si disse che nocque all’Austria più di una guerra perduta.  La figura paterna, pur così filialmente preservata da censure, meriterebbe qualche commento da parte del figlio. È vero che padre Dan tratteneva le lettere che il ragazzo scriveva al padre, nelle quali gli diceva di non voler restare a Scifelli, ma l’assenza di lettere avrebbe dovuto mettere in allarme il genitore più che il riceverle con qualche lagnanza e spingerlo a frequenti viaggi per andarsi a rendere conto di persona di come stessero le cose. Di certo se fosse stata viva Cesira così sarebbe accaduto, ma Francesco era distratto dalle lotte paesane e non si indusse mai a percorrere la distanza irrisoria per sincerarsi della condizione in cui viveva il figlio; e quand’anche tali visite fossero malviste o addirittura proibite dai regolamenti dello studentato avrebbe pur tuttavia potuto dire ai superiori dell’Istituto: “Perché non obbligate il ragazzo a scrivere alle loro famiglie?”. Non era un contadino a cui mancavano le parole e non era neppure un remissivo: era un lottatore!";	testo = testo + " Riguardo poi al convento, io potevo fare il confronto con la mia esperienza personale in Albano. Possibile che fosse così somigliante a un campo di concentramento il luogo abitato da ragazzi? Un luogo diretto, poi, dalla congregazione di sant’Alfonso Maria De’ Liquori, che negli studi di Morale ci era stato presentato come un riformatore benigno, paterno e amorevole verso i peccatori?  Si aveva l’impressione che Libero, pur nella sua prosa non astiosa e non pregiudizialmente contraria – come ho detto – mostrasse gli uomini addetti alla educazione come avvolti da un’aura medievale.";	testo = testo + " L’assenza di polemica diretta, come si ha invece nell’opera di Guido Piovene e di molti intellettuali usciti dagli studentati cattolici, che hanno sputato nel piatto nel quale avevano mangiato, mentre rivelava una certa discrezione dell’autore, esaltava – ripeto – la sgradevolezza del contesto e insinuava il sospetto che un così tardivo racconto della propria esperienza fosse il pedaggio o la credenziale da pagare all’ambiente culturale da lui frequentato in quel periodo, monopolizzato dalla sinistra, generalmente ostile alla struttura ecclesiatica schierata sul fronte democristiano .";	testo = testo + " In effetti il de Libero ottenne qualche considerazione maggiore da parte dei politici di sinistra. Stava scrivendo per Paese sera e approdò direttamente alle pagine dell’organo ufficiale del Partito Comunista, L’Unità. Tali considerazioni mi avevano confermato nel pregiudizio che mi era stato inoculato da don Giuseppe Iacobellis, che era stato il principale freno – del tutto ingiustificato – al mio approccio con Libero.";	testo = testo + " Comunque sia, bisogna prendere atto, secondo me, che gli studentati cattolici (ogni istituto religioso ne aveva uno o più, dislocati nelle zone di maggiore presenza, e inoltre anche ogni diocesi aveva il suo seminario ) hanno permesso a intere generazioni di istruirsi fino al grado superiore, quando nei paesi a malapena c’erano le scuole elementari, spesso operanti con il sistema delle pluriclassi. E non è affatto vero che si era condizionati o plagiati nell’orientamento al sacerdozio, quasi che il lasciare il seminario fosse una vergogna o, peggio ancora, un sacrilegio. Chi sostiene simile tesi non distingue  tra l’abbandono da parte di un ragazzo e l’abbandono del sacerdozio da parte di un prete. Come poteva essere una vergogna se era la scelta che compiva il novantacinque per cento degli studenti? L’uscita dal seminario era la norma e nel momento in cui si accoglieva un ragazzo vi era praticamente un tacito accordo che sarebbe finita così.";	testo = testo + " Del resto, a chi avrebbe fatto comodo un prete problematico, fatto a forza? Certamente la formazione religiosa era molto intensa, qualche volta troppo assillante rispetto alla vita di un ragazzo dai dodici ai diciotto anni (messa quotidiana al mattino, rosario e benedizione eucaristica quotidiana nel pomeriggio; la preghiera della sera prima di andare a letto; la confessione settimanale; la giornata di ritiro mensile…), ma in compenso vi era la ricreazione molto espansiva, rumorosa, l’esercizio dello sport… E inoltre la possibilità di studiare con quattro soldi di retta mensile.";	testo = testo + " Da qualche tempo passavo in Piazza con il libretto delle mie poesie in tasca. Lo avevo pubblicato in seconda edizione, con lo stesso titolo e alcune aggiunte: Momenti d’anima, Grottaferrata 1975. Intendevo darne una copia a Libero e vi avevo anche posto una dedica autografa: “A Libero de Libero da poeta a Poeta”.";	testo = testo + " Quella mattina lo vidi che mi precedeva andando verso casa sua, come spesso accadeva. I nostri orari avevano una certa metodicità, che fariva la ripetizione delle coincidenze. Affrettai il passo e lo raggiunsi mentre stava per infilare la chiave nella toppa del portoncino. Lo salutai e si interruppe, guardandomi. Gli porsi il libricino e dissi: “Mi sono permesso di farle una piccola dedica. Mi ringraziò e cominciò a sfogliarlo, cominciando, ovviamente, dalla dedica. Pensai tra me: “Speriamo che noti la sottigliezza grafica, altrimenti mi giudicherà un presuntuoso”</p>";		testo = testo + "<p>Non come torre sta l’anima.";	testo = testo + "<br/>Come goccia sulla foglia";	testo = testo + "<br/>che trema:";	testo = testo + "<br/>a un raggio sfavilla;";	testo = testo + "<br/>a un nulla s’abbuia.";	testo = testo + "<br/>Gremita di mille riflessi";	testo = testo + "<br/>ognuno vero un istante.</p>";		testo = testo + "<p>Il suo commento fu un suono gutturale, che è praticamente una parola usata da tutti comunemente. Consiste in un commento a bocca chiusa. Assomiglia a un colpo di tosse appena accennato, con il quale in genere si indica un consenso e che a seconda di certe sfumature esprime un consenso più o meno alto. Mi astengo dal segnalare il grado della scala con il quale si espresse, perché l’udito è soggettivo, è già una interpretazione. Non era una stroncatura, ma questa gli sarebbe stata impedita dall’educazione.";	testo = testo + " Seguitò a sfogliare il libretto. Capitò la fotografia di una bella ragazza alla finestra. “È Paola!” – esclamò.";	testo = testo + " “Sì, è Paola Simoni” – risposi.";	testo = testo + " Abitava (e abita) sopra la casa ci De Libero. La foto l’avevo fatta io quasi a sorpresa l’anno precedente e siccome mi era parsa una bella foto, allusiva a una poesia contenuta nel volumetto, l’avevo scelta con il permesso dell’interessata.";	testo = testo + " Proseguì a sfogliare le pagine. “Interessati questi asterischi” – disse a un tratto. Io compresi che si riferiva a Appunti per il salmo duemila. Confessai che non era una invenzione mia, originale. Era propria dei salmi biblici adottati nella liturgia, dove l’asterisco indica la pausa nella recita corale.";	testo = testo + " “Interessante lo stesso” – disse.";	testo = testo + " Infilò la chiave nella toppa e ora, con il libricino chiuso aspettava a aprire. Capii che non gradiva che entrassi in casa e di fatti non vi entrai mai, anche in seguito. In quella occasione, per risolvere il caso, mi avviai quasi di corsa, per dare a vedere che avevo fretta e che ero perfino in ritardo, dicendo: “Ci vediamo con più comodo”. Lo scatto della partenza non mi permise di sentire la replica del poeta, se vi fu.";	testo = testo + " Non passarono molti giorni (ma non me la sento di dire che fu il giorno dopo). Uscii di proposito per recarmi in piazza, sicuro di trovarlo davanti al Bar di Iuccio, al tavolino, come era sua abitudine. Infatti era là, seduto a una sedia metallica, la gambe accavallate in modo che a me parve facesse fatica a tenerle. Sul tavolino, rispetto al quale era di fianco, stava il posacenere e tra le dita lui teneva la sigaretta, mentre ancora la precedente fumigava sul monticello delle cicche.</p>";		testo = testo + "<p>“Maestro, eccomi qua…” – dissi.";	testo = testo + "<br/>“Da quanto tempo sei in paese?” – mi chiese.";	testo = testo + "<br/>“Da due anni…” – risposi.</p>";			testo = testo + "<p>Vidi sul suo volto una espressione strana, che interpretai come meraviglia e delusione; come se avesse voluto dire: “Solo adesso ti sei deciso a venire…”. Ma poté essere una mia presunzione, troppo in contrasto, però, con il timore coltivato per un biennio, di trovare in lui un mangiapreti, o quanto meno uno che avrebbe solo tollerato la mia presenza e la mia conversazione. Coerente con l’interpretazione del suo gesto, comunque, mi giustificai: “Sono stati due anni durante i quali solo ufficialmente sono stato a Patrica, perché in realtà non ho alcuna mansione nei confronti della popolazione e poi ho ancora troppi impegni a Roma”. Intanto mi ero seduto alla sedia di fronte a lui.</p>";		testo = testo + "<p>“Quali impegni?” – mi chiese.";	testo = testo + "<br/>Quando seppe che io scrivevo si ravvivò. “Che cosa?” – domandò.";	testo = testo + "<br/>“Cose per il mio istituto” – risposi. – “Ma anche qualche poesia, come ha potuto vedere…”.";		testo = testo + "<br/>“Grazie della dedica” – disse.</p>";		testo = testo + "<p>Era inevitabile che io gli chiedessi: “Che cosa gliene pare delle mie poesie?”.";	testo = testo + " “La poesia è ricreazione” – rispose. Disse la parola evidenziando la cesura ri-creatione. Tu hai ricreato dei momenti che creasti vivendoli o subendoli. Se non li avessi scritti, non esisterebbero più. Così esistono anche per qualche altro che legge e risce a ridare il fuoco della creazione alle parole. In principio era la parola, e resta a ogni principio…”.";	testo = testo + " Non avevo il registratore, ma grosso modo furono queste le parole, mutuate vagamente dal Prologo di Giovanni,  forse adattate alla mia forma mentis di proposito. Poi si parlò del passato dei Missionari a Patrica. Mi rievocò la figura di don Pasquale De Guglielmo (“molti professionisti patricani gli devono tutto, perché aprì una scuola in paese, una sorta di ginnasio…”). Era ben a conoscenza delle scaramucce tra mio zio e la signora Maria Schiboni vedova Moretti.";	testo = testo + " Come è noto vi era – al tempo di don Lorenzo superiore a Patrica – la voce secondo la quale la Signora Moretti si opponeva alla donazione dell’Orto della Torretta (la denominazione è mia), che il professor Riccardo Moretti avrebbe voluto fare ai Missionari, che confinavano. La voce che correva dava anche le motivazioni del rifiuto della Signora. Il professor Moretti, uomo di alta moralità, integerrimo, viveva ormai stabilmente a Roma e sua moglie stabilmente a Patrica. Il pettegolezzo voleva che fosse una sorta di vedova bianca, che si rallegrava in quell’orto. Innegabile era solo che vi andava spessissimo a trascorrere i pomeriggi in compagnia di lieta brigata: molti (troppi) gli amici maschietti. Il numero, però, era di per sé una garanzia di innocenza, ma tant’è: quando una voce corre, non la ferma nessuno e arriva dove vuole arrivare comunque.";	testo = testo + " L’Orto della Torretta non aveva servitù di sguardi. Don Lorenzo modificò legalmente questa condizione. Dovendosi rifare il tettuccio sul campanile della chiesa di San Francesco Saverio, fece realizzare un terrazzino, in luogo della copertura piramidale a coppi. Vi si poteva accedere mediante una scaletta pensile aggettante dal muro. Dal terrazzino si poteva osservare l’orto come un cortile di casa. Don Lorenzo fu visto, talvolta, lassù, a leggere il breviario. Sua intenzione fu precisamente quella di togliere ai frequentanti l’illusione di essere al riparo di sguardi indiscreti e rimuovere, di conseguenza, l’ostacolo alla donazione del Professore. Non una scritta, come nel seminario di Scifelli, che ammoniva: Dio ti vede, ma la consapevolezza che da un momento all’altro quel prete con il suo breviario poteva comparire sulla torretta, come una qualunque vedetta militare, nella battaglia in corso e rovinare il gusto della conversazione.";	testo = testo + " Fine della digressione. Torniamo a Libero de Libero, anche se la digressione non ha esposto altro che la conversazione di quel giorno. Al poeta piacevano i pettegolezzi; lo divertivano. Sapeva tutto di tutti e quindi anche di me.";	testo = testo + " A seguito degli incontri cominciai a parlare di lui con le sorelle Marisa e Claudia Simoni, nonché con i loro genitori Eraldo e Pia Simoni, sapendolo assiduo nella loro casa e spesso commensale alla loro tavola. Pia Simoni mi raccontò che in passato Libero era solito far piovere su di lei dei petali di fiori ogni volta che ella usciva in giardino. È probabile che la spiasse e che tenesse sempre pronti i petali sul davanzale. La finestra della casa di de Libero dava appunto sul giardinetto dei Simoni. Mentre la signora raccontava, il marito – naturalmente a conoscenza della cosa – sorrideva e confermava.";	testo = testo + " “La prima volta alzai lo sguardo e lo vidi. Ma poi quando vedevo olteggiare i petali neppure mi voltavo a guardare in su”. Mi raccontarono dell’uccisione del fratello Giuseppe. Il fattaccio accadde la mattina del 6 aprile 1920, in Corso Trieste. La vittima aveva trent’anni. Corse voce che si era trattato di una questione di donne. In realtà il giovane aveva preso dei soldi da uno, il quale intendeva emigrare in America. Giuseppe de Libero gli promise i documenti necessari, grazie al padre segretario. Sennonché il padre, sotto inchiesta, non poteva più esporsi a procedure illegali (o al di fuori della legalità) e il figlio si era trovato nella impossibilità di onorare la promessa e neppure di restituire i soldi. All’ennesima richiesta di denaro, seguita dal rifiuto o dall’invito a pazientare, il giovane estrasse il coltello e uccise il de Libero. Tali notizie andrebbero verificate sui documenti, perché sono quelli che circolarono in paese. Vi fu il processo e una sentenza di condanna, non molòto pesante a motivo della provocazione.";	testo = testo + " Volendo saperne di più sull’argomento, l’ingegner Simoni mi disse che nel suo archivio doveva esservi la posizione in merito alla inchiesta su Francesco de Libero, ma che era bene non smuovere la questione e anzi di non domandarne neppure al poeta, per non amareggiarlo . “Il padre di de Libero era stato in lizza con mio fratello Ernesto per il posto di segretario, ma era mio fratello don Icilio che lo voleva qui. Mio fratello Ernesto non ci teneva molto… Ma don Icilio comandava!”.";	testo = testo + " Marisa e Claudia Simoni mi fecero leggere le varie dediche o lettere che avevano ricevuto dal poeta, con il quale erano in stretta relazione di amicizia. Lo accompagnavano in automobile per le varie località della Ciociaria quando gli veniva voglia di visitarle, magari per rivivere qualche emozione per il pometto Ascolta la Ciociaria. Era evidente l’ossessione che egli aveva della bassa statua. Quando si trattava di fare una fotografia (non gradiva, ma a volte non poteva esimersi) allora preferiva che si stesse seduti o per sé cercava un rialzo.";	testo = testo + " Mi fecero leggere anche la bella lettera che diresse a loro padre, in occasione della morte della zia Anita, sorella del loro padre, che era stata sua maestra. Ottorina Annita Elisa Eva Simoni, chiamata Anita, era nata a Patrica il 31 gennaio  1883 e si era spenta a Roma il 26 luglio 1969 . Appena appresa la notizia Libero aveva sentito il bisogno di sfogare i propri sentimenti con l’Ignegner Simoni scrivendo a mano la seguente lettera in data 31 luglio. La precisione della grafia, la costruzione sintattica e i sentimenti che vi sono espressi lascia intendere che desiderava scrivere a tutura memoria. Non doveva essere ignoto al poeta che l’ingegner Simoni aveva il culto dell’Archivio e era sicuro che la lettera sarebbe stata conservata.";	testo = testo + " Eccola: “Mi ha colpito profondamente la scomparsa della mia maestra Anita, e penso al tuo grande dolore di fratello. La ricordavo sempre con tanto amore e con tanta gratitudine: è stata Lei a condurre i miei primi passi nel mondo della cultura durante la quarta e quinta elementare, che sono poi gli anni della iniziazione piena alla curiosità del sapere, e Lei era un’insegnante di rara sensibilità. Mi stava nella memoria – e vi resterà ancora – con tutto quel fascino della persona e della intelligenza allo stesso modo vivaci e attivi, che continueranno a figurarmela in un incanto di sguardo e di voce, e sarà sempre così. La Maestra Anita è stata anche Lei una protagonista della mia fanciullezza, e il mio rimpianto la mantiene accanto alle persone più care che mi toccarono in sorte, indimenticabili. Ti sono vicino con l’affetto. Tuo Libero”.";	testo = testo + " Il testo si presta a una serie di considerazioni supplementari. L’anziano poeta rievoca il fascino della persona e del patrimonio culturale della sua giovane paestra; la fisicità e il sapere; quasi si direbbe la carne e lo spirito della donna. È quasi la chiusura del cerchio dall’adolescenza alla senilità nella figura di una donna fascinosa che lo partorì alla cultura.";	testo = testo + " Nasce da Anita l’attrazione del poeta per le “maestrine”. Sono per lui un ideale di donna; un corpo attraente dentro una divisa che compendia la missione; una immagine da ascoltare ma anche contemplare. La divisa è un’aura prima di essere un vestito cucito. Dalla prima maestra Anita Simoni, si rinnova perennemente fino alle nipoti di Anita, Claudia e Marisa Simoni, insegnanti, per le quali ebbe sempre tanta ammirazione.";	testo = testo + " Il poeta, inoltre, attribuisce alla figura della sua maestra un archetipo letterario famoso. Non è possibile non andare con la mente allo Stabat Mater di Iacopone da Todi leggendo l’affermazione di del Libero a Eraldo Simoni: “Mi stava nella memoria”. Stabat mater e Stabat magistra. Come in Iacopone, anche qui il verbo ha un duplice significato. Stava fisicamente immobile, ineliminabile dalla storia;  stava ontologicamente nel suo essere madre. Era lei per sempre ciò che era stata per lui . La stessa cosa doveva dirsi di Anita. Una tale esegesi sulla lettera a Eraldo può estendersi all’intera opera letteraria di de Libero: una continua trasfigurazione dinamica della realtà vissuta verso il corrispettivo vivibile nell’ideale letterario. Ripenso alla sua concezione della poesia: “La poesia è ri-creazione. Ricrei dei momenti che hai già creato vivendoli o subendoli con sofferenza. Li hai creati tu, indubbiamente. Se non li avessi scritti, attingendo parole dall’atto creativo di quando avvennero, non esisterebbero più e se le parole non risultassero ri-creative l’evocazione non sarebbe ri-creata. La poesia scritta fa rivivere agli altri per sempre; quella detta o solo pensata vive un istante, come hai detto”.";	testo = testo + " “Non tutte le poesie evocano esperienze già vissute. Ve ne sono di visionarie, che zampillano all’istante..”.";	testo = testo + " “Sembra” disse perentoriamente.";	testo = testo + " Così il poeta De Libero non si prefigge di essere storico, neppure quando dice di essere autobiografico, ma si abbandona alla sua anima di poeta. Così facendo non racconta una storia come fu, ma come la visse o come la rivive nel momento in cui racconta.";	testo = testo + " Una volta – fu quando mi diede un libricino con dedica – mi disse: «Voi preti sbagliate quando definite “praticanti” le persone che vengono a messa la domenica e che vi stanno sempre attorno. Non nego che ve ne siano di quelle che meritano tale qualifica. Di per sé dovrebbero essere classificate come “frequentanti”. Ecco: io non sono un frequentante…».";	testo = testo + " «Dunque è un praticante» – dissi io, rendendomi conto, però, subito che il dualismo non era disgiuntivo e dunque non conseguiva di necessità l’ipotesi opposta. Perciò specificai che era una domanda a lui, più che una deduzione mia. Dopo un silenzio piuttosto lungo disse: «Non posso dirmi praticante perché della pratica fa parte anche la frequentazione. Non è buon marito (ossia praticante) quello che, potendo, non abita sotto lo stesso tetto con la moglie (non la frequenta)… Per quanto mi riguarda, mi appello a ciò che è scritto. Lascio rispondere a chi sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo».";	testo = testo + " Mi ricordai di questa frase quando, nella chiesa di San Giovanni Battista, furono fatti i funerali. Appresi da don Paolo Mancinetti, il francescano che celebrò il rito funebre, che il poeta lo aveva fatto chiamare al proprio capezzale dicendo: “Voglio regolare i miei conti per l’aldilà”. Era stata l’ufficializzazione di una pratica o il rientro nella necessaria frequentazione?";	testo = testo + " Prima che ciò accadesse, in uno degli ultimi anni della sua vita, certamente la penultima volta che lo vidi, pranzammo insieme nella Casa di Missione. Avevo saputo da voci di paese che era molto preoccupato perché aveva ricevuto lo sfratto dalla casa dove abitava e non ne trovava un’altra. Lo avvicinai in piazza e lo invitai, d’accordo con la comunità, a pranzo da noi, in un giorno convenuto, per stare insieme. In realtà volevo conoscere la sua situazione.";	testo = testo + " Fu puntuale e  andai a riceverlo all’ingresso, sulla piazzetta di San Francesco Saverio. Mi trattenne alcuni minuti a parlarmi del tufo sul quale la Casa è costruita. In alcuni punti la roccia aggetta dal muro. Gli aprii la serranda del garage e gli feci vedere che esso è praticamente scavato nel tufo. Sembrava affascinato dalla composizione della roccia e dai detriti di cui era impastata.";	testo = testo + " Per l’occasione era presente anche il professor Pierino Montini, fratello di don Bruno, ugualmente presente in quanto membro della comunità. Pierino era interessato alla stesura di un articolo su de Libero, per la mia piccola rivista Nel Segno del Sangue, che poi di fatto stese. Si parlò di tante cose che sarebbe difficile riordinare in un discorso coerente, qui. Dopo tutto, sarebbe una ripetizione del già detto, tranne Il Gran Forse. Ci disse che stava lavorando a questo tema, che sarebbe stato il suo testamento. ";	testo = testo + " Non riuscimmo a capire se si sarebbe trattato di una raccolta attorno al tema dell’aldilà, o di un vero e proprio poemetto sul tipo Ascolta la Ciociaria. In effetti il poeta aveva già scritto una poesia intitolata così, ma egli ci appariva tutto animato e rinvigorito quando si abbandonava alla descrizione di quel progetto. L’avverbio forse ha una funzione quasi liquidatoria di un dato problema, ma l’aggettivo gli restituiva la centralità e la ineliminabilità esistenziale.";	testo = testo + " «È il mio testamento. La mia visione del problema dell’aldilà». Così disse E poiché io mi affannavo con lui a sciogliere il “forse” in “certezza, rispose infine sornione: «Le certezze non fanno poesia se non quando partono dall’esperienza. Quali versi potresti tirar fuori da per un volume intitolato La grande certezza? Tu potresti farci una bella omelia, ma quando hai scritto le tue poesie, se ci fai caso, i dubbi abbondano e anche le mestizie».";	testo = testo + " A proposito di quella dedica, suona così: “Al caro don Michele con tanta simpatia libero Patrica 5 luglio 1978”. Mi meravigliai, nel leggerla. Mi meravigliò l’eggettivo. Erano forse tre volte che ci vedevamo e già mi definiva “caro”. Compresi il suo bisogno di affetto. Compresi il legame con Patrica. Nella città non era nessuno, nella nativa Fondi si sentiva smarrito. Nel piccolo nido di Patrica era sotto gli occhi di tutti e considerato un gigante della cultura. Ma ecco che si presentava per lui, anche a Patrica, il problema di un tetto! Certo, gli era cara la casa dove aveva abitato con i suoi, così comoda, così vicina alla Piazza, ma ormai qualunque “buco” sarebbe stato provvidenziale.";	testo = testo + " Il poeta era veramente bisognoso di una abitazione, ma io penso che egli prevedesse un proprio declino piuttosto rapido e che capisse di non poter più essere autosufficiente. Ciò è tanto vero che io mi sentii spinto a proporgli di ritirarsi in comunità con noi, che avevamo delle stanze sfitte e avevamo ospitato per lunghi periodi dei professori che insegnavano nei dintorni; per esempio Gigi Baroni di Sora e il napoletano Aldo Mauriello. Libero de Libero rispose alla mia proposta: “Don Michele, tu non sai a quanti problemi andresti incontro…”.";	testo = testo + " Ci vedemmo ancora molte volte, ma gli incontri significativi furono una decina. Compresa la volta che lo portai con la mia automobile a Roccasecca dei Volsci. Voleva vedere certi affreschi e tele del Domenichino, di Pietro da Cortona e di Romanazzo Romano. Durante il viaggio sonnecchiò parecchio, ma quando si svegliava era brillante e ironico su alcuni aspetti della natura, sulle cave per la ghiaia aperte nelle montagne a ogni passo. Gli parlai del caso limite che avevo visto a Montecchio, una frazione di Sermoneta. Su una collinetta vi era un torre, protetta dalle belle art. La collinetta, coperta di verse, era in realtà formata di pietra rossa. Era stata completamente erosa e la torre rimaneva issata sopra un torsolo di pietra ritto in mezzo alla pianura realizzata dallo sbancamento. Un altro caso simile si era realizzato alle falde di Sonnino…";	testo = testo + " “La nostra è una generazione empia”. Poi aggiunse: “Non che le precedenti siano state migliori…”.";	testo = testo + " A Roccasecca girammo tutto il paese senza poter vedere affreschi o tele che non fossero le lenzuola stese a asciugare. Le chiese erano chiuse e fummo spediti da Caifa a Pilato e da Pilato a Erode, con la speranza che avessero la chiave. Nessuno l’aveva o così dissero e ce ne tornammo a Patrica “meditando la Ciociaria”.";	testo = testo + " A proposito della Ciociaria era completamente dalla mia parte quando io mi battevo per una identificazione del territorio etnico dall’Appennino al Circeo.";	testo = testo + " Una decina di giorni dopo lo rividi in piazza, come al solito seduto alla sedia metallica, la gambe accavallate a quel modo che a me davano l’impressione che fossero incollate di lato, perché solo con la colla si sarebbero potute reggere così affiancate, più che una sull’altra. Da quella postazione, da quella finestra, da anni, osservava i passanti, facendoli ripassare nella memoria: «Mi saluta il barocciaio che ha una figlia sposa in Amburgo… Passa Antonio che voleva andare in Australia… Quello è Germano lo studente più ricco… Gli è rimasta la nonna… la chiamano sempre per vestire i morti… Ecco don  Saverio rimasto povero per fare la dote e il corredo a quattro nipoti orfanelle… Poteva diventare vescovo con le belle prediche e tutti i suoi libri che studiava, è soltanto un povero prete e vecchio che ride, non sa che la zitella chiede l’elemosina per dargli da mangiare. Questa è Caterina… ha già combinato col muratore una tomba per il marito, la più bella tomba in onore di un marito geloso, della moglie che l’uccise. E quello chi è? No, la sua storia non può dirsi senza vergognarci tutti di essere uomini, capirete, la guerra, i marocchini e l’intera famiglia messa sul fieno e sui mattoni… c’è sempre un passante che offre una congettura o una ipotesi o una calunnia, un passante che scompare rapidamente senza dare altra notizia di sé…»<font style=\"color: red;\">(*)</font>. Poter chiamare mentalmente per nome un passante era già evocare una storia, a Patrica. Perciò amava il paese, che permetteva il gioco in penombra tra fantasia e realtà. Non amava la città, o almeno non l’amava in modo esistenziale “Nella città sovrabbondano gli sconosciuti” diceva. “Gli sconosciuti non sono reali, sono immaginari. Su coloro che conosci puoi anche fantasticare, perché il pensiero ha una base!”.";	testo = testo + " Anche io sono passato decine e decine di volte sulla passerella della Piazza, salutandolo con un semplice gesto della mano. Qualche volta, per la verità, per non dover compiere un gesto troppo sbrigativo e non potendo d’altra parte fermarmi da lui, sceglievo un percorso più lungo e meno agevole, sia nell’andata che nel ritorno. Quasi quasi oggi ho rimorso.";	testo = testo + " Stavamo realizzando con le sorelle Simoni una biblioteca di comunità  (obbligatoria in ogni nostra residenza) che fosse però aperta al pubblico dei ragazzi in vista di un doposcuola. Gli chiesi se mi buttava giù un biglietto di presentazione, perché volevo andare da Giuseppe Bonaviri, il cui nome, in quel periodo, veniva fatto tra i candidati al Premio Nobel. Giuseppe Bonaviri faceva il medico della mutua a Ceccano e era mia intenzione chiedergli dei libri in omaggio per la nostra biblioteca.";	testo = testo + " Libero de Libero non si tirò indietro. Era però ridotto molto male. Prese la penna e si mise a scrivere il biglietto, ma non c’era più con la mente. Pubblicai quel drammatico biglietto su Nel Segno, e fu una fortuna, perché l’originale lo consegnai a Bonaviri, ma si è conservata la nitida riproduzione <a href=\"javascript:pop(\'perBonaviri.html\')\">tipografica.</a></p>";		testo = testo + "<p>* <em>Racconti alla finestra</em>, Bietti 1969.</p>";		testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>© 1985, Michele Colagiovanni</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function PioDeMattias(){	var testo = "<h3>Pio De Mattias e le sue disavventure politiche</h3>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<em>(Pio De Mattias in tarda età)</em>";	testo = testo + "<table width=\"220\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/PioDeMattias.JPG\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Pio De Mattias, giovane laureto in legge, si era distinto durante un fallito plebiscito a Vallecorsa, di segno monarchico e era dovuto fuggire oltre confine, a Lenola, già regno di Napoli, passata all’Italia.  Di là, per la via dell’Abruzzo, aveva raggiunto Firenze, beneficiando delle conoscenze del fratello Francesco Saverio e dei Signori della Missione, congregazione alla quale don Francesco apparteneva. Dalla capitale d’Italia, in data 10 gennaio, inviò al papa una supplica descrivendosi “suddito fedelissimo della Santità Vostra” e “prostrato al bacio del Santo Piede”. In quell’atteggiamento, “rispettosamente” esponeva “di essere ricercato dalla Forza”. Sospettava che lo si volesse “arrestarlo, stante un di lui involontario fallo”. Ne spiegava la natura: “Consiste questo [fallo] nell’aver letta la formola del plebiscito in Vallecorsa sua patria”. Se ne dichiarava innocente. Scriveva testualmente: “L’umile ricorrente d’altronde è stato sempre attaccato alla Santa Sede, ed in tempo della invasione garibaldesca egli non fu membro di giunta, non fu deputato, non fu capitano, non fu mai attaccato al governo provvisorio, che anzi ha sempre dimostrato il suo amore al Sommo Pontefice co’ suoi sonetti, uno dei quali stampato umilia”. Ma allora perché aveva letto la formula del plebiscito?";	testo = testo + " Erano veri soltanto i sonetti. Uno glielo aveva fatto pubblicare il padre. Carmina non dant panem. Pio voleva che procurassero amnistie. Gli fu risposto che il caso si poteva discutere, ma occorreva che il richiedente si consegnasse nel carcere. Suo padre Michele, che aveva cercato, durante il tentato plebiscito, di barcamenarsi, continuò a mbilitare le amicizie a favore del figlio. Ma una accusa anonima mise a un tratto lui stesso sul banco degli imputati. Vi si leggeva: “Il popolo di Vallecorsa si meraviglia come stà al posto di Segretario Comunale Michele De Matthias”. Al delegato non restava che rivolgersi al governatore, per avere informazioni sulla sibillina accusa. Il 27 gennaio venne eseguito uno stragiudiziale che permise di rievocare quanto era accaduto a Vallecorsa tra la fine di ottobre e i primi di novembre dell’anno passato. In via cautelativa,  l’inquisito fu sospeso dall’impiego.";	testo = testo + " Bernardino Antopaolo scriveva al delegato: “Ricevuta appena la comunicazione del Veneratissimo Dispaccio dell’Eccellenza Vostra Reverendissima del 24 cadente n 4825/4670 fu sospeso subito Michele De Matthias dall’Impiego di Segretario Comunale ed in  luogo del medesimo ho nominato provvisoriamente Vincenzo Tranquilli”. Pregava però di poter soprassedere un poco perché il De Mattias potesse rogare alcuni atti che aveva redatti, “anche in vista che nessuna colpa può addebitarsi al medesimo”.";	testo = testo + " Niente da fare. Il 12 febbraio 1868 lo stragiudiziale sfociava nell’ordine di arresto. L’onorato causidico fu tradotto in carcere, a Frosinone, il giorno 13, per essere a disposizione del delegato apostolico e del suo tribunale.";	testo = testo + " Michele era vissuto per l’onore personale e della famiglia. E ecco che si ritrovava nella polvere come il rognoso Giobbe. La crisi era davvero tragica. Una frana epocale stava travolgendo la Famiglia. Michele doveva fare appello alla proverbiale caparbietà dei De Mattias, in nome dei vivi e dei defunti, prima fra tutte la sorella Maria, fondatrice delle suore Adoratrici del Sangue di Cristo, morta da appena un anno (1866). Sbandierava i suoi numerosi scritti in favore della religione e del papa. Acqua passata! Scrisse un’accorata supplica nella quale ricostruiva i fatti accaduti, che lo avevano visto coinvolto. Che altro avrebbe potuto fare, sotto minaccia? Certo: sarebbe stato più comodo scappare (come avevano fatto altri) e tornare allo scranno a giochi fatti... Egli era rimasto al suo posto e aveva cercato di limitare i danni per le istituzioni. Indicava come capo della rivoluzione Benedetto Buzi. Adduceva a proprio favore le testimonianze di Giuseppe Migliori, Marco Rossi, Michele Sacchetti, Giuseppe Cimaroli e altri).";	testo = testo + " Il 9 marzo fu rimesso in libertà vigilata, con la continuazione della sospensione dall’ufficio. Una mezza condanna o una mezza assoluzione? Non c’era da rallegrarsene, perché restava implicato il figlio Pio, tra l’altro cugino di Mariano che aveva rischiato la ghigliottina [vedi articolo in questo stesso settore: Mariano De Mattas sfugge alla ghigliottina]. Michele si ricondusse a Vallecorsa, per rinchiudersi in casa come se fosse ancora carcerato.";	testo = testo + " Intanto il tribunale di Frosinone, in Camera di Consiglio, dichiarava la propria  incompetenza sul caso, con dispaccio del 30 maggio 1868 numero 106633125 e così il processo 7081 riguardante i rivoltosi, fu devoluto alla Sacra Consulta. La causa restava aperta a carico di tutti gli inquisiti, meno Achille Rispoli, dimesso e  precettato.";	testo = testo + " Michele, dunque, era incluso. Ma in giugno le sue ragioni furono trovate veritiere. Ecco il testo: “Siccome però il Michele De Mattias era stato lasciato dal Governatore Sagnori a funzionare come Governatore, così il Tribunale di Frosinone con decisione in Camera di Consiglio del 16 giugno 1868 n 7079 dichiarò equivoche ed inefficaci le prove sul conto di Michele, ordinando che non venisse più molestato, riunendo le risultanze in altra processura a carico dei fratelli Rispoli:  Achille, Amedeo e Federico”. Non era la fine della vertenza. Il processo divenne “di violenta asportazione di fucili” e vedeva imputato Pio De Mattias insieme ai Rispoli.";	testo = testo + " Il priore comunale di Vallecorsa aveva già dato una informazione obbiettiva dei fatti che implicavano Michele e Pio, scindendo le responsabilità del padre da quelle del figlio: “Infine dirò che Michele De Mattias ha dei nemici in questo Paese, e per verità i più accaniti sono quelli che fecero parte della Giunta Rivoluzionaria. “Pio non fu dello stesso sentimento. Il padre cercò di trattenerlo ma fu tra i più ferventi”. E definiva il ragazzo neolaureato: “giovane di qualche talento”, rifugiato a Firenze da buon cattolico.";	testo = testo + " Il 27 giugno 1868 con dispaccio n 19331/1582 P.C il tribunale notificava: “Monsignor Ministro dell’Interno in un suo Dispaccio 2 Giugno andante n 51731 rimise a questo Supremo Tribunale gli atti processuali da V. S. redatti nella causa di Asportaziione di Archibugi e dimissione di arrestati per spirito di parte contro Samuele ed Achille Rispoli, ed altro… Il lodato Supremo Tribunale in camera di consiglio del 26 corrente presi ad esame quegli atti, ordinò che venissero proseguiti”. L’altro coinvolto era Michele, che il 2 agosto 1869 inviò una supplica al delegato Apostolico Pietro Lasagni invocando pietà e giustizia.";	testo = testo + " In una lunga lettera il governatore di Vallecorsa riscontra la richiesta del delegato. Comunicava grosso modo: “Il proclama della giunta non esiste e quindi non si sa se fu firmato da Michele e Pio. Per quanto riguarda la fedeltà al governo pontificio da parte di Michele, è verissimo. “Vive molto ritirato e non mostra di avere relazione alcuna con coloro che sono sospetti per politica. È una verità poi che pubblica colla stampa periodica e sviluppa massime e principi tutti cattolici. Vero che non fu mai giudice conciliatore, ma la voce popolare dice che vi era stato designato”.";	testo = testo + " Il 3 settembre 1869 il delegato scrisse al governatore di Vallecorsa: “Stante la processura pendente a carico di Pio De Matthias, questa Delegazione non si crede autorizzata di prendere in considerazione le istanze  promosse dal di lui genitore Michele…”. Il governatore veniva pregato di far capire la cosa al povero padre, perché si astenesse dal continuare a piatire. Tra le righe si leggeva un certo fastidio per le continue suppliche che arrivavano a Frosinone.";	testo = testo + " Come non detto. Il 21 dicembre 1869 veniva rimessa un’istanza del dottor Pio De Mattias (rimessa ieri) al Ministro dell’Interno diretta a ottenere dal papa “la grazia di poter liberamente rimpatriare”. La lettera di accompagno, però, era tale da rendere impossibile la grazia. L’autorità di polizia ricordava che il supplicante “emigrò all’estero dopo essersi compromesso in patria durante i disordini politici dell’autunno 1867”. Inoltre faceva notare che “il medesimo” era stato “uno dei primi a partire con bandiera tricolore ed a dirigere gli evviva a Garibaldi”. “Rivestì la qualifica di Tenente  della Nazionale, abbassò gli stemmi pontifici, partecipò a tutte le dimostrazioni, e si trovò anche tra coloro che armata  mano si portarono da quella autorità governativa a a requisire, siccome vi riuscirono, anche con minacce, tutte le armi e fucili esistenti in quella Cancelleria. In seguito di che fu emesso un ordine di arresto tanto contro il De Mattias che di altri conosciuti specialmente responsabili dell’accennata violenta sottrazione di armi”.";	testo = testo + " L’incarto giudiziale fu rimesso al Tribunaale della Sacra Consulta, “la quale con dispaccio n 19331/1582 P.C. del 27 luglio 1868 significava al Governatore di Vallecorsa che nella Camera di Consiglio del 26 suddetto, presi ad esame quegli atti, erasi ordinato che venissero proseguiti a carico dei prevenuti contumaci, e che s’insistesse per l’arresto dei medesimi”. Anche Mariano doveva essere assicurato alla giustizia. Si prendeva atto che “il genitore” aveva “più di una volta fatto istanza [di grazia] ma gli si [era fatto] intendere che si fosse astenuto dall’insistere, a meno che il medesimo non si fosse costituito in carcere, a disposizione dell’autorità competente, nel qual caso gli sarebbe stato accordato un salvacondotto” fino al carcere, dove avrebbe atteso l’esito della sentenza.";	testo = testo + " Il 10 ottobre 1869 “Pio Dottor De Matthias di Vallecorsa, emigrato”, implorò “la Grazia del libero ritorno in patria”, ma gli fu negata ancora una volta. Il suo coinvolgimento nel plebiscito a Vallecorsa era stato troppo plateale e convinto. Ma ormai si avvicinava la caduta definitiva del potere temporale. La Breccia di Porta Pia fu aperta il 20 settembre 1870. Pio poté rientrare a  Vallecorsa, ma non sfoggiò mai troppo il suo “patriottismo”. È vero anche che non aveva mai rinnegato “il fallo” del plebiscito. Ma negli archivi “ex papalini” caduti nelle mani dei “piemontesi” c’erano cumuli di sue dichiarazioni inneggianti a Pio IX.</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>Michele Colagiovanni, dal volume (inedito) \"Gli anni di Vallecorsa & Maria De Mattias\", 2007</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function adelaidaNegri(){	var testo = "<h3>Adelaida Negri, soprano e animatrice culturale  &nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'adelaidaNegri.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<table width=\"310\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/AdelaidaNegri2.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Una intervista viene immaginata come presenza fisica di due persone nello stesso luogo, una nel ruolo di chi fa domande e l’altra che fornisce le risposte, a beneficio del pubblico che ascolta o che leggerà il dialogo. Devo subito precisare che questa intervista con il soprano Adelaida Negri non avviene così. Neppure simula la condizione appena esposta, mediante l’uso dei moderni strumenti della comunicazione, come per esempio il videotelefono, o il semplice telefono, che permettono a persone fisicamente lontane, o perfino poste in corpi celesti diversi – come accadde dalla Luna, quando l’uomo vi mise piede – di dialogare in diretta. Io ricavo le domande e le risposte da una relazione epistolare sufficientemente intensa, intercorsa tra me e la signora Negri.";	testo = testo + " Questa inoltre è una intervista preterintenzionale (e lo devo ammettere per forza, perché la signora Adelaida, oltre a essere il gran soprano che tutti conoscono, è anche avvocato…). Nel momento in cui ciascuno di noi scriveva, non vi era l’intezione di realizzare una intervista, ma piuttosto, da parte mia, di stendere una notizia più dettagliata della iniziativa da lei presa di riproporre al pubblico l’azione sacra Cecilia, di Licinio Refice. A questo punto dello scambio epistolare intercorso tra noi, però, mi sono reso conto che la forma più comunicativa di render conto dell’operazione, sia l’intervista.";	testo = testo + " Per correttezza filologica avverto che mi permetterò di adattare le mie domande e anche di rielaborarle in funzione delle risposte. Invece, per quanto riguarda le parole della signora Negri, resterò fedele al testo scritto nelle sue missive. Tra l’altro ella parla benissimo l’italiano e di conseguenza lo scrive alla perfezione. Non debbo perciò neppure rettificare qualche termine o periodo zoppicante.</p>";	testo = testo + "<p><b>IO:</b> Prima di tutto mi permetta di esprimere un mio imbarazzo: come ci si rivolge a una persona importante e con tanti titoli come lei? Al maschile, per i musicisti, si usa l’appellativo di Maestro e il caso è risolto. In italiano, e al femminile, Maestra, risulta riduttivo. Né meno imbarazzante sarebbe chiamarla avvocatessa, o avvocato visto che lei è sicuramente più celebre come cantante… Ricordo che lo stesso quesito presentai a Renata Scotto (ultima grande voce a cantare Cecilia prima di lei, a New York, e mi rispose: “Mi chiami semplicemente Renata”.";	testo = testo + "<br/><b>ADELAIDA:</b> Sono completamente d’accordo.";	testo = testo + "<br/><b>IO:</b> La ringrazio, signora Adelaida. Il suo nome si trova scritto spessissimo anche nella forma italiana, che è Adelaide. Congiunto al cognome, rivela senza equivoco la sua ascendenza italiana.";	testo = testo + "<br/><b>ADELAIDA:</b> Sì, ha ragione. Mio padre, Giuseppe Negri, ingegnere civile, nacque a Castellazzo Bormida, provincia di Alessandria; mia madre, Ofelia Maria Adelaida Camerano Pilan, era di Arlesega, Padova. Si sposarono a Buenos Aires, dove sono nata io. Qui ho anche frequentato l’università, nella facoltà di legge, conseguendo il titolo di avvocato, come lei ha già detto, ma contemporaneamente studiavo canto nell’Instituto Superior de Arte del Teatro Colón.";	testo = testo + "<br/><b>IO:</b> Qui, Signora, posso continuare io, per non creare imbarazzo alla sua modestia. Alla prestigiosa scuola del Colón ottenne la medaglia d’oro, che le permise di frequentare, su chiamata, il prestigioso istituto  London Opera  Centre. Debuttò nella città natale, al Teatro Colón, interpretando il ruolo di Anna de Glawary ne La Vedova Allegra. Dopo di allora i successi si moltiplicarono in svariati ruoli del grande repertorio operistico e la fama rimbalzò in Europa, dove calcò le scene dei più prestigiosi teatri. Come vede sono bene informato. Oggi non è difficile, e quindi non ho particolare merito, visto che Internet consente un accesso immediato alle notizie e il suo sito è molto ben fatto. Per questa ragione, più che della sua prestigiosa carriera, qui andrò alla ricerca delle motivazioni che l’hanno portata a mettere in scena Cecilia. È ciò che maggiormente interessa i frequentatori del nostro sito, che ospiterà l’intervista.";	testo = testo + "<br/><b>ADELAIDA:</b> La mia scelta dell'opera è dovuta alla memoria della \"divina\" Claudia Muzio, che ha cantato parecchio a Buenos Aires e che ancora è nel ricordo di musicologi e ammiratori nel ruolo di Cecilia e non solo. Nel 1991 interpretai la morte di Cecilia in un concerto tenuto alla città di La Plata, e da allora ho avuto l'idea di proporre l'opera completa. Per fortuna quì a Buenos Aires si è trovato il materiale orchestrale, tale come fu eseguito nel 1934 (<a href=\"javascript:pop(\'cecilia34.html\')\">vedi</a>) dallo stesso autore, rendendo possibile, o almeno facilitando, l'esecuzione che mi ero proposta. Nel gennaio scorso sono passata in Roma e ho chiesto nella basilica di Santa Maria Maggiore qualche contatto per approfondire l’opera del Refice. Mi fu suggerito il Maestro Giuseppe Marchetti, il quale mi ha fornito varie musiche ed una preziosissima biografia di Licinio Refice. Poi ho scoperto il suo lavoro di raccolta “Una Stanza per Refice” e ho visitato tutto il sito più volte. Le faccio i miei complimenti. Sto raccomandando ai colleghi di visitarlo. Su sua informazione ho visitato nuovamente la pagina web, e ho visto il filmato con la Muzio ed il Maestro Refice; si tratta di un documento unico, irrepetibile, ed è molto bello che lo possano godere gli appassionati di tutto il mondo. Avrei voluto mettermi in contatto con lei prima, ma non sono riuscita. Però, come sappiamo, le strade del Signore sono meravigliose, ed allora eccoci quì messi in contatto Lei e me, ed entrambi con la gioia di spartire un’identica ammirazione verso l'ispirato musicista e compositore Licinio Refice.";	testo = testo + "<br/><b>IO:</b> Ovviamente un così autorevole apprezzamento mi lusinga molto, signora Adelaida. Ciò che dice della fama di Claudia Muzio, Licinio Refice e Cecilia in Argentina trova riscontro nella raccolta dei giornali dell’epoca, presenti nella citata “Stanza per Refice”. Ecco il commento ironico di un giornalista di Buenos Aires di fonte alle interminabili repliche: “Cecilia, l’opera del maestro Refice, ha rappresentato un affare di risonanza. Si annuncia la nona rappresentazione, e si annunciano località che han fatto pensare alla decima messa in scena della partitura del monsignore musico. Con Cecilia non valgono le usanze, che impongono la diminuzione del prezzo, a seconda del crescere delle rappresentazioni. Sono state offerte versioni popolari e subito dopo altre a un prezzo doppio senza che a nessuno delle due parti sia sorta qualche perplessità al botteghino. Si riempie la sala, sempre; e senza gli impegni del Rio della Plata, che legano la signora Muzio, le rappresentazioni dell’opera del maestro Refice si prolungherebbero per tutto il mese di novembre! Tanto insolito risultato potrebbe dimostrare che Cecilia sia sotto la protezione divina. Sempre che la provvidenza possa occuparsi di fatti che, per quanto artistici, rivestono sempre un aspetto teatrale...”.";	testo = testo + "<br/><b>ADELAIDA:</b> Il successo si è ripetuto anche nel 2008. Devo dire che il pubblico si è molto commosso grazie alla musica di Cecilia, specialmente nel secondo atto, al punto di rimanere nelle poltrone senza provare il bisogno di sollevarsi per uscire, durante l’intervallo. E nel terzo atto, l’emozione si poteva respirare nell'aria della sala. Per me stessa è stata un'esperienza grandiosa: un personaggio meraviglioso sostenuto da una musica eccelsa. Mi hanno riferito che sulla Rivista L’Opera di Milano è apparsa la recensione di un corrispondente da Buenos Aires, il quale ha ascoltato l’esecuzione nella Cattedrale nella festività di Santa Cecilia, il 22 Novembre 2008. In forma di concerto, naturalmente. Anche così, il pubblico si è molto emozionato per la bellezza della musica del Refice.";	testo = testo + "<br/><b>IO:</b> Ho visto la rappresentazione data al Teatro Avenida – lo confesso – grazie a un DVD pirata. Poi però, per fare ammenda, ho ordinato dieci copie autentiche… Lo stesso ha fatto il direttore della Pro Loco di Patrica Aldo Conti. È stata la frenesia che ha indotto me e altri estimatori del Refice a replicare l’unico disco autentico che ci era pervenuto.";	testo = testo + "<br/><b>ADELAIDA:</b> Non mi disturba il fatto delle copie pirata del mio DVD. L’importante è rivalorizzare il nostro caro compositore, e far conoscere l'opera in un'esecuzione teatrale moderna. Il mio impegno non finisce qui. Ho appena fatto un concerto con l'orchestra e ho proposto nel programma tre belle ed ispirate liriche di Refice: Invocazione, Virgo Dolorum e Ombra di nube, approfittando che sono state trascritte per orchestra d'archi. Invierò in breve una registrazione. E poi cercherò di proporre un Oratorio. Devo dire che i costumi utilizzati per Cecilia sono tutti di proprietà della Casa de la Opera, della quale sono fondatrice e direttrice, e sono a disposizione se si volesse proporre l'opera in Italia. Sarebbe un meritato omaggio al grande compositore!";	testo = testo + "<br/><b>IO:</b> A proposito della messa in scena, ho particolarmente apprezzato l’invenzione di Alejandro Atias, il regista e ne ho ampiamente parlato nella recensione che si trova in questo stesso sito, nel settore NOTIZIARIO. Pensa che sia giusta la mia interpretazione?";	testo = testo + "<br/><b>ADELAIDA:</b> Ho letto più volte sul sito web la sua interpretazione sulla regia di Cecilia, e devo dire che mi è sembrata quella giusta, e per di più arricchita con la sua sapiente considerazione sull'origine della storia umana, quel misterioso gioco tra Bene - e - Male. Lei ci lascia per iscritto, caro don Michele, una vera lezione di filosofia, che senza dubbio farà colpo negli spiriti sensibili e li farà riflettere!!!. Le invio tuttavia delle righe scritte dal regista dello spettacolo, Alejandro Atias, che io ho cercato di tradurre in italiano con cura, nelle quali lui stesso spiega l’intento e aggiunge dei particolari che magari nel DVD possono essere sfuggiti allo spettatore.";	testo = testo + "<br/><b>IO:</b> Il testo di Alejandro  Atias nella versione integrale può essere letto in questo stesso sito, seguendo il percorso Licinio Refice > Prosegui con > Alejandro Atias regista. Il messaggio che promana dall’opera può essere colto dal commento indicato nel NOTIZIARIO. Ponendo termine a questa intervista, cara Signora, riceva il dovuto tributo di onore per il suo coraggio. Siamo persuasi che solo persone che intendono l’arte come promozione umana siano disposte a affrontare tematiche edificanti, oggi, quando trionfa l’effimero. So che a questo si dedica nella Casa de la Opera di Buenos Aires di cui è fondatrice e presidente. Auguriamo che esso apra davvero una “Avenida maestra” a molti altri operatori nel campo della più trascendente delle arti: la musica.";	testo = testo + " <br/>© maggio 2009 - Michele Colagiovanni</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function olgaBlanco(){	var testo = "<h3>OLGA BLANCO, come nasce una vocazione al canto  &nbsp;&nbsp;<font size=\"-2\">(<a href=\"javascript:pop(\'olgaBlanco.html\')\">Immagini</a>)</font></h3>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<table width=\"300\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/olgaBlanco2.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Da tempo era alla ricerca della partitura per canto e pianoforte di Cecilia, opera lirica di Licinio Refice. Me ne scriveva nel corso del 2008. Ora che ha trovato quanto cercava, mi ha fatto conoscere le motivazioni della sua richiesta: «Per me questa opera significa molto, perché è a soggetto sacro, perché adoro la musica di Refice e, infine, per un motivo personale legato alla mia vocazione al canto. Ascoltai Cecilia per la prima volta da mia nonna, in Spagna. Era una pianista, insegnante della scuola dell’obbligo a Burjassot (Valencia), amica del grande tenore italiano Giacomo Lauri-Volpi e della moglie il soprano María Ros». Il Lauri-Volpi, nato a Lanuvio l’11 dicembre 1892, morì proprio a Burjassot il 17 marzo 1979.";	testo = testo + " A questo punto Olga aggiunge:  «Sfortunatamente sono nata tardi per conoscere i due». Non si può essere d’accordo con l’affermazione. Vale solo come indizio dei sentimenti che legano la ragazza ai grandi interpeti del passato; indizio anche di una determinazione nell’emularli. Io penso che ella stessa converrà con me: meglio che non abbia conosciuto Giacomo Lauri-Volpi e Maria Ros e possieda invece, ora, integra la giovinezza e la passione per affrontare il futuro nell’arte che l’appassiona: il canto.";	testo = testo + " Continua nelle sue esternazioni, riprendendo il tema della vocazione alla musica e del legame con Refice: «A otto anni, dopo aver ascoltato la lirica Ombra di nube,  e L’Annunzio, brano tratto da Cecilia, al grammofono di mia nonna, con la bellissima voce del soprano Claudia Muzio, ho scoperto che la mia vita è il canto. Oggi mi piacerebbe onorare umilmente, con la musica di Licinio Refice, la nostra Santa Cecilia, la Signora Muzio, il Signor Volpi, la sua Sposa e mia Nonna».";	testo = testo + " Vive a Vienna, Olga, oggi, ma è originaria di Valencia. «Nelle mie vene scorre sangue del sud e del nord della Spagna. La famiglia di mio padre viene da Granada e da Madrid e quella di mia mamma da Santander in Cantabria e da Lekeitio, Paese Basco».";	testo = testo + " La nonna a cui fu tanto legata, era figlia del dentista del Re Alfonso XIII. A proposito di questo re, quando si recò a Roma nel 1923 per ricevere il canonicato di Santa Maria Maggiore, Refice compose per lui un mottetto a sette voci miste: Domine salvum fac regem Alphonsum. Qualcuno della Basilica, che non amava Refice, fece arrivare al sovrano una notizia falsa, secondo la quale il brano era stato composto per altro destinatario e che l’autore si era limitato a adattarlo all’occasione. Il sovrano ne restò offeso e non fece i dovuti compliementi quando Refice gli offrì il manoscritto. Refice ne rimase a sua volta dispiaciuto, sicché, pensando che al re non  fosse piaciuto, lo rese davvero un inno generico, adattabile a qualunque santo con le stesse caratteristiche. Qualcosa di simile aveva fatto Ludvig van Beethoven con la Terza Sinfonia, con dedica a Napoleone, poi depennata.";	testo = testo + " Continuando nelle sue confidenze, Olga Blanco dice: «A casa di mio padre, e a casa di mia nonna, la musica e la cultura in genere sono state la colonna, il pilastro indispensabile alla vita». E della nonna aggiunge: «Il mio bisnonno regalò alla figlia – mia nonna, appunto – il primo pianoforte quando ella aveva quattro anni. Questa nonna straordinaria, insegnante di scuola, fu alunna di Concepción Garcia Lorca, sorella del grande poeta e drammaturgo Federico Garcia (1898-1936), con il quale ella fu in stretta relazione».";	testo = testo + " Oggi Olga, che intende emulare la nonna nella tenacia e superarla nei risultati, vive a Vienna e studia sotto la direzione delle migliori insegnanti. Mi nomina Speranza Scappucci, della quale dice: «È italiana di Roma, la più grande “correpetitora” e una meravigliosa persona. Ora lavoriamo Il Trovatore, la parte di Leonora». Con altrettanta ammirazione parla della sua insegnante di liederistica, Adele Fischer.";	testo = testo + " Narra alcune esperienze dalle quali trae la convinzione che «la vita è piena di momenti oscuri; ma quando tutto sembra avvolto dalla notte, torna la luce e usciamo rinforzati. La vita» – aggiunge –  «è anche piena di coincidenze. Dopo l’esecuzione di un’opera a Vienna ho conosciuto un basso profondo, Ivano Tomasev. Ha una voce straordinaria e una tecnica particolare. Lui oggi forma parte della mia famiglia scelta. Grazie a Ivano ho conosciuto la più ECCEZIONALE, BRILLANTE, GRANDE, IMMENSA, UNICA, PERFETTA MAESTRA: la signora OLIVERA MILJAKOVIC, meraviglioso Soprano, con voce e anima d´angelo. Cantante della Opera di Vienna, in giugno festeggia cinquanta anni di carriera. È stata allieva della grande Gina Cigna».";	testo = testo + " A proposito dei momenti oscuri, racconta la disavventura occorsa a seguito di una cura dentaria. L’articolazione della mascella sembrava compromessa e con essa la carriera del canto. «Nove mesi d´inferno, senza potere ridere, mangiare, cantare... Ma ecco il signor Falk Struckmann e sua moglie Emily Rawlins, grandi cantanti, stupende e grandiose persone. Mi hanno indirizzata al migliore specialista, il Professor Dottor Ewers. Oggi posso dire che devo la mia vita a queste tre persone!».";	testo = testo + " È piena di entusiasmo, Olga e non si finirebbe mai di conversare con lei su molti problemi, anche di carattere religioso. Ha una fede semplice, ma profonda e accorata per certi aspetti della società contemporanea.";	testo = testo + " A Vienna ha anche incontrato l’amore. Ella perciò è nelle condizioni di sperimentare serenità e slanci propri della natura iberica. Un esempio? Ha voluto inviare ben due dediche a questo sito intitolato a Licinio Refice, che ha scoperto con gioia sul web e al quale deve il compimento del suo desiderio... Auguro a Olga di conservare tutto il sentimento e l’ardenza spagnola. Non sarà difficile, a Vienna che, quanto a effervescenza musicale, non ha nulla da invidiare alle città mediterranee, anche se a lei sembra “troppo squadrata”.";	testo = testo + " <br/>© maggio 2009 - Michele Colagiovanni</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function aleandroAtias(){	var testo = "<h3>Buenos Aires, Cecilia 26 ottobre 2008</h3>";	testo = testo + "<p>Che cosa ho voluto dire:<br/>";	testo = testo + " La presenza del MALE, rappresentato da Lucifero, è continua in tutte le scene. Attraverso i movimenti delle comparse si cerca di far capire che il MALE, volendo distruggere la bontà che c’è nelle persone sante, interviene in maniere diverse.";	testo = testo + " <b>Nelle nozze</b> di Cecilia appare come un nobile che saluta la sposa, la quale avverte in un brivido la presenza maligna, pur non sapendo da dove arriva.";	testo = testo + " <b>Nella cripta</b> è insieme ai cristiani, ed uno dei suoi seguaci demoniaci elimina uno di essi per consentire che il suo capo, Lucifero, lo sostituisca ed osservi quel che sta succedendo, e cerca di indebolire i fedeli. Poi però fugge allarmato davanti la presenza del miracolo.";	testo = testo + " <b>Nel corso del processo alla santa</b>, è un osservatore, come gli altri.";	testo = testo + " <b>Al momento dell'ascensione di Cecilia</b> si mostra come Lucifero, con la stessa immagine dell’introduzione, cercando di arrestare l'esaltazione della santità, ma viene fermato dal potere divino del Creatore.";	testo = testo + " Si deve osservare che Lucifero porta in continuazione, ai polsi, dei nastri tagliati, che simboleggiano l'interrotto legame con Dio, ed al momento finale quando tenta di frenare Cecilia, è Dio che distende quel laccio, malgrado sia rotto, dimostrando che è Lui che protegge Cecilia e che non c’è nessuno più grande di Lui. Malgrado Satana sia il Suo nemico, il Potere Divino è superiore.";	testo = testo + " Si tratta di piccoli particolari che portano ad una miglior comprensione di quel che si è voluto fare, rendendo una lettura attuale e chiara per i nostri tempi.";	testo = testo + " <b>Nel finale</b>, Cecilia è già vicina al Creatore, e l’Angelo guerriero, con la spada sguainata, si pone in ginocchio, poichè il suo compito di guardiano è finito con successo.";	testo = testo + " Si tratta di piccoli particolari che consentono una migliore comprensione di quel che si è voluto fare, rendendo una lettura attuale e chiara dell'opera per i nostri tempi.";	testo = testo + " <br/>maggio 2009 - Alejandro Atias, regista</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;	}function romanzoPatricano(){	var testo = "<h3>UN ROMANZO PATRICANO - FRANCESCO ROSSI, Cercando Patrica, Herald Editore, 2008.</h3>";	testo = testo + "<br/>";		testo = testo + "<p>Questa versione archiviata della recensione è leggermente modificata rispetto a quella inserita nel sito nel dicembre dello scorso anno perché tiene conto delle polemiche che il libro ha suscitato, indipendentemente dal mio articolo e tutte concordi con quanto da me sostenuto, salvo qualche replica dell’Autore e consenso di qualche committente. Ai pochi che vogliono giustificare l’iniziativa dico che se il Sindaco in persona ha lodevolmente sentito il bisogno di chiedere scusa a persone che si sono sentite offese, qualche motivo ci deve essere e qualche cosa del ,prodotto deve non aver corrisposto alle aspettative che l’Amministrazione all’unanimità si attendeva. Francesco Rossi, nella Presentazione, definisce questa sua opera letteraria, finanziata e distribuita dal Comune di Patrica. “un romanzo”. E aggiunge: “Ho il dovere di avvertire che è tutto frutto dell’immaginazione e che qualsiasi riferimento a persone o cose esistenti o esistite è casuale. Di vero, di reale c’è soltanto Patrica con i suoi abitanti”. Fine della citazione e inizio di un problema non da poco, anzi gravissimo. L’Autore di fatto garantisce che quanto viene detto di Patrica e dei suoi abitanti è vero, anzi è l’unica verità del libro. Tutto il resto è immaginazione. Che bisogno c’era di una tale avvertenza? In genere la frase si mette per cautelarsi da possibili noie legali. Che i riferimenti a nomi immaginari siano immaginari è tautologico e che vi possa essere cosa sgradevole in un personaggio immaginario non importa a nessuno! Se invece si parla di persone realmente esistite e si pontifica che quella che viene detta è la verità, si deve fare bene attenzione perfino se tale fosse davvero, perché potrebbe non essere opportuno o elegante dirla; ancor più attenzione di deve porre se la verità è dubbia o addirittura il contrario di una verità; chiamiamo pure le cose con il loro nome: una menzogna. Davvero una espressione maldestra e scombinata, quella usata dall’Autore, che dunque legittima doppiamente le eventuali lagnanze di chi vede leso il rispetto dovuto alla verità o alla persona che sta a cuore. Che cosa significa infatti che il libro è tutta fantasia tranne Patrica e i suoi abitanti? Vista l’ingombrante presenza di Patrica e dei suoi abitanti è come dire: è tutta fantasia tranne ciò che ho scritto. Infatti, dato il titolo e la struttura generale, visto chi sono i committenti e finanziatori, tutto ciò che non attiene a Patrica è marginale. È una cornice del quadro. Nessun pittore sente il bisogno di avvertire che la cornice non fa parte del quadro, anche se l’ha realizzata lui stesso. Il quadro è la parte dipinta, che dà luogo al titolo e rispetta le intenzioni dei committenti, se ci sono; come in questo caso ci sono, ma è stato reso loro un cattivo servizio. Anche perché, dopo una replicata assicurazione che tutto ciò che attiene al quadro è vero, la cornice non può stonare con il quadro né il quadro può trasformarsi in un tradimento degli intenti dei committenti. La stessa cornice, a questo punto, ha il dovere di essere in sintonia con il quadro e rispettosa (la cornice) degli intenti morali dei committenti e dei fruitori “obbligati” dell’opera. Ciò, come vedremo, non è avvenuto.";	testo = testo + " La narrazione procede in uno stile fluido e lo scrittore dimostra il suo passato di valente giornalista sportivo, anche per l’irrompere nel racconto di personaggi notissimi di quel mondo. In tutto ciò, poco convincente sembra l’assillo di trovare Patrica; un assillo quasi superiore a quello degli Ebrei anelanti alla Terra Promessa. Una volta che l’Autore fa arrivare il suo personaggio alla meta, indugia parecchio su Patrica. Non entro a parte della questione se sia giustificata tanta brama di trovarla e se non sarebbe stato meglio che non l’avesse trovata. Nel senso, cioè, che il romanzo avesse avuto il suo svolgimento senza la forzatura di ficcarci dentro Patrica. Dirò invece che qua e là ho ricevuto dei veri pugni nello stomaco, per le crudezze di linguaggio, da me non cercate e non necessarie, che invece vi compaiono. Non è questione di essere moralista o bacchettone. Tutto si può dire, purché si sia liberi di leggerlo o non leggerlo. E' questione di libertà. Una ragione in più perché romanzo e realtà fossero rimasti separati. Il romanzo, chi vuole lo compra e lo legge. Ma le notizie su Patrica incuriosiscono giustamente i patricani e essi, per poterle trovare, si debbono leggere anche il romanzo, con i suoi non necessari – e per me sconvenienti – leit motiv di natura erotica o attinenti alla vita sessuale.";	testo = testo + " Chiamare in causa parti anatomiche e relativi fenomeni a cui possono andar soggette, se da una parte adegua il racconto alla moda corrente, non giova alla dignità e al riguardo dovuto al lettore, che non è selezionato. L’insistenza, l’espressione plateale, stridono oltre tutto, con altre pagine ove si esalta il patrocinio di San Rocco, la sua processione, la spiritualità di don Federico Simoni e di altri personaggi devoti del passato.";	testo = testo + " Con piacere ho visto apprezzata la lapide agli emigranti, della quale si dice che fa pensare a Libero De Libero di Ascolta la Ciociaria. La cosa mi onora molto, perché il testo l’ho composto io, su richiesta di Mario Ciarnella, con la sola variante del troncamento del verbo “PARTIRONO”, che io avevo scritto per intero e che l’incisore, per qualche ragione sua, privò della “O” finale, trasformandolo in “PARTIRON”. Il cambiamento arbitrario, per quanto minimo, nuoce allo stile, facendo risultare tronfio un testo volutamente piano, come si addice alla povera gente che emigrò.";	testo = testo + " Altri dettagli che non mi sono piaciuti sono stati il far risultare una frattura familiare la disputa tra Eraldo e Anita Simoni per avere il corpo del loro fratello don Icilio, morto a Roma nel 1950, come se si fosse trattato di spartirsi una villa al mare. A me sembra che fu un vero atto d’amore, che onora entrambe le parti “contendenti”. A cose fatte, ritengo che avesse ragione Eraldo. Voleva rivendicare l’onestà del comune fratello, il quale non aveva commesso, a Patrica, alcuna colpa infamante perché non dovesse tornarvi per sempre. Lo ammise la stessa Anita, come risulta da documenti di archivio. Don Icilio oggi riposa dove profuse le sue energie, accanto al padre, alla madre, allo stesso Eraldo e alla cognata Pia, con il fratello sacerdote, che giustamente l’Autore chiama “San Federico di Patrica”, e gli altri fratelli Ennio e Ernesto. La Cappella è sempre piena di fiori freschi, cosa che non accadrebbe a Nettuno. Davvero don Icilio non meritava l’esilio perpetuo nella cittadina sul Tirreno. Non è vero, perciò, che gli Arcipreti Simoni siano stati dimenticati. Non lo sono neppure sotto l’aspetto della rievocazione storica e meno di tutti don Icilio, come invece si afferma a pagina 70. Le loro figure sono comparse in numerose pubblicazioni: mie e delle nipoti Marisa e Claudia. Queste ultime hanno inserito affettuose memorie su Internet, nel sito “Una Stanza per Refice”, creato il 12 gennaio 2007, che da allora è stato visitato da circa quattromila visitatori di tutto il mondo. Ancor prima della creazione del sito, si è parlato di don Federico e don Icilio nei volumi Brigida Contenta e le Adoratrici di Patrica, Roma 1983; S. Gaspare del Bufalo in Campagna e Marittima. La fondazione delle Case di Missione, Roma 1986, ove è presente in 28 pagine, come risulta dall’indice dei nomi; sul giornalino “in Pratica”, più volte; sulla rivista nel “Segno del Sangue” n. 7, luglio 1991, inserto centrale; su “Il Sangue della Redenzione” n. 10, II-(2007), pp. 232-237. Di don Federico è stato pubblicato il diario della sua missione presso gli emigrati: Alle origini dell’emigrazione ciociara (Roma 1988). Sono anche stati realizzati due ritratti a matita del pittore Nicola Maiullari.";	testo = testo + " A Patrica non è possibile posare gli occhi su nessun luogo senza che vi si scorga lo zampino di don Icilio. Qui l’Autore dice bene: si era preparato in seminario nella spiritualità e nell’azione. Sul campo trovò più necessario all’interesse del paese l’impegno sociale, essendo fin troppo provveduto il paese di sacerdoti. Non che egli non esercitasse il ministero suo proprio, ma privilegiò quello della promozione sociale. L’uomo è un unicum che non si può separare per comparti. Promuovendo l’uomo si promuove anche la sua dignità di figlio di Dio.";	testo = testo + " Con un’attività tanto straripante è ovvio che entrasse in contrasto con molte ottime persone, altrettanto impegnate per il bene della Chiesa e del popolo: penso al missionario don Pasquale De Guglielmo, a monsignor Achille Barletta, a don Lorenzo Colagiovanni, a don Francesco Bufalini, allo stesso Licinio Refice, con i quali vi furono contrasti momentanei o ricorrenti, perché su spazio ristretto è fatale pestarsi i piedi, specialmente con i migliori. Solo chi non fa non sbaglia, ma in tal caso tutta l’esistenza risulterebbe sbagliata; sarebbe un interminabile peccato di accidia.";	testo = testo + " Stando così le cose la descrizione del ritorno della salma di don Icilio “scaricata” a Patrica è un altro pugno nello stomaco, un’altra indecenza, che non farebbe onore alla società di pompe funebri che eseguì il trasporto; come non farebbe onore – se fosse vera – l’assenza dei patricani, perché dopo decenni dal fallimento della Banca dell’Arciprete avrebbero dovuto sapere che don Icilio non aveva nessuna colpa. Io so, per esempio, che il maestro Valdivio Erme, amico carissimo, lo riconosceva quando ne parlavamo. Cinquemila banche erano fallite contemporaneamente in tutta Italia. Poteva rimanere indenne quella dell’Arciprete di Patrica? Don Icilio si impegnò a rimborsare tutti nei limiti del possibile e non risulta che nel suo caso si sia verificato ciò che accade oggi: la banca fallisce e il direttore rimane milionario (in euro)! Don Icilio fu il primo a rimetterci. Abbracciò la croce, più grave di quella dei suoi clienti, perché su di essa c’era il peso di tutte le croci dei clienti.";	testo = testo + " Preso domicilio a Frosinone, a dimostrazione della sua lungimiranza, dopo i bombardamenti della città, don Icilio usciva a raccogliere i frammenti delle granate, radunandole in un locale, prevedendo che il “ferrovecchio” sarebbe stato una risorsa a conflitto terminato. E così fu. Me lo diceva un sacerdote di Frosinone, don Franco Bragaglia, quando io frequentavo il suo negozio di oggetti religiosi accanto alla Parrocchia dell’Annunziata: «Don Icilio aveva un chiodo fisso: restituire almeno il capitale a coloro che avevano avuto fiducia in lui affidandogli i loro risparmi». In parte lo fece, per il resto lasciò all’intero paese lavori socialmente utili. Ma su questo conviene anche l’Autore.";	testo = testo + " Recentemente, per giustificare alcune espressioni crude, è stato fatto il nome di Dante Alighieri e della Divina Commedia. Non dovrebbe essere lecito chiamare in causa il Sommo Poeta e la sua Commedia per giustificare commediole. È come trasgredire il comandamento che dice: non nominare il nome di Dio invano. Dante ricorre a un linguaggio crudo in preda a uno sdegno nobilissimo, non per compiacere pruderie di bassa lega.";	testo = testo + " Un ultimo appunto. Il libro si apre con la citazione di una bella poesia di Giuseppe Ungaretti:</p>";    testo = testo + "<div style='margin-left: 100px;'><p>Cessate d’uccidere i morti,<br />";    testo = testo + "non gridate più, non gridate<br />";    testo = testo + "se li volete ancora udire,<br />";    testo = testo + "se sperate di non perire.<br />";    testo = testo + "Hanno l’impercettibile sussurro,<br />";    testo = testo + "non fanno più rumore<br />";    testo = testo + "del crescere dell’erba<br />";    testo = testo + "lieta dove non passa l’uomo</p></div><br />";	testo = testo + "<p>Ecco, dopo la stupenda meditazione di un poeta – della quale dobbiamo però essere grati a chi ce la propone –, era proprio necessario che l’autore del romanzo indugiasse sul degrado delle tre sorelle veramente esistite e che si dilungasse nella spiegazione del perché erano soprannominate Trippanera?</p>";			testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>© 16.07.2009 Michele Colagiovanni</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function lavoriDonneschi(){	var testo = "<h3>Scuola di ricamo scuola di vita</h3>";	testo = testo + "<table width=\"215\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/suorConcetta.jpg\"></td></tr><tr><td><img src=\"images/ricami.jpg\"></td></tr></table>";	testo = testo + "<p>Al tempo di Maria De Mattias li chiamavano “lavori donneschi”. Erano la principale materia di insegnamento nelle scuole femminili, gestite dalle cosiddette “maestre pie” in locali di fortuna forniti dai comuni, o dalle “monache” nei monasteri. Consisteva nell’insegnare, oltre al catechismo: a cucinare, stirare, tagliare e cucire vestiti; filare la lana e il lino; confezionare calze, maglie; ricamare. Non sarà un caso che ancor oggi alcune suore sono celebri, e scrivono libri, sull’arte della cucina o sui segreti del  ricamo.";	testo = testo + " Il ricamo era il ramo nobile dell’intera ratio studiorum delle donne nell’Ottocento. Il leggere e lo scrivere non riscuotevano molto credito. I più le ritenevano abilità non necessarie alle donne. Qualcuno pensava che fossero perfino nocive. La cultura del tempo si divideva in una varietà di posizioni, sostanzialmente tre: promuovere nelle fanciulle una formazione di base aperta al leggere e allo scrivere; promuovere una cultura aperta alla sola lettura, non alla scrittura; esclusione totale della lettura e della scrittura, giacché il sapere della donna era a trasmissione orale e l’attività ristretta all’ambito casalingo. Inutile dire che la cultura popolare era quasi tutta schierata dalla parte della chiusura totale. Nello schieramento non mancavano personalità illustri, come il padre di Giacomo Leopardi, Monaldo o Nicolò Tommaseo. Qualcuno pensava che fossero attività perfino nocive.";	testo = testo + " Maria De Mattias nelle sue scuole volle sempre per le ragazze l’insegnamento della lettura, della scrittura e del “far di conto”. Del resto ella stessa proprio con il ricamo aveva imparato a scrivere. L’attività toglieva le ragazze dai pericoli della strada e permetteva di intrattenere un contatto personale. Maria aveva cominciato nella propria casa a riunire le coetanee. Dunque non era contraria a affiancare alla scuola vera e propria i “lavori donneschi”, tanto importanti. Anche alcune sue prime compagne furono abilissime nel ricamo. Carolina e Rosa De Sanctus sapevano anche confezionare Bambinelli e Statuette sacre con corredi raffinatissimi, molto richiesti perfino dalla cerchia della principessa Zenaide Volkonsky e da cardinali.";	testo = testo + " Il ricamo era il ramo nobile della intera carriera scolastica di massa delle donne dell’Ottocento. Certo, anche per il ricamo esisteva tutta una graduatoria di difficoltà e di abilita, ma, insomma, la materia stessa era nobile; come suonare il violino in orchestra, rispetto ai piatti o il tamburo. Spesso i locali dove si svolgeva la scuola erano i più stravaganti che si possano immaginare. Si osservi questa <a href=\"javascript:pop(\'scuolaAlbano.html\');\">scuola per fanciulle di Albano</a> e si consideri che non stiamo parlando di un paese sperduto del profundo sud, ma di una cittadina di villeggiatura alle porte di Roma!";	testo = testo + " Potremmo inquadrare la dicitura “lavori donneschi” in quella, moderna, di “economia domestica”; fatti ovviamente i dovuti adeguamenti al mutato assetto sociale. In tempi nei quali non v’erano negozi di abbigliamento, si trattava di abilità utilissime e le ragazze che le possedevano vantavano un pregio molto richiesto sul fronte dell’accasamento, superiore perfino alla bellezza esteriore e subito dopo la salute. All’opposto, mentre il trovar marito era l’assillo dominante di una ragazza di allora, oggi non è più così. Il matrimonio viene rinviato a un’età sempre più tarda. Le doti ricercate sono diverse. Alcune mansioni, una volta esclusive della donna, sono attribuibili a entrambi i coniugi: il far da magiare, rifare i letti e perfino dare la poppata al neonato (naturalmente con il flacone).";	testo = testo + " Che il ricamo rappresentasse il vertice della formazione di una donna lo dimostrava il pregio del prodotto, la sua capacità di stupire, ma soprattutto l’essere una icona del bello e della stessa vita. Come nella vita, occorre riflettere prima di infilare l’ago e compiere l’azione; ogni singola azione non è fine a se stessa, ma compone un disegno; per quanto è possibile il filo deve comporre un disegno gradevole nella parte che è sotto l’occhio della ricamatrice, ma questa deve ricordare che se fa la volontà di Dio il ricamatore è Dio stesso e allora lui solo vede la superficie ricamata, mentre la ricamatrice deve fidarsi di lui e ritenere che alcuni punti, insensati, servano al disegno vero. I maestri di spirito ricorrevano – e ricorrono – spessissimo a questa similitudine.";	testo = testo + " Il ricamo tornò in auge tra le Adoratrici dopo l’Unità d’Italia, quando il governo “usurpatore” produsse alcune leggi che rendevano non conformi molte scuole delle suore. Esse poterono sopravvivere e far del bene potenziando o istituendo i Laboratori dei lavori donneschi. Nelle pause, o anche durante lo stesso lavoro, si potevano tenere discorsi formativi, che li elevavano a scuole di vita.";	testo = testo + " Un centro propulsore del ricamo è oggi a Vallecorsa, per merito di suor Concetta Galasso, Adoratrice del Sangue di Cristo. Da anni ella continua con grande  successo una scuola che l’ha resa celebre e meritevole del titolo Mani di Fata. Mantiene aperti e segue ben quattro centri: Ceccano (dove convengono ricamatrici da Patrica e Torrice), Tecchiena (frazione di Alatri) frequentato  anche da Castelmassimo (Veroli); Supino che attrae anche da Ferentino e, infine, Vallecorsa, dove attualmente risiede.</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;	}function ilTerribileZio(){	var testo = "<h3>Il terribile zio prete di Maria</h3><br/>";	testo = testo + "<p>Giovanni De Mattias<font style=\"color: red;\">(1)</font> Seniore e sua moglie Rosaria Leo, entrambi di Vallecorsa, istituirono un fedecommesso. Per testamento di Giovanni il patrimonio diventava indivisibile. Gli eredi lo avrebbero goduto comunitariamente, intenti a accrescerlo per lasciarlo ancor più pingue agli eredi successivi in perpetuo. Giovanni e Rosaria avevano quattro figli: Ferdinando, Ambrogio, Carlo e Anna Vittoria. I primi due erano sacerdoti: don Ferdinando, parroco di Santa Maria e don Ambrogio arciprete di San Martino. Carlo aveva sposato Cecilia Polidori, di Castro. Anna Vittoria era rimasta nubile. Alla luce di questo quadro familiare, i beni di famiglia sarebbero passati integralmente, con l’eventuale accrescimento prodotto da ciascuno, ai figli di Carlo e Cecilia, anche senza testamento. Quanto a Anna Vittoria, se non si fosse contentata di vivere in comunione con i fratelli, questi avrebbero dovuto darle una congrua abitazione e gli utensili di tavola, cucina, letto, ed assegnargli la quarta parte della loro eredità, di cui potesse solamente usufruttare sua vita durante, e dopo la di lei morte dovesse ritornare ad essi di lei Fratelli e loro eredi, e successori, e potesse solamente testare di scudi 40”, a titolo di disponibile.";	testo = testo + " Poco dopo aver fissato queste volontà, il 15 giugno 1770, Giovanni Seniore morì. Il 9 gennaio 1772 morì anche sua moglie.";	testo = testo + " Carlo e Cecilia avevano avuto sette figli, dei quali ne sopravvivevano tre: Giuseppe, Giovanni Giuniore e Michelina. Tra le regole non scritte di ogni fedecommesso c’era che uno solo dei maschi contraesse matrimonio, a insindacabile giudizio del padre. In genere la scelta cadeva sul primogenito, ma Carlo scelse il cadetto Giovanni, ritenendolo più valido a dirigere l’azienda-famiglia. Michelina sposò un Notarianni di Lenola, casato di grande prestigio. Giuseppe fu avviato al sacerdozio, riteniamo senza troppo entusiasmo da parte sua. Nell’occasione gli fu assegnato il patrimonio sacro che, alla morte del titolare, sarebbe tornato sotto le leggi del fedecommesso<font style=\"color: red;\">(2)</font>.";	testo = testo + " Il matrimonio di Giovanni fu un evento chiacchierato, architettato nell’interesse di Ermenegildo Rocco de’ Vecchis, la cui “stirpe” stava per estinguersi. Il 5 maggio 1788 il giovanissimo De Mattias sposò Rosaria de’ Vecchis, alle soglie dei trent’anni, con la condizione che i figli avrebbero avuto il cognome De Mattias-de’ Vecchis. Accettando il patto, i De Mattias non ci rimettevano di certo. Non erano rari nella storia i casi di famiglie apparentate con doppio cognome; i Doria Pamphili, per esempio.";	testo = testo + " Rosaria, dopo le nozze, visse due anni e sette mesi. Mise al mondo due maschi: Alessandro, il 24 febbraio 1789 e Francesco Antonio, il 27 ottobre 1790. Furono registrati con il doppio cognome: De Mattias-de’ Vecchis, secondo il patto sottoscritto dalle due famiglie. Poi la donna morì per le conseguenze del secondo parto (+ 23 dicembre 1790). Il figlio cadetto, rimasto senza allattamento, le sopravvisse di pochi mesi (+ 21 marzo 1791). Tra la morte della madre e quella del figlioletto, il 1° gennaio 1793, morì anche il nonno paterno, Carlo De Mattias, il quale, “incurante del testamento, che imponeva il vincolo della sostituzione, testò come se avesse pieno diritto sulla parte di patrimonio che gli spettava. Stabilì il figlio Giovanni suo universale e pieno erede, mentre l’altro figlio, don Giuseppe, avrebbe goduto dell’usufrutto per metà, “solo se fosse vissuto in casa con il fratello” minore. Se avesse deciso di andare altrove, avrebbe dovuto arrangiarsi con il patrimonio sacro che gli aveva accordato e con le rendite ecclesiastiche.";	testo = testo + " Vedovo così presto, il 28 febbraio 1793 Giovanni passò a seconde nozze con Ottavia De Angelis, di Ferentino, nata ivi il 5 gennaio 1766 da Francesco e Mattia Palazzi, procreando con lei numerosi figli e figlie con il solo cognome De Mattias. Don Giuseppe restò a vivere con i de’ Vecchis, mentre Giovanni tornò con la seconda moglie nella casa paterna.";	testo = testo + " La decisione testamentaria del padre non era stata gradita da don Giuseppe De Mattias, che fu ulteriormente esacerbato dal comportamento degli zii. Don Ferdinando era morto in regime di fedecommesso e non aveva lasciato testamento, essendo già predestinata la sorte dei beni. Don Ambrogio e sua sorella Anna Vittoria, invece, forse indotti dai timori della legislazione francese, che si andava estendendo in Italia, fecero donazione della loro quota a Giovanni Giuniore.";	testo = testo + " I de’Vecchis abitavano uno dei più bei palazzi di Vallecorsa e uno dei più ampi. L’ingresso era sito nel suggestivo cunicolo di Porta Missoria, detta anche Porta Scura perché, a causa dell’eccessivo sviluppo in lunghezza, la luce che penetrava dalle due estremità non riusciva a illuminarla. L’angiporto, che si apriva nel punto più buio, a mano sinistra di chi entrava in paese, si annunciava come una bocca luminosa. Faceva da cortile al palazzo. Formava uno scenario nobile, nel quale la luce pioveva dall’alto. Di fianco, saliva la scala parzialmente pensile e immetteva alla vasta abitazione, che arrivava alle mura esterne del paese e, anzi, vi godeva di una uscita secondaria oltre che di finestre panoramiche.";	testo = testo + " Là aveva abitato Giovanni durante i pochi anni del suo matrimonio con Maria Rosaria e là ricevette la prima educazione il discendente Alessandro De Mattias-de’ Vecchis, praticamente senza il contributo del padre, andato a abitare altrove, dopo le seconde nozze, come ho detto. Il bambino fu fagocitato affettivamente dalle zie materne e dallo zio paterno, che non gli istillò certamente un grande affetto per il padre. Don Giuseppe fu anche il precettore del fanciullo, al quale non inculcò rispetto per il padre ¬ Giovanni De Mattias – ormai ingolfato nelle cure della nuova famiglia e in turbinose vicende paesane.";	testo = testo + " Recatosi a Roma per gli studi superiori, l’erede del casato De Mattias de’ Vecchis, Alessandro, il 21 agosto 1805, a soli sedici anni, sposò Giustina Cimino, di anni diciassette. Il matrimonio fu celebrato nella chiesa di Santa Susanna, perché di quelle parti era la sposa: suo padre era amministratore della famiglia Barberini. Quando Alessandro rientrò a Vallecorsa con la sposa, tutti vollero vedere Giustina. Era una romana e tamto bastava a renderla speciale. Allo sposo, da appena sette mesi, era nata una sorellastra, Maria Mectilde, oggi universalmente nota come santa Maria De Mattias. Intanto la giovanissima coppia, stabilitasi a Vallecorsa, ebbe due figli: Anna Teresa, il 7 novembre 1806 e Michele Arcangelo – detto anche Michel’Angelo ¬–, il 27 settembre 1808.";	testo = testo + " Due anni dopo Alessandro morì (+ 10 ottobre 1810). Il suo testamento fu registrato a Priverno il 14 settembre 1810<font style=\"color: red;\">(3)</font>. Lasciava i suoi beni al figlio Michel’Angelo e usufruttuaria la moglie. Agli orfani fece da padre, ancora una volta, lo zio sacerdote don Giuseppe De Mattias.";	testo = testo + " Anna Teresa e Michel’Angelo ebbero modo di vivere l’estenuante vicenda giudiziaria tra il loro zio prete e il loro nonno. La vissero dalla parte dello zio, approfondendo il solco psicologico e affettivo che li divideva dal nonno e per conseguenza con i loro zii quasi coetanei e alcuni, anzi, più giovani: Vincenza, Maria. Michele e Antonio. Fu probabilmente per questa ragione che Giovanni decise di accettare la collaborazione con il governo napoleonico, guarda caso, come giudice di pace: meglio cautelarsi da un fratello molto aggressivo. La scelta gli fu piuttosto nociva, perché il regime napoleonico durò poco e il povero Giovanni dovette rifarsi una reputazione con il governo pontificio.";	testo = testo + " Don Giuseppe potrebbe apparire un prete improprio, e così era; ma la colpa poteva dirsi tutta sua? Di certo non era innocente, non del tutto martire; una colpa maggiore era da attribuire alla struttura sociale. Finito sacerdote senza vocazione, per mera pianificazione familiare; per giunta infrangendo le regole che, per quanto ingiuste, avrebbero dovuto favorirlo, sentiva dentro dell’acredine con tutto e tutti. Poiché era ormai impossibile liberarsi dell’ordine sacerdotale se non con un gesto che lo avrebbe infamato e proscritto, sentendosi praticamente diseredato, cominciò a chiedere l’invalidazione sia del testamento di suo padre Carlo, che le donazioni degli zii Ambrogio e Anna Vittoria. Se avesse ottenuto questo ne avrebbe ricavato la reimmissione al godimento dell’usufrutto sull’intero patrimonio e gli arretrati che non aveva mai avuto.";	testo = testo + " La prima sentenza fu sostanzialmente favorevole a Giovanni. Don Giuseppe non si arrese e Giovanni dovette suo malgrado seguitare a combattere. Non meno avvilito dalle spese era don Giuseppe, il quale stava per rinunciare, non avendo risorse per affrontare l’appello, quando gli fu suggerito di rivolgersi alla Congregazione di Sant’Ivo, un consorzio di avvocati che patrocinava gratuitamente i poveri. La vertenza prese subito una svolta favorevole al sacerdote, che vide riconosciute le sue pretese una prima e una seconda volta. Vane risultarono le suppliche di Giovanni, affidate – tra gli altri - alla mediazione del vescovo di Gaeta e di Gaspare del Bufalo. Ecco brani di una lettera al vescovo di Gaeta monsignor Luigi Parisio. Ci offre, tra l’altro, un quadro familiare molto interessante.";	testo = testo + " “Memore di ciò [nell’esordio lo scrivente aveva posto un erudito elogio della pace] Giovanni De Mattias Procurator fiscale del Tribunale sì ecclesiastico che laico, oratore umilissimo di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima devotamente le rappresenta, come per parte del suo Germano don Giuseppe Canonico De Mattias viene vessato con un’ingiusta lite […].  L’oratore è gravato di quattro figli, due maschi e due femmine, gli due maschi, uno sta in Roma nello studio della Sapienza per tirar avanti nella Legale, ed un altro nel venerabile seminario di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima per tirar avanti nel Sacerdozio in domo; l’Altissimo lo chiama; le femmine una dal prossimo passato mese di agosto sta per noviziato colle Maestre Pie dell’Istituto Trinitario in Vallecorsa stessa, perché così chiamata da fanciulla allo stato monacale, e l’altra sta in propria casa, per ajuto della povera madre e dell’oratore padre, motivo per cui si vede l’oratore impossibilitato a sostenere sì la detta causa, che gli altri pesi”<font style=\"color: red;\">(4)</font>.";	testo = testo + " Nulla poté rimuovere il prete dai suoi propositi bellicosi, specialmente ora che le sentenze erano dalla sua parte. Intanto le disavventure giudiziarie erano costate la laurea in legge al fratello Michele e qualche disagio economico anche a Antonio, altro figlio di Giovanni, ritirato dal seminario di Gaeta e posto tra i Missionari del Preziosissimo Sangue, nel loro collegio da poco aperto a Albano, a più favorevoli condizioni economiche, che tuttavia Giovanni non riusciva a fronteggiare. Giovanni sosteneva che Antonio aveva la vocazione al sacerdozio, chiamato dall’Altissimo, ma non era vero. Antonio era uno scavezzacollo e quando tornava a Vallecorsa era tra i più intraprendenti insidiatori delle fanciulle della scuola tenuta dalle Trinitarie, frequentata anche dalla sorella Maria da novizia.";	testo = testo + " Con Michele e Antonio si stava ripetendo, sul piano sostanziale, lo stesso errore che aveva diviso Giuseppe e Giovanni. Michele era stato designato a continuare il casato e Antonio avviato al sacerdozio. In questo vi era il rispetto della tradizione, perché Michele era maggiore di Antonio, solo che Michele (forse reso edotto dai guai paterni) non avrebbe disdegnato di abbracciare la carriera ecclesiastica; tanto più che Antonio non voleva saperne a nessun patto di farsi prete e aggrediva inutilmente il padre.";	testo = testo + " Va dato atto a Antonio di non aver imitato lo zio, succube della volontà degli avi. In una questione tanto delicata faceva valere i diritti della persona. Fu favorito dal mutamento dei tempi, ma una parte di merito gli rimane. Dopo il tentativo di tenerlo nel seminario vescovile di Gaeta e poi nel collegio dei Missionari del Preziosissimo Sangue di Albano, tutti dovettero arrendersi all’evidenza. Antonio non aveva la vocazione al sacerdozio e non faceva nulla per fingere di averla o per rassegnarsi a procedere lo stesso verso l’altare.";	testo = testo + " Il fatto è che, probabilmente, Antonio non era fatto neppure per il matrimonio. Ma egli volle infrangere anche un altro tabù: sposarsi come aveva fatto il fratello maggiore Michele, di fatto dimezzando le già scarse possibilità di scalata sociale di entrambi. Riservare il matrimonio a un solo membro della famiglia era servito a tenere alto il prestigio dei casati. Bastava guardare i de’ Rossi. Con una rigorosa politica di tal genere erano arrivati a piazzare un loro membro nell’Università di Roma, a far sposare una delle loro figlie con i Tani di Ferentino. Michele De Mattias, invece, dovette interrompere i suoi studi promettenti alle soglie della laurea, per la quale sarebbero occorsi denari che non aveva.";	testo = testo + " Lo scenario amareggiò Giovanni De Mattias sul letto di morte, il 16 settembre 1839: vedeva la figlia monaca, uscita dalle Trinitarie, impegnata a Acuto nelle difficoltà dell’impianto di una nuova istituzione di maestre e i due figli, entrambi sposati, con le rispettive famiglie, stentare a vivere in un mondo sempre più esigente. Quasi certamente pensò anche al proprio fratello Giuseppe, il prete indomito quanto lui, ostinato nel non voler scendere alla conciliazione che aveva sempre desiderato e che non sarebbe stata disonorevole per nessuno, perché si trattava di pace stipulata tra due vittime della società e non tra due che dovevano sentenziare chi avesse torto o ragione. Giovanni spirò in pace con la coscienza, mentre don Giuseppe seguitava a vivere inappagato. Doveva portare a termine la sua vendetta. Vedremo quale.";	testo = testo + " Nel 1841 Michel’Angelo De Mattias de’ Vecchis era ancora scapolo, ma sua sorella Anna Teresa aveva sposato Federico Cipolla. La dote, a suo tempo, non era sembrata degna del casato: appena quattrocento scudi! Di per sé una bella somma, ma un niente rispetto al patrimonio disponibile!  Vi erano stati dei dissapori tra fratello e sorella, in occasione delle nozze. Anna Teresa si aspettava di più. Era una de’ Vecchis anche lei! Anzi una De Mattias de’ Vecchis, se doveva valere il patto contratto da Giovanni e Rosaria al momento del loro matrimonio. Non erano, Michel’Angelo e Anna Teresa figli di Alessandro De Mattias de’ Vecchis? Di più si aspettava anche Federico Cipolla, che aveva sposato Anna Teresa De Mattias de’ Vecchis. Ma Michel’Angelo, pilotato da don Giuseppe De Mattias, era stato irremovibile e aveva fatto valere il diritto ereditario dell’intangibilità del patrimonio fedecommesso.";	testo = testo + " Può sembrare incoerente il comportamento di don Giuseppe. Vittima di un fedecommesso, in nome di un fedecommesso stava creando altre vittime! Ma la vita aveva segnato per sempre il povero canonico di San Martino, divenuto ricchissimo o, per meglio dire, arbitro di un ricchissimo patrimonio. Non è scritto che chi di spada ferisce, di spada perisce? Aveva due vendette da servire fredde. La prima, contro gli avi, dimostrando che si erano sbagliati, preferendo Giovanni a continuare il casato. Avrebbe dimostrato che il casato potente lo fondava lui, benché condannato al celibato. La seconda vendetta, di conseguenza, era contro il fratello minore,  del quale avrebbe determinato la gelosia prima e la rovina poi. Perché la vendetta fosse completa, occorreva che non nascesse un casato De Mattias de’ Vecchis, perché sarebbe stato pur sempre il raggiungimento di un progetto degli avi. Il nuovo casato sarebbe dovuto essere esclusivamente de’ Vecchis!";	testo = testo + " Don Giuseppe, vivendo in casa de’ Vecchis, si sentiva ormai uno di quella famiglia e anzi voci diffuse sostenevano che vi fosse qualche cosa di più sostanzioso tra lui e una delle sorelle di Rosaria. Lo aveva insinuato perfino Giovanni nella citata lettera al Vescovo di Gaeta, quando, accennando alle liti che lo dissanguavano, aveva detto del fratello Giuseppe: “Osa [l’oratore] a dire ingiusta [la lite], perché nel 1821. [sic] Il Tribunale dell’A.C. in Roma venne decisa a favore dell’Oratore, ed ora il detto Canonico perché dimora in detta Dominante mediante gl’impegni hà convenuto l’Oratore avanti il Tribunale della Sagra Ruota […] Il detto Canonico però si mantiene benissimo in detta Dominante [cioè a Roma], e mantiene anche benissimo con sé stesso la Cognata dell’Oratore, e due Nipoti di questa uno maschio e l’altra femmina”<font style=\"color: red;\">(5)</font>.";	testo = testo + " Non è precisamente una insinuazione di relazione illecita, ma le voci correvano e il tipo di sacerdozio che don Giuseppe incarnava non contribuiva a smentirle. Si sapeva (e questo è confermato da documenti) che il prete acquistava terreni e li intestava a Gioconda de’ Vecchis, una delle sorelle della defunta cognata Rosaria. Personalmente credo che non sia una prova. Voci di quel genere sarebbero sorte anche se don Giuseppe fosse stato un santo. Del resto, l’intestazione dei beni trovavano una spiegazione nel desiderio che non finissero nell’eredità dei De Mattias e al fratello Giovanni.";	testo = testo + " I de’ Vecchis erano ricchi del loro, ma su Michel’Angelo era affluita l’eredità dei Gaioni, altra importante famiglia in estinzione, imparentata per via della nonna. Creatura dello zio don Giuseppe, Michel’Angelo era membro del consiglio comunale e, di per sé, un buon partito; ma il matrimonio non figurava nei suoi programmi e non sappiamo perché. Non fu certamente lo zio a spingerlo al celibato, che anzi gli impediva una delle progettate vendette: la nascita di un casato alternativo a quello del fratello. Se Michel’Angelo avesse persistito nel rifiuto del matrimonio, don Giuseppe progettava di fare in modo che il considerevole patrimonio immobiliare finisse a qualche istituto religioso: naturalmente qualunque, tranne che quello che stava iniziando sua nipote Maria in Acuto.";	testo = testo + " Accadde proprio così. Il 5 febbraio 1841<font style=\"color: red;\">(6)</font>, nonostante la giovane età, sentendosi prossimo alla morte, Michel’Angelo fece testamento per gli atti del notaio Carlo Capo. Cinque giorni dopo, cessava di vivere. Il 7 aprile don Giuseppe De Mattias, con due testimoni e la fede di morte del nipote, rilasciata dal parroco di Sant’Angelo, si recò dal notaio, presso la sua sede legale<font style=\"color: red;\">(7)</font>, e chiese l’apertura del testamento, sicuro di avvervi parte. Il notaio, fatta constatare l’integriità dei sigilli, aprì il plico e lesse le ultime volontà del defunto. Don Giuseppe non si sbagliava, né poteva sbagliarsi, essendo stato sicuramente l’ispiratore, se non l’estensore del testo.";	testo = testo + " Michel’Angelo lasciava a titolo di legato alla madre, Giustina Cimino, quella legittima che di ragione le spettava, “nella quale” – diceva – “la istituisco erede  universale (…). In tutti, e singoli i rimanenti miei beni, stabili, mobili, e semoventi, crediti, ragioni ed azioni qualsivogliano, ovunque posti, ed esistenti, e futuri miei eredi universali, usufruttuarj vita natural durante, istituisco la detta mia Madre Signora Giustina Cimino, ed il mio Zio Signor Canonico Don Giuseppe De Mattias” in parti uguali “sopra l’intero asse tanto De Mattias-de’ Vecchis, quanto di quello da me ereditato per morte della mia pro Zia Michelina de’ Vecchis, proveniente dalla eredità del fù Filippo Gajoni, senza che la nominata mia Madre possa pretendere il doppio usofrutto lasciatogli per testamento dal fù mio Padre Alessandro”<font style=\"color: red;\">(8)</font>.";	testo = testo + " “Nel caso che [mia madre] pretenda detto usufrutto” – continuava Michel’Angelo – “decada immediatamente dalla presente facoltà di mia coerede usufruttuaria, e tutto l’usufrutto si concentri nella persona del mio Signor Pro-Zio Canonico, come ancora nel caso la stessa mia Madre coabitasse, o volesse far abitare in casa mia la di lei figlia, e mia sorella Anna Teresa, e rispettivo marito Federico Cipolla, decada parimenti dalla detta qualifica di erede usufruttuaria, e l’intero usufrutto del mio patrimonio ricada al rimentovato mio Pro-Zio Don Giuseppe De Mattias, perché la detta Anna Teresa trovasi sufficientemente dotata colla dote di Scudi 400 di stabili” secondo le disposizioni del “fù comun padre e pro-Zia Michelina De Vecchis”.";	testo = testo + " Nel caso di morte di qualunque degli usufruttuarii la metà dell’usufrutto non doveva andare a beneficio del superstite usufruttuario, ma di un proprietario universale che il testatore intendeva nominare, come di fatto lo nominava nella persona giuridica dell’istituto della Missione di Montecitorio, “al quale dichiaro che durante la vita dei suddetti eredi usufruttuari non possa competere alcun diritto sopra l’usufrutto […]. Seguita finalmente la morte di entrambi i miei coeredi […], ora per allora sostituisco, e nomino in eredi proprietarj l’Istituto della Congregazione dei Signori della Missione in Monte Citorio di Roma, coll’obbligo di celebrare annualmente un solenne Anniversario ricorrendo il giorno di mia morte, e quelle messe lette che crederà celebrare il medesimo Istituto”.";	testo = testo + " Non si può non notare la pervicace ostinazione di Michel’Angelo e del prozio e mentore don Giuseppe. È anche doveroso considerare quanta irreligiosa può celersi dietro clamorosi gesti di religiosità. Sua nipote stava dibattendosi a Acuto in mezzo a un mare di ristrettezze, né se la passavano meglio i nipoti a Vallecorsa e don Giuseppe, con gusto perverso, organizzava le cose in modo che in caso di morte di qualcuno, neppure un baiocco toccasse ai figli del fratello. Se qualche motivo verso Michele e Antonio poteva in parte attenuare la sgradevolezza del comportamento, lo status di ecclesiastico lo aggravava e il coinvolgere una nipote come Maria, impegnata nel sociale e universalmente stimata, rendeva il tutto inconcepibile. La congregazione dei Signori della Missione era certo stimabilissima, ma – se proprio non si volevano tener presenti altre considerazioni – c’era a Vallecorsa la congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue con la Casa di Missione incompiuta per mancanza di fondi… Erano, dopo tutto, beni di Vallecorsa!";	testo = testo + " L’intento di giovare alla propria anima è indubitabile, ma nelle decisioni di don Giuseppe (e per conseguenza del nipote prediletto) c’era anche molto livore contro la famiglia di suo fratello. Io credo che la decisione non procurò a Michel’Angelo gli sperati benefici, ma piuttosto qualche aggravio. ";	testo = testo + " Informato del lascito, l’Istituto della Missione, nella persona del superiore don Antonio Cremesi,  incaricò Luigi de’ Rossi<font style=\"color: red;\">(9)</font> di redigere l’inventario dei beni oggetto del testamento<font style=\"color: red;\">(10)</font>; cosa che il de’ Rossi fece, in due sessioni, una<font style=\"color: red;\">(11)</font> il giorno 24 maggio 1841 e l’altra il giorno 27<font style=\"color: red;\">(12)</font>, entrambi nella casa del defunto Michel’Angelo De Mattias-de’Vecchis, con l’intervento del notaio Carlo Capo.";	testo = testo + " A conferma che era stato l’ispiratore di tutta l’operazione, il 18 settembre dello stesso anno don Giuseppe De Mattias fece un atto di donazione. Essendo dell’età di 83 anni donò tutti i suoi averei (la quota dell’usufrutto e i beni propri che facevano parte del patrimonio sacro avuto dal padre) all’istituto delle Missioni, affinché avessero un ulteriore aiuto nell’esercizio delle missioni. Il notaio gli fece notare che “il donare è lo stesso, che perdere”; comporta, cioè, la rinuncia immediata; ma il donatore rimane “in tale stabile determinazione”, affidando il proprio mantenimento all’istituto religioso stesso<font style=\"color: red;\">(13)</font>. Si riservava però un ventesimo, del quale avrebbe disposto testamentariamente a suo tempo. Diceva di fare la donazione “per provvedere alla quiete propria sussistenza” [sic] e più ancora della propria anima. L’atto avvenne alla presenza di padre Isidoro Rezzesi, rappresentante dell’istituto religioso. Non si può fare il processo alle intenzioni, ma l’ostinazione nell’impedire che perfino le briciole della tavola cadessero ai cagnolini, a lune di ragione non poté migliorare la sorte dell’ormai anziano sacerdote nel già prevedibile purgatorio.";	testo = testo + " Visse ancora quattro anni. Il 23 ottobre 1845, sentendosi prossimo a morire, con proprio testamento confermò la donazione già fatta. Era a letto e in condizione di stentata loquela, fermo tuttavia nel condurre a compimento il progetto di vita. Il notaio riusciva a interpretare le sue parole. Della vigesima parte, che come si ricorderà si era riservata all’atto della donazione ai Signori della Missione, faceva erede in egual porzione la sorella Michelina De Mattias, sposata a Lenola con Pietro Angelo Notarianni, la signora Anna Teresa de Vecchis moglie di Ferederico Cipolla pronipote e la parrocchia di San Martino. Era la ciliegia al centro di una torta avvelenata. Il prete riusciva così a lasciare qualcosa ai nipoti, escludendo però tassativamente quelli che gli provenivano dal fratello Giovanni. Un autentico sfregio. Una dichiarazione di sconoscimento a futura memoria.";	testo = testo + " Morì il 23 dicembre 1845. Nonostante l’evidenza, spinti dalla necessità, “i di lui nipoti Michele ed Antonio De Mattias, qualificandosi per eredi legittimi del medesimo [loro zio], ottennero dal Tribunale un’ordinanza di possesso mediante la quale s’impossessarono dei migliori fondi del patrimonio De Mattias-de’ Vecchis”. A quel punto l’erede universale, l’istituto dei Signori della Missione, trasse in giudizio Michele e Antonio sicché, di fronte all’evidenza, “lo stesso Tribunale decretò nullo il possesso de’ beni tutti provenienti dalla donazione del Canonico Don Giuseppe De Mattias, non che dal testamento del defunto Michel’Angelo De Mattias-de’ Vecchis, sentenza che fu pienamente confermata in appello dal Superemo Tribunale della Sacra Rota”.";	testo = testo + " La Pia casa tornò in possesso del lascito, ma “poco stante si vide spogliata degli stessi fondi” da Giustina Cimino, vedova ancora pimpante del defunto Alessandro Mattia de’ Vecchis. In suo nome agiva “tal Federico Cipolla genero della Convenuta Vedova De Mattias de’ Vecchis”, il quale “chiamò [l’istituto religioso] in giudizio”. Purtroppo per lei fu dimostrato che la Pia Casa di Missione, fin dal 1841, aveva esercitato non solo atti di dominio sui beni del patrimonio, ma anche atti di possesso, sia con l’iscrivere i beni al Censo, sia con averne dato una porzione in dote, sia col pagare i debiti e dazj fiscali. Giustina rimaneva al possesso del semplice usufrutto, secondo le modalità stabilite dal figlio Michel’Angelo. Ma non si arrese e appellò.";	testo = testo + " Il Tribunale, “con sentenza dei 27 Giugno 1855 dichiarò nello stato delle cose  inammissibile la domanda onde fu rinnovato il giudizio, e colle medesime prove esibite dallo stesso Cipolla fu la vedova De Mattias chiamata a rispondere dello spoglio anzidetto”. Giustina fu “condannata a due terze parte delle spese del presente giudizio. 31 ottobre 1856”. Procuratore della Cimino era Vincenzo Orlandi. Veniva però confermato il diritto della Cimino a godere dell’usufrutto<font style=\"color: red;\">(14)</font>.";	testo = testo + " Il 5 novembre una copia della sentenza fu consegnata dal cursore Luigi Cecio a Giustina. La quale l’11 novembre 1856 citò con nuove argomentazioni la Pia Casa e per essa il superiore don Stefano Littardi.</p><br /><hr><h3>NOTE</h3>";	testo = testo + "<p>1) Nel corso del lavoro ignoro di proposito le vicende del cognome e lo userò sempre nella sua formulazione definitiva, anche nella documentazione, rimandando per il problema a MICHELE COLAGIOVANNI, Maria De Mattias & gli anni di Vallecorsa, Roma 2003. Questo volume resta fondamentale per tutto il lavoro, in particolare per le vicende della eredità De Mattias, ivi trattata più in dettaglio e qui solo accennata. Il contrario accade per la seconda eredità, De Mattias-de’ Vecchis, ivi appena accennata e qui esposta in dettaglio.</p>";	testo = testo + "<p>2) Ho trattato più volte questa nefasta istituzione; nefasta per il casato stesso, che invece voleva favorire. La prima volta fu per i Magni di Anagni nel volume Aspetti me figure dell’Ottocento a Patrica e dintorni, Roma s.i. (ma 1980).</p>";	testo = testo + "<p>3) “Foglio 36, casella 4, pagati franchi tre. Zaccaleoni preposto”. Ivi f 47.</p>";	testo = testo + "<p>4) AVG, B Vallecorsa. Quando trovai la lettera l’Archivio Vescovile di Gaeta era in riordino e non so in quale delle BB dell’attuale fondo Vallecorsa sia capitata.</p>";	testo = testo + "<p>5) Ne Gli anni…1, pur essendo convinto che si trattasse di una de’ Vecchis, mi chiedevo se non fosse per caso una De Angelis. Mi lasciava perplesso l’attribuzione dei nipoti, da parte di Giovanni, alla cognata, quando erano a maggior ragione propri nipoti. Ora, dopo la scoperta delle nuove carte, non possono esservi dubbi. Si tratta di una de’ Vecchis. L’espressione “nipoti di mia cognata” può riflettere l’esproprio dei vincoli familiari di cui lo scrivente si sentiva vittima. Riguardo ai viaggi a Roma, in ASF, Del Ap, Direzione di Polizia, B 85, si ha la concessione di un passaporto a don Giuseppe De Matthias, essendo scaduto il precedente, “previa presentazione di discesso” da parte del vescovo diocesano di Gaeta.</p>";	testo = testo + "<p>6) SAng, Mort, alla data; Sacra R. Rota, Positiones, 3607, Fundana spolii, Fede di morte di don Tommaso Lucari (Ivi, Summarium, p 2).</p>";	testo = testo + "<p>7) Si presenta il canonico don Giuseppe De Mattias e espone che Michel’Angelo è morto il 9 febbraio dell’anno corrente. Sapendo che il defunto cinque giorni prima ha fatto testamento, chiede che venga aperto. Presenta la fede di morte, firmata dall’abate Tommaso Lucari.</p>";	testo = testo + "<p>8) Ivi, Summarium, pp 2-3.</p>";	testo = testo + "<p>9) Fratello del professore di Diritto Romano alla Sapienza Pasquale de’ Rossi.</p>";	testo = testo + "<p>10) Procura registrata a Roma  il 24 aprile 1841 in una pagina senza apostille al Vol. 123, A.P. f 23retto casella 5 col pagammento di baj 20”. Ivi, p 8.</p>";	testo = testo + "<p>11) Inventario chiuso nella seconda sessione il 13 luglio 1842 e registrato a Frosinone il 24 luglio 1841 (?) f 15, V.C. 8, col pagamento di baj 90. Beni urbani: a) Una Casa composta di 23 vani ossiano membri con inoltre 3 soffitti che ha ingresso in quattro parti, cioè tre entro il paese, ed uno dalla parte di fuori le mura castellane, corredata di porte, finestre con cristalli, vetri, e corrispondenti serrature in mediocre stato. La qual casa è appunto quella ove morì il testatore Michel’Angelo De Mattias-de’ Vecchis; posta entro Vallecorsa contrada Porta Missoria ossia Porta Oscura, confinante da una parte coi beni delli fratelli Michele, ed Antonio De Mattias, Michele Jacobucci, Domenico Filippi, salvi eccetera; b) Una stanza cosiddetta granaro posta nella contrada Posta Oscura confinante con Michele Jacobucci, e li fratelli Signori Michele ed Antonio De Mattias salvi eccetera e questa stanza si troova condotta in affitto da Francesco Camuso. Dichiara il Signor Canonico De Mattias la descritta stanza non essere di pertinaneza del defonto de’ Vecchis, la quale (sic) istituì suo erede fiduciario lo stesso Signor Canonico De Mattias; c) Altro stabile urbano composto di due stanze una inferiore con cisterna, ed altra superiore a tetto, con un orticino , annesso, posta fuori della detta porta Oscura, confinante con Luigi Sperlonga e strada publica salvi eccetera, locata a Luigi Mattei di Lenola, e Francesco Camuso di Vallecorsa; d) Casa rustica ad uso di stalla, e finenile, composta di due vani con orto adjacente situata fuori di porta Sant’Antonio in vocabulo la Rota, confinante signor Andrea Gajoni, e Filippo Colagiovannni salvi eccetera, quali stall, e fienile trovansi affittata ad Agostino Altobelli, ed orto adiacente, si gode dagli usufruttuarj; e) Una casa composta di undici membrii con cisterna situata entgro Vallecorsa in contrada Piazza di San Michele Arcangelo, confinante col Signor Filippo Palombi, signor Martino Jacoani, detta Piazza salvi eccetera, dei quali otto membri sono affittati alla Comune per usod ella Gurnigione Militare, e corrispondono alla stessa Piazza, e gli altri tre che hanno l’ingresso alla parte, ed abitaziione del detto signor Jacoani, trovansi affittata (sic) a Giovanni Mirabella; f) Una stanza terrenna ad uso di cantina in detta piazza di San Michele Arcangelo, che ha l’ingresso dal cortile della Casa  del nominato signor Martino Jjacoanii confinante col medesimo dai lati, e di sopra colla descritta casa del defonto salvi eccetera; g) Una casa posta fuori di Porta Sant’Antonio Abate, contrada Orto Sant’Angelo composta di una stanza  a pianterreno con cisterna  ad uso di Molino da Olio agibile, altra stanza superiore sotto tetto ad uso di fienile, contigua la fabrica con condotta al suo termine, non esitendo, che dei soli muri al pianterreno deik quali si trova escavata, una Cisterna acqua potabile, non che un orticino annesso. Questo iniero descritto Caseggiato si possiede attualmente dal signor ded Jacobiis, per transazione avvenuta fra lui, ed il defonto Michel’Angelo De Mattias-de’ Vecchis, come lo stesso De Fabiis qui presente  ha dichiarato, e protestato per ogni buon fine e ragione. Ciò nonostante si è creduuto descrivere lo stesso Caseggiato, affiicnhé gli Eredii istituiti dal detto De Mattias-de’ Vecchis, conoscano a suo tempo le ragioni del De Fabiis, ed intanto non sia arrecato loro qualunque siasi pregiudizio”. Qui viene sospesa la prima sessione dell’inventario “con animo di proseguirlo il giorno di giovedì 27 corrente alle ore 20”, relativamente ai beni rustici. “Fatto a Vallecorsa alla presenza dei Signori Luca Peronti fu Michele, Benedetto Buzzi del vivente signor Tommaso, e Beniamino Rossi del signor Pasquale, i quali firmano unitamente a Giustina De Mattias, Giuseppe De Mattias Michele De Fabiis e il notaio, oltre – ovviamente – al procuratore dell’istituto religioso Luigi de’ Rossi (Ivi, pp 9-11).</p>";	testo = testo + "<p>12)  “Beni rustici: a) Un terreno seminativo vitato di capacità circa una quarta romana corrispondente ad un tombolo, misura locale posto in Territorio di Vallecorsa contrada Bovano, confinante da una parte col fosso, strada publica, e d’altra con Angela Sacchetti, del quondam Erasmo, Michele Jacoani, salvi eccetera; b) Altro terreno seminativo con albori di Casstano  di capacità circa mezza quarta in detta contrada Bovano, vocabolo Castelluccio, o Borgoginone confinante con Rocco Gajoni, Francesco De Bonis, Fedele Peronti, salvi eccetera; c) Altro terreno lavorativo a grano con alberi di Castagno di capacità mezza quarta circa contrada  Bovano, in detto Vocabolo Borgoginone confinante il fosso, strada publica, Giuseppe Colagiovanni, Patrimonio Simonetti, salvi eccetera; d) Terreno Macchioso in detta contrada in Vocabolo suddetto di capacità un quarto circa, confinante colla Venerabile Chiesa di Santa Maria, e gli Eredi Fiilippi salvi eccetera; e) Terreno seminativo con albori di Castagno della capacità quarta una circa in detta contrada, e vocabolo confinante col signor Ludovico Lauretti, Michele Antoniani, e Delfino Notaro Pietro; f) Terreno olivatoo della capacità una quarta circa in territorio di Valllecorsa, contrada Santa Maria di Giano, confinante Michele D’Ambrogio, e Rocco Gajoni salvi eccetera. Dichiara il signor Michele De Fabiis, il descrittoo Oliveto, come proveniente dalla erediità del fu Filippo Gajonji venne ediviso per metà, ossia fino al termine infisso dai Periti di comune consenso dei dividenti De Fabiis, e defunto Michel’Angelo De Mattias-de’ Veccis. Dichiara inoltre, che questa porzione fu a lui assegnata intieramente, e che l’altra porzione del termine sudetto al di sopra confinante con Rocco Gajoni rimase e rimane tutt’ora indivisa, sulla quale s’intende a suo luogo di sperimentare i suoi diritti; g) Terrenno olivato della capacità di circa un toombolo in territorio di Vallecorsa contrada Valle, confinante con Delfino Notar Pietro, ed Antonio Baraglia salvo eccetera; h) Terreno seminativo vitato di capacità circa due quarte romane  in territorio di Vallecorsa contrada Casali confinante con i Fratelli Colagiovanni, e strada publica salvi eccetera. Dichiara il detto signor De Fabiis che il nominato terreno seminativo  vitato appartiene a lui per divisione avvenuta  fra Esso, ed il defonto Michel’Angelo De Mattias –de’ Vecchis come giustificherà a suo luogo e tempo; i) Terrenno seminativo di circa un quartuccio con fosso  di acqua ad uso di abbeverare gli Animali posto in territorio di Vallecorsa contrada Maceria confinante con Domenico Antopaolo, ed Agostino D’Ambrogio salvi eccetera; l) Terreno olivato di capacità circa un tombolo posto in territorio di Vallecorsa contrada Valleamica confinante col monte incolto, Domenico Peronti, Michele Gambaccii, Ignazio di Rita, ed Eredi di Domenico Sacchetti salvi eccetera; m) Terreno seminativo di capacità circa due Rubbia posto nel territorio di Castro contra (sic) Vallefratta confinante con Ignazio  Bruni, Bernardino Mirabellla salvi eccetera; n) Altro terreno seminativo di capacità tomboli cinque circa posto nel territorio di San Lorenzo contrada Cerreto con tre Pozzi di acqua ad uso di abbeverare gli animali, uno dei quali di proprietà del De Mattias e gli altri due dei signori Fratelli de Rossi confinante col signor Pietro Capo, Pietro Ferracci, salvi eccetera. Dichiara il signor De Fabiis che i terreni in contrada Bovano, Macera Valleamica posti in territorio di Vallecorsa, e gli altri due terreni seminativi uno in territorio di Castro, e l’altro di San Lorenzo di sopra descritti, come provenienti dalla Eredità Gajoni, pretende che debbano essere divisi virilmente. Siegue la descrizione di tutti i fondi rustici di pertinenza del Testatore, pria che succedesse.</p>";	testo = testo + "<p>13) “Il prelodato signor Don Giuseppe De Mattia a titolo di donazione irrevocabile tra vivi da valere in perpetuo salvo il decente mantenimento che dovrà prestarglisi dalla Pia Casa suddetta vita natura durante, e salva altresì la vigesima parte dei suoi beni che riserva a sé ad effetti di poter etstare , colla dichiarazione che non testandone s’intenda compresa nella presente donazione e non altrimenti eccetera spontaneamente dà, dona, trasferisce, cede, e concede, a favore della Pia Casa della Missione in Monte Citorio di Roma, e per essa il Revernedo Signor Don Isidoro Rezzesi uno dei preti, e sacerdoti della Casa Medesima a me eccetera, qui presente ed accettante, e stipolante tutti e singoli suoi beni  presenti e futuri e per causa e titolo di silmile donazione irrevocabili cede, ancora e trasferisce , e rinuncia alla pia Casa donaatoria tutte e singole sue ragioni, ed aqzioni ad averle e goderle anche in vigore di piena Clausula del Costituto  ed effetto del precario in forma eccetera, in ogni miglior modo eccetera”.</p>";	testo = testo + "<p>14) Premesso tutto ciò, “in risposta alla istanza promossa dalla Pia Casa il 12 febbraio corrente [il Tribunale] decreta la reimmissione della Pia Casa al possesso, non disgiunta però dal compossesso e relativa immissione e respettiva manutenzione per quei beni nell’indicato verbale 8 giugno 1847 inclusi, e che appartengono alla Eredità del fu Michelangelo De Mattias-de Vecchis, i quali debbono essere posseduti dalla summentovata Venerabile Casa in unione alla citata Vedova Giustina Cimino in De Mattias, sia per ciò che riguarda la legittima della medesima, sia per ciò che concerne il diritto di usufrutto, l’una e l’altro a di Lei favore disposti nel testamento del figlio Michel’Angelo summentovato”</p>";		testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><em>© 2003 Michele Colagiovanni</em><br />";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function mariaantoniettaDeCarolis(){	var testo = "<h3>MARIA ANTONIETTA DE CAROLIS E LA SUA FAMIGLIA</h3><h4>di Giuseppa Rotolo</h4>";		testo = testo + "<h3>Maria Antonietta De Carolis</h3>";	testo = testo + "<table width=\"300\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/MariaAntoniettaDeCarolis.JPG\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Maria Antonietta De Carolis nacque a Capua, il 15 marzo 1903, dall’avvocato Oreste De Carolis, figlio di Scipione, e da Orsini Concetta, figlia di Raffaele Orsini, direttore del Museo Campano di Capua.";	testo = testo + " Visse nel palazzo Orsini, Corso Appio 122, insieme al fratello <a href=\"javascript:popLarge(\'GeneraleUgoDeCarolis.html\',\'Generale Ugo De Carolis\')\">Ugo</a> e alla sorella Amalia; un altro fratello era morto giovanissimo, stroncato da una violenta malattia.";	testo = testo + " Sposò il colonnello Giovanni Marciani, comandante il  Reggimento di Artiglieria Celere 2° Emanuele Filiberto -Testa di Ferro- e si trasferì, prima al castello dei Marciani a Pinerolo, poi a Torino, in data 1-9-1927.";	testo = testo + " Il suo più grande desiderio fu quello di avere un figlio, ma non poté affrontare alcuna gravidanza.";	testo = testo + " Un grande affetto la legava alla sorella maggiore, nata a Capua il 29-9-1888, sposata, nel 1911, con Bellini Carlo, generale di Divisione, comandante la scuola di applicazione di Artiglieria di Torino, da cui ebbe un figlio, Cesare, nato a Capua il 12-3-1913.";	testo = testo + " Il 15-6-1920 Amalia si trasferì a Napoli, dove visse per alcuni anni. Morì a S. Prisco il 1° ottobre 1975 e fu sepolta a Capua nella tomba degli Orsini.";	testo = testo + " Nel dicembre del 1941 Maria Antonietta ricevette la notizia della morte del fratello <a href=\"javascript:popLarge(\'GeneraleUgoDeCarolis2.html\',\'Generale Ugo De Carolis\')\">Ugo</a>, generale del Reggimento Cavalleggeri, nella battaglia del Don, a Sud della Russia.";	testo = testo + " Ritornò a Capua dopo molti anni, essendo rimasta vedova del marito, morto in guerra, e riuscì a salvarsi dal furioso bombardamento americano del 9 settembre 1943, insieme all’amica Maria Cappuccio e al Comm.    Campese, suo parente, rifugiandosi nel Palazzo Comunale, sito in Piazza";	testo = testo + " dei Giudici.";	testo = testo + " Una profonda amicizia di infanzia, unita a interessi ideali ed artistici, la legava al Dott. Michele Cappuccio e alla sua sorella Maria, con i quali trascorreva le vacanze, scambiando  una fitta corrispondenza.";	testo = testo + " Si trasferì, vicino a Bellona, nella villa di campagna, detta il Pagliaro, di proprietà dello zio, commendatore Orsini.";	testo = testo + " Durante la ritirata tedesca dette asilo nella sua villa a giovani che non volevano servire l’oppressore: molti furono salvati dalla morte e dalla deportazione.";	testo = testo + " Per i continui bombardamenti, però, lasciò Villa Orsini e insieme alla madre Concetta, di 83 anni e alla zia, si trasferì a Villa Volturno (Bellona), nel palazzo di Via Nazario Sauro 180 (190), presso alcuni  suoi contadini.";	testo = testo + " Dalle pagine della Resistenza di Carlo  De Vivo si apprende  che:";	testo = testo + " “Allorchè il suo reparto si sciolse l’8 settembre del ’43, giorno dell’Armistizio, Beniamino Ferrone -Mimmo- Tenente dei Bersaglieri, non volle spogliarsi della sua divisa ed insieme a Stella Alfredo, Marciano Vincenzo ed altri, il 13 ottobre, dopo aver fatto opere di disturbo, come il taglio di alcune linee telefoniche, si rifugiò nella villa di campagna della famiglia De Carolis. Mentre erano riuniti in una stanza uno scoppio infernale seminò la morte. Giacquero senza vita Maria Antonietta De Carolis, sorella della Medaglia d’Oro al valor militare Ugo De Carolis – Comandante la Divisione “Torino”  sul fronte russo-, Marciano Vincenzo di Francesco Saverio, di anni 27- sottufficiale dell’Esercito-, Di Somma Mario, ragazzo di appena 13 anni; De Crescenzo Aniello di Vincenzo, di 48 anni; Mimmo Ferrone fu ferito.";	testo = testo + " Accadde che un reparto tedesco delle SS, giorni prima si era recato in quella villa (Il Pagliaro) a scopo di rastrellamento di elementi sbandati dell’Esercito italiano; non avendo trovato “uomini”, si impossessarono di tutti i gioielli e monili preziosi della Signora De Carolis. La Signora, donna energica e coraggiosa, non subì passivamente la ruberia, ed essendo conosciuta per essere la sorella della Medaglia d’Oro, denunciò l’accaduto (presso il Comando tedesco stanziato a Capua): la vendetta di quei tedeschi denunciati fu il motivo di quell’esplosione e di quei morti!”";	testo = testo + " Era il 13 Ottobre 1943.";	testo = testo + " La poetessa Maria Antonietta De Carolis fu sepolta nel cimitero di Capua, nella tomba della famiglia Orsini, dove si trovano anche il padre Oreste, il marito Giovanni Marciani, la sorella Amalia con il figlio Cesare Bellini.";	testo = testo + " Si è proposto, da parte della autorità capuane, di intitolare una strada alla poetessa.</p>";		testo = testo + "<hr>";		testo = testo + "<h3>Storia della scoperta</h3>";	testo = testo + "<p>Un piccolo involucro nascosto tra vecchie agende, ricevute fiscali, rubriche di indirizzi attirava la mia attenzione, quando ero bambina.";	testo = testo + " All’interno: sei cartoline del Poligrafico Resto del Carlino -Bologna-, raffiguranti fiori, descritti da versi di “Mattonetta“; una cartolina di Alterocca – Terni – XVI,  dedicata a Capua - il Volturno - con versi tratti da “Stanze Chiuse” – ed. La Prora.";	testo = testo + " La mia curiosità si soffermava su alcuni fogli di quaderno di seconda elementare, ingialliti dal tempo, su cui la grafia ordinata ed elegante della poetessa Maria Antonietta De Carolis tramandava alcune sue poesie.";	testo = testo + " In una delle mie frequenti visite a Modena, nella casa paterna, andai a cercare il piccolo involucro e, mentre il primo impulso fu quello di leggerne il contenuto, successivamente decisi di portarlo a Roma, dove ora abito, e custodirlo in una busta di vecchi ricordi.";	testo = testo + " Questa estate mi sono informata sulle manifestazioni nella Casa - Museo  di Marino Moretti, a Cesenatico, e con sorpresa ho letto: “Armonia delle muse. Moretti e De Carolis tra arte e poesia”.";	testo = testo + " Il cognome De Carolis mi ha ricordato improvvisamente il piccolo involucro che ho ritrovato nascosto tra documenti, scritti e lettere personali.";	testo = testo + " E’ l’input per iniziare una lunga ed interessante ricerca sulla poetessa Maria Antonietta De Carolis, non solo, ma anche su due eroi della Seconda Guerra Mondiale: suo fratello, il Generale Ugo De Carolis e suo cugino, <a href=\"javascript:popLarge(\'MaggioreUgoDeCarolis.html\',\'Maggiore Ugo De Carolis\')\">Maggiore Ugo De Carolis</a>, Medaglie d’oro al valore militare alla memoria.";	testo = testo + " Tante domande mi assillano: “Mia madre conosceva la poetessa Maria Antonietta De Carolis? Perché le sono stati regalati questi manoscritti? Un legame di amicizia le univa? Quando si sono conosciute e dove?”.";	testo = testo + " Abbandonati in un cassetto negli anni della Seconda Guerra Mondiale, sono stati sempre oggetto della mia curiosità ed oggi desidero donarli al Museo-Archivio USpR, nella Casa di Santa Maria De Mattias, a Vallecorsa (FR), sicura che saranno conservati con diligenza e competenza.</p>";			testo = testo + "<h3>1 - E la ricerca continua…</h3>";		testo = testo + "<p>Inizio da Google cliccando il nome di Maria Antonietta De Carolis…";	testo = testo + " Il Giornale di Capua mi offre alcuni interessanti articoli dai quali posso trarre importanti indizi.";	testo = testo + " La poetessa è ricordata nella Biblioteca Nazionale di Firenze per nove opere raccolte sul sito on-line.";	testo = testo + " Francesca De Carolis, una sua lontana parente, in un articolo scritto da Michele De Simone e riportato su Casertasette, fa luce sulla sua famiglia e sulla figura di questa poetessa, sorella del Generale Ugo De Carolis e lontana cugina del Maggiore Ugo De Carolis.";	testo = testo + " La giornalista ha sentito parlare della poetessa dalla zia Carla; anche i suoi bisnonni,  <a href=\"javascript:popLarge(\'AvvocatoAgostinoDeCarolis.html\',\'Avvocato Agostino De Carolis\')\">Agostino De Carolis</a> e Elsa, vengono ricordati e la casa a Santa Maria Capua Vetere, in corso Umberto I, oggi Aldo Moro, su cui spicca uno stemma gentilizio con spighe di grano e volatili.";	testo = testo + " Decido di ricostruire l’albero genealogico della famiglia De Carolis e, anche se mancano alcuni tasselli, realizzo che dai fratelli Scipione e Raffaele partono due rami i cui componenti, di generazione in generazione, formano un ampio quadro che desta un certo interesse.";	testo = testo + " Vorrei prendere contatto con Francesca De Carolis, di cui trovo in Face-book il profilo: un mio gentile messaggio resta ignorato. Avrei anche il suo numero telefonico, ma le notizie in mio possesso sono ancora poche per affrontare un dialogo sull’argomento che mi sta a cuore.</p>";	testo = testo + "<h3>2 - E la ricerca continua…</h3>";		testo = testo + "<p>In occasione di un mio viaggio a Molfetta, dove risiede provvisoriamente mio figlio Antonio, decido di fermarmi a Capua per avere qualche notizia sulla famiglia De Carolis.";	testo = testo + " Raggiungo il Museo Campano con annesso Archivio; il Museo è chiuso per restauro e per molti mesi ne sarà vietato l’accesso; mi viene offerto un libro con la storia dell’Archivio e tra i vari direttori che vi si sono succeduti, noto la presenza del prof. Orsini, nonno materno della poetessa.";	testo = testo + " Un’altra traccia che mi torna utile, perché la Famiglia Orsini è molto nota a Capua e mi propongo di cercare, in Corso Appio, il loro Palazzo, dove è vissuta Maria Antonietta insieme ai genitori e ai tre fratelli.";	testo = testo + " Delusa, decido di dirigermi verso la Biblioteca Diocesana dove sono conservati i certificati di battesimo e matrimonio; una gentilissima dottoressa mi mette a disposizione numerosi registri, ma ogni ricerca risulta vana.";	testo = testo + " Dopo una breve sosta alla Pro-loco, dove mi si suggerisce un incontro, dietro appuntamento, con il Prof. Giulio Cosco e con il Preside Rosolino Chillemi, mi dirigo verso gli uffici dell’Anagrafe, dove spero di trovare la persona disposta ad accogliere le mie richieste.";	testo = testo + " E’ entusiasmante vedere il coinvolgimento della sig.ra Lucciardi Fatima e della sig.ra Bozza M. Antonietta che hanno travato nel mio impegno l’input per trasformarsi in ricercatrici archivistiche!";	testo = testo + " Risultato: certificato di nascita e di morte della poetessa; certificato di morte del Generale Ugo De Carolis; certificato di nascita e di matrimonio di Amalia, sorella della poetessa; certificato di nascita  del  nipote Cesare. Richiedo la fotocopie e con questo piccolo tesoro, che consegnerò all’Archivio-Museo di Licinio Refice, riprendo il viaggio verso Molfetta.</p>";		testo = testo + "<h3>3 - E la ricerca continua…</h3>";		testo = testo + "<p>Faccio una visita all’Archivio di Stato dell’Eur, a Roma:  trovo una lettera, inviata a Mussolini, della Sig. Concetta Orsini De Carolis, madre della poetessa, lettera con la quale ricorda il figlio Generale Ugo De Carolis, morto in  Russia nella battaglia del Don. ( S.P.D.-  C. O.546078 – 529002)";	testo = testo + " Un altro documento riguarda il Maggiore Ugo De Carolis, insignito, insieme al Ten. Col. Giovanni Frignani, della medaglia d’oro al V.M. alla memoria, in riconoscimento dell’Opera da essi prestata in Roma, dal settembre 1943 al 24 maggio 1944, al servizio del fronte militare di resistenza ( P.C.M. Anno 44-47 Titolo 12.5;  11269.6 )</p>";		testo = testo + "<h3>4 - E la ricerca continua…</h3>";		testo = testo + "<p>Un successivo viaggio a Molfetta giustifica la nuova sosta a Capua, dove mi decido di raggiungere il Cimitero per visitare la tomba dei De Carolis.";	testo = testo + " Vana ricerca… Improvvisamente mi ricordo della famiglia Orsini,  da cui discende la madre della poetessa  e vengo accompagnata dal custode nella Cappella di Famiglia.";	testo = testo + " Il cancelletto è socchiuso e nell’entrare mi accorgo che parte del pavimento di ceramica verde è stato divelto da alcuni ladri, come mi conferma il custode.";	testo = testo + " La Tomba di Maria Antonietta si trova sul lato destro e rimango colpita dai seguenti versi  ” Oh…infrangere così le tue catene / potessi o vita e trasvolar nel vento  / come una foglia verso l’infinito”.";	testo = testo + " Scatto varie foto, dirigendo l’obbiettivo anche sui loculi di Amalia, la sorella, Oreste, il padre, Cesare, il nipote tanto amato. ";	testo = testo + " Lo squallore della tomba mi ha rattristato e decido di allontanarmi dal Cimitero per raggiungere Corso Appio n. 122, dove la poetessa è nata e vissuta con i suoi parenti.";	testo = testo + " Il palazzo Orsini è stato ristrutturato; scatto alcune fotografie della scalinata a cerchio che ne permette l’accesso; proseguo verso Piazza dei Giudici, dove c’è l’edificio nel quale Mattonetta andò a denunciare il furto dei suoi gioielli, avvenuto da parte delle S.S. nella villa del Pagliaro. Insieme ad alcuni amici riuscì ad evitare di rimanere coinvolta nel bombardamento che danneggiò la sua abitazione.";	testo = testo + " In questa piazza ha sede la Pro-loco, dove incontro il Prof. Giulio Cosco, profondo conoscitore della storia di Capua; mi informa che il Prof. Chillemi Rosolino, direttore della rivista Capys, ha raccolto alcune  nuove poesie della poetessa e gentilmente mi dà il suo numero telefonico e il recapito.";	testo = testo + " E’ quasi mezzogiorno quando lascio Capua per  raggiungere, dopo 45 anni, Santa Maria Capua Vetere, dove spero di raccogliere notizie sulla famiglia De Carolis. Mi porto in Corso Umberto I, oggi Corso Aldo Moro, e vengo attratta da un antico edificio nobiliare.";	testo = testo + " Scatto foto, salgo i gradini fino al secondo piano, mentre calpesto calcinacci che piovono dal soffitto. Mi rendo conto che, dopo il mio rientro a casa e alcune ricerche sul pc, il palazzo appartiene alla famiglia Caporaso e non ai De Carolis.";	testo = testo + " Ho preso una grossa cantonata che mi invita a strappare le foto tanto accuratamente sviluppate. Trattengo solo quelle fatte all’angolo della strada e riproducenti la lapide dedicata al Maggiore Ugo De Carolis.</p>";		testo = testo + "<h3>5 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>Visita alla Biblioteca Nazionale di Roma, dove ricerco lettere del  poeta Libero De Libero; nell’attesa mi soffermo su alcuni libri conservati negli scaffali, a portata degli studiosi.";	testo = testo + " Nel reparto, dove sono allineati i testi che riguardano personaggi famosi, raccolti secondo le rispettive regioni, trovo un libro: “Le medaglie d’oro per i Caduti senza Croce – Capitano Luigi Gennaro”.";	testo = testo + " Sfogliandolo e leggendo l’introduzione scopro che esiste sul Monte  Zurrone, a m. 1700, vicino a Roccaraso, un Sacrario militare dove sono sepolte idealmente le salme delle Medaglie d’Oro,  i cui corpi non sono mai stati ritrovati.";	testo = testo + " Il Generale Ugo De Carolis è indicato nel sarcofago n. 1887.";	testo = testo + " Il giorno successivo, raggiungo l’Archivio di Stato Centrale di Roma dove trovo importanti notizie riguardanti la famiglia del Maggiore Ugo De Carolis, trasferitasi a Taranto, presso i genitori della moglie.";	testo = testo + " I fratelli del Maggiore si rivolgono al Gabinetto del Presidente del Consiglio dei Ministri per ottenere un aiuto finanziario di 50000 lire che permetterà di affrontare le prime spese di una famiglia rimasta senza sostegno economico per la morte valorosa del padre, Medaglia d’Oro.</p>";	testo = testo + "<h3>6 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>15 gennaio 2010.";	testo = testo + " Partenza per Capua dove mi attende il Prof. Chillemi Rosolino. Ho preso appuntamento, ieri sera, dopo una giornata di telefonate senza risposta. Con un fascicolo, nel quale ho riposto gli appunti e le poesie di Mattonetta, raggiungo il Preside, alle ore 10, in Via Riviera Casilina, 77.";	testo = testo + " Un incontro cordiale, arricchito dalla sorpresa di trovarmi di fronte, in una stanza ricca di libri e di mobili antichi, un signore distinto, abito gessato, un signore d’altri tempi che mi viene incontro reggendosi su un bastone:  “Lei ha il merito di avere fatto rivivere un animo gentile che ha dato tanto  alla nostra città”.";	testo = testo + " Il dialogo scorre liberamente ed ognuno fa a gara per dimostrare quanto grande è l’interesse che prova nel trattare ogni argomento.";	testo = testo + " Uno scambio di documenti, il ricordo del passato, i motivi che ci hanno portato ad occuparci della poetessa sono le componenti che rendono piacevole il dialogo.";	testo = testo + " Mi viene consegnato il primo libro pubblicato da Mattonetta, “Stanze Chiuse”, nel quale cerco febbrilmente le poesie in mio possesso, ma tanta è la mia gioia quando scopro la loro assenza.";	testo = testo + " Mi allontano, con l’impegno di mantenere il contatto e consegnare le fotocopie delle poesie in mio possesso per confrontarle con la grafia della poetessa di cui il Preside possiede alcuni scritti.";	testo = testo + " Mi attende S.M. Capua Vetere ed una più attenta ricerca del Palazzo De Carolis.";	testo = testo + " Sono in Corso Aldo Moro, ex Umberto I, ma le aspettative si annullano, perché nessuno mi sa indicare il Palazzo. Entro in varie corti e quando ho perso qualsiasi speranza, noto un portone, al numero civico 191, sul quale spicca uno stemma in pietra con spighe stilizzate e due volatili.";	testo = testo + " Una gentilissima portinaia mi viene incontro e, ascoltandomi attentamente, mi  dà alcune notizie sulla famiglia De Carolis e mi suggerisce di suonare all’appartamento dei Perrone-De Carolis.";	testo = testo + " Incontrare la signora Maria Rita con il marito Alfredo Perrone e la figlia Teresa è stato emozionante: in pochi attimi mi viene offerto un opuscolo dedicato al Maggiore Ugo De Carolis e una fotocopia della rivista Capys; mentre ammiro un quadro, dove è incorniciata la copertina della Domenica del Corriere del 21 dicembre 1941, che raffigura il Generale Ugo De Carolis, morto in Russia, la signora Maria Rita mi parla dei parenti e delle vicende in cui è stata coinvolta la sua famiglia.";	testo = testo + " Rimarrò in contatto con Teresa Perrone, che gentilmente mi comunica la sua e-mail: mi permetterà di aggiornare l’albero genealogico e ottenere il numero di telefono di Paolo, figlio del Maggiore Ugo De Carolis.</p>";			testo = testo + "<h3>7 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>Viaggio ad Innsbruck: Maria Antonietta De Carolis era in contatto con Ida Bohatta Morpurgo, una scrittrice tedesca, specializzata sulle illustrazioni di favole per bambini. La poetessa è stata invitata a tradurre dal tedesco alcune opere: “ I mesi dell’anno”, “La cucina del cielo”, “Micio” e ha fatto illustrare da Ida Bohatta due suoi libri: “Le preoccupazione di Topolina” e “ Tornano gli uccellini”.";	testo = testo + " Cerco in alcune librerie i testi in tedesco di Ida Bohatta Morpurgo: ne trovo cinque che acquisto per consegnarli all’Archivio-Museo Licinio Refice in Vallecorsa, conservandone uno, “Piep!”, come ricordo.</p>";				testo = testo + "<h3>8 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>Decido di visitare il Museo della  Liberazione, in via Tasso, a Roma.";	testo = testo + " Sono interessata a raccogliere notizie sul Maggiore Ugo De Carolis e grande è la sorpresa, quando, nel momento in cui comunico  il motivi per cui mi trovo in Via Tasso, vengo interpellata dalla professoressa Anna Maria Casavola che mi ascolta con grande attenzione, rivelandomi di conoscere bene Paolo, il figlio del Maggiore Ugo, e mi invita a prendere un appuntamento per un incontro con il figlio del Martire della Resistenza.</p>";				testo = testo + "<h3>9 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>Una sorprendente telefonata di  Paolo De Carolis, aumenta l’interesse che da alcuni mesi mi porta ad approfondire qualsiasi traccia riguardante la Poetessa di Capua.";	testo = testo + " Fissiamo il giorno dell’incontro in Via Tasso, al Museo  della Liberazione, ma, prima di martedì, voglio visitare da sola il luogo in cui tanti valorosi uomini hanno trascorso ore di angoscia e di sofferenza.";	testo = testo + " Salendo le scale per raggiungere il primo piano, dove sono ubicate le celle,  sono stata coinvolta da una forte emozione che si è accentuata quando mi sono trovata di fronte alle immagini dei Martiri, ai graffiti che testimoniano la loro presenza, ai vari reperti racchiusi nelle bacheche.";	testo = testo + " Molto è stato scritto, ma l’esperienza diretta, che dovrebbero fare tutti, supera ogni  descrizione, ogni pensiero, ogni commento.";	testo = testo + " Sono le ore 10 di martedì 23 febbraio 2010, data che mi ricorderà il primo incontro con il figlio del Maggiore Ugo, Paolo.";	testo = testo + " Ho di fronte un signore che mi porge cordialmente la mano, afferrandomela in una stretta  energica e calorosa.";	testo = testo + " Il colloquio avviene nell’Archivio-Biblioteca del Museo della Liberazione; seduti uno di fronte all’altro cerchiamo di scambiarci le notizie in nostro possesso e i documenti da cui si spera poter fare delle fotocopie.";	testo = testo + " Le mie domande cercano elementi sulla personalità del Maggiore e le sue risposte,  esaurienti, arricchiscono le mie conoscenze, a volte errate.";	testo = testo + " L’albero genealogico della famiglia De Carolis, la foto del Maggiore in compagnia del Generale Ugo De Carolis, la fotocopia della Domenica del Corriere che ricorda l’atto di valore del Generale, i libricini di favole della Poetessa, donati con tanto affetto al nipote, l’articolo sulla scoperta in Russia della Tomba del Generale sono alcuni documenti che arricchiranno, mediante fotocopie, l’Archivio - Museo di Licinio Refice, a Vallecorsa."; 	testo = testo + " Sono colpita dall’emozione che trapela dal volto e dalle frasi espresse dal figlio, mentre parla del padre, perso quando aveva circa sei anni.",	testo = testo + " Prometto di inviargli per e-mail i miei appunti sul Generale Ugo De Carolis e sulla sorella Maria Antonietta  e lo invito a raccogliere tutti i documenti in suo possesso per scrivere un libro in omaggio ad un Papà che può essere di esempio alle future generazioni.</p>";					testo = testo + "<h3>10 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>Giovedì 11 marzo 2010: varco ancora una volta il portone di via Tasso per incontrare Paolo De Carolis; dopo una breve attesa, durante la quale sosto commossa e in religioso silenzio in alcune celle che hanno ospitato i martiri, lo vedo comparire in fondo alla scala; decidiamo di andare alla ricerca di un luogo che ci possa offrire un po’ di tranquillità, lontano dal vociare degli insegnanti e degli alunni in visita scolastica.";	testo = testo + " All’ultimo piano, tra tante porte chiuse ne troviamo una aperta che ci offre una saletta nella quale iniziamo un dialogo ricco di domande incisive e di risposte, utili per creare i numerosi tasselli che ancora mancano nel quadro generale degli avvenimenti dell’ultimo conflitto mondiale.";	testo = testo + " Il dott. Paolo mi fa notare alcune imperfezioni sui miei appunti, che gli avevo consegnato nell’incontro precedente, e vuole evidenziare che la Medaglia d’Oro fu consegnata dal Re Umberto II, prima che andasse in esilio; caduta la Monarchia, invitarono i familiari dell’Eroe a restituire quella medaglia per sostituirla con una della Repubblica, ma i parenti si opposero.";	testo = testo + " Dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine la sua famiglia, nel settembre del 1944, si trasferì a Taranto e qui Paolo visse frequentando le scuole, fino alla maturità. Il suo desiderio, però, era quello di ritornare a Roma dove si è laureato, ha formato una famiglia e ha trascorso tutti questi anni, lavorando con impegno e grandi soddisfazioni.";	testo = testo + " Il ricordo del padre, idealizzato dopo la sua morte, di cui non si parlava per una forma di pudore nel dolore, trapela dai commenti sui giorni successivi all’ 8 settembre, sull’attentato di via Rasella, sulle ingiustizie politiche, sociali ed economiche del dopo - guerra.";	testo = testo + " “Per un  bambino di cinque anni è difficile ricordare: possono colpire la fame, il freddo e la necessità di nascondersi ovunque, anche in un convento, per evitare eventuali rappresaglie nei confronti della  propria famiglia…”.";	testo = testo + " Il padre cercava di incontrarli, ma sempre con grande rischio, fino a quando fu arrestato e per loro non ci fu più alcuna possibilità di vederlo e di avere notizie, anche se una signora svizzera, di origine tedesca, in possesso di un lasciapassare, poteva accedere a via Tasso e  raccogliere testimonianze da riferire ai familiari, non scendendo mai in particolari, per non rattristarli.";	testo = testo + " Si è fatto tardi e prima di salutarmi mi consegna le fotocopie della Rivista di Cavalleria, dove è ricordato il rientro della salma del Generale Ugo De Carolis, di una foto di suo padre in compagnia dello zio e del frontespizio di un libretto di Mattonetta con dedica al  nipote; io, invece, gli offro il libro di Michele Colagiovanni sul Generale Simone Simoni, di cui ha conosciuto la figlia Vera, durante le cerimonie alle Fosse Ardeatine.";	testo = testo + " Ci allontaniamo da via Tasso ancora avvolti da una strana atmosfera ricca di ricordi e di riflessioni e prima di separarci, nel metrò di Via Manzoni,  mi invita ad annullare il lei e a  passare al tu: poche parole che mi hanno fatto capire quanto sia semplice comunicare con persone che, colpite dalla tua sensibilità, sanno apprezzarti, anche se sei una sconosciuta.</p>";					testo = testo + "<h3>11 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>E’ trascorso un mese dall’ultimo incontro con Paolo De Carolis, ma l’arrivo di un plico, da parte del prof. Giulio Cosco, mi offre l’occasione per un nuovo appuntamento, in terreno neutrale: giovedì 22 aprile, alle ore 10,  presso l’Istituto S. Maria, in via Manzoni.";	testo = testo + " Seduti in una panchina, nel giardino della Scuola; gli consegno le fotocopie del libretto di Mattonetta “Il mio giardinetto”, quelle della foto del Generale Ugo De Carolis, cadetto all’Accademia di Modena, e alcuni appunti in cui viene ricordata la pittrice Elvira Martinez y Cabrera, cara amica di mia madre.";	testo = testo + " L’interesse di Paolo per il materiale è evidente e io sono lieta di  arricchire i suoi numerosi ricordi, augurandomi che al più presto possa scrivere un libro in memoria del suo Papà.";	testo = testo + " Un caffè, una stretta di mano ed un arrivederci a presto concludono il nostro incontro, mentre ci dirigiamo verso la metro di Via Manzoni, dove ognuno prenderà una diversa direzione.</p>";		testo = testo + "<h3>12 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>29 Aprile: sono diretta a Capua per incontrare il Preside Chillemi che mi aiuterà a dare una risposta agli interrogativi che ancora mi assillano sulla provenienza dei manoscritti di Mattonetta.";	testo = testo + " Ho deciso di consegnargli tutto il materiale in mio possesso, perché possa trarre spunto, quale voce autorevole, per un articolo sulla famiglia De Carolis.";	testo = testo + " Mi accoglie con la stessa cortesia e la conversazione scivola improvvisamente sul personale: sembra che due nonni si siano incontrati per comunicarsi i crucci sul comportamento dei figli e dei nipoti. Le domande richiedono da parte mia delle risposte ponderate sul rapporto con le giovani famiglie che, pur essendo quasi perfette, non manifestano quella sensibilità che forse, egoisticamente, noi della vecchia generazione, quasi pretendiamo.";	testo = testo + " La morte, l’incontro con Dio, il desiderio di realizzare ancora qualche sogno, il ricordo dei metodi di educazione dei nostri genitori ci portano molto lontano e rischiano di farmi dimenticare il preciso scopo del mio viaggio a Capua.";	testo = testo + " L’arrivo di Pampurio, il cagnolino a cui è molto affezionato, fa cambiare piega alla conversazione e mi spinge a consegnargli il plico nel quale è racchiusa tutta la mia ricerca, documenti compresi.";	testo = testo + " Invito il Preside a confermare la mia ipotesi sul legame che poteva unire mia madre alla Poetessa ed egli, mostrandomi due quadri della pittrice Elvira Martinez y Cabrera, mi parla dell’amicizia nata tra la prof.ssa Maria Cappuccio, insegnante alle magistrali di Capua, e la sua collega Elvira Martinez, amica della prof.ssa Amalia Guglielmi, insegnante di lettere al Ginnasio di S. Maria Capua Vetere.";	testo = testo + " A queste due amiche la pittrice ha regalato i quadri ora in possesso del Preside ed uno di questi, acquaforte, che rappresenta il Monte Tifata ed il Volturno, era stato scelto come copertina per un libro di Maria Antonietta De Carolis, mai pubblicato.";	testo = testo + " Quindi anche la pittrice Elvira Martinez conosceva la poetessa che forse frequentava il suo salotto, dove può avere incontrato mia madre e fattole omaggio dei manoscritti.";	testo = testo + " Posso concludere che la pista ipotetica da me seguita è confermata da queste preziose notizie?";	testo = testo + " Sfogliando le varie pagine della ricerca mi rendo conto dell’interesse che suscitano sul Preside che mi invita a scrivere un opuscolo  su cui riportare le poesie di Mattonetta; io insisto per strappargli la promessa di un suo prossimo articolo, su una rivista o un giornale locale, in cui ampiamente vengano portati alle luce i meriti, non solo letterari, della famiglia De Carolis.";	testo = testo + " Prima di allontanarmi da Capua mi dirigo verso il Duomo, per una breve visita, quindi raggiungo il Palazzo Orsini: sosto nell’androne per osservare l’opera di restauro, dopo il bombardamento; vorrei proseguire per Piazza dei Giudici, dove ha sede la Pro-loco e dove potrei incontrare il Prof. Giulio Cosco, con il quale sono sempre in contatto, ma qualcosa mi trattiene e mi fa optare per una frettolosa partenza per Salerno dove mi attende lo zio Mario, novantenne.</p>";		testo = testo + "<h3>13 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>L’improvvisa telefonata del Preside Chillemi mi colpisce profondamente, facendo crollare parte dell’entusiasmo con cui affronto il lungo cammino della ricerca sulla poetessa Maria Antonietta De Carolis.";	testo = testo + " La notizia della morte improvvisa del prof. Giulio Cosco crea un vuoto incolmabile: nel primo incontro, alla Pro-loco di Capua, avevo conosciuto una persona gentile, colta e disponibile, dalla quale avevo attinto  notizie molto utili per proseguire la ricerca, ancora agli inizi.";	testo = testo + " Eravamo in contatto attraverso e-mail nelle quali ci scambiavamo fotocopie di documenti, interessanti consigli e la forza di continuare nella ricerca.";	testo = testo + " Così si esprimeva nel suo ultimo messaggio:";	testo = testo + " “...finalmente sono venuto in possesso della fotocopia di un libricino di poesiole di Ida Bohatta Morpurgo, tradotte dalla De Carolis, che domani le spedirò via posta ordinaria con alcune note sul Magg.Ugo De Carolis ( il cugino della nostra poetessa), sempre in fotocopia. E’ riuscita ad avere altre notizie su Maria Antonietta De Carolis? E’ riuscita a spiegarsi, per esempio, la presenza di quel “piccolo involucro” nella casa paterna di Modena? Le poesie della De Carolis in esso contenute sono inedite o sono state già pubblicate? Mi permetto di chiederle tutto questo, perché questa ricerca mi affascina enormemente per i lati misteriosi del ritrovamento: sembra quasi l’inizio di un romanzo!";	testo = testo + " Esimia prof.ssa Rotolo, mi piacerebbe pubblicare la sua ricerca sulla mia rivista ”L’Eco del Volturno”, il cui prossimo numero uscirà in autunno. Oso chiedere la sua collaborazione con un suo lavoro per far conoscere ai miei concittadini qualcosa di più su questa nostra fine poetessa.";	testo = testo + " Se ho parlato a sproposito, Le chiedo scusa. Mi conceda almeno di comunicare ai nostri lettori che Lei sta svolgendo una ricerca e tra breve questa verrà pubblicata. Giulio Cosco”.";	testo = testo + " Ha risposto a questo messaggio, ma non saprò mai se il Professore avrà avuto la possibilità di leggere le mie poche righe con le quali offrivo la mia collaborazione, perché sapevo quanto fosse importante per lui far conoscere ai suoi concittadini l’arte di Maria Antonietta De Carolis, fine poetessa, come la definiva.</p>";		testo = testo + "<h3>14 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>21 novembre 2010: sono stata invitata ad una conferenza in ricordo del primo anniversario della scomparsa di Elvira Sabbatini Paladini, grande ufficiale al merito della Repubblica, vicepresidente e direttrice del Museo della Liberazione, in via Tasso.";	testo = testo + " L’incontro con Paolo De Carolis, dopo tanto tempo, non mi permette di scambiare notizie, utili alla mia ricerca, perché la presenza di un folto pubblico, intervenuto alla manifestazione, spesso rischia di allontanarci.";	testo = testo + " La lettura di alcuni messaggi di alunni delle scuole medie e superiori, in visita al Museo, commuovono profondamente  il figlio del Maggiore: non riesce a frenare le lacrime che gli solcano il viso, creando in me un certo imbarazzo.";	testo = testo + " Come posso fargli capire la mia partecipazione al  dolore che quelle frasi risvegliano nel suo animo? Istintivamente, con un tocco discreto sulla sua spalla, gli comunico che non è solo a ricordare le sofferenze del suo Papà.</p>";		testo = testo + "<h3>15 - E la ricerca continua…</h3>";	testo = testo + "<p>27 novembre 2010: ricevo una telefonata del Preside Chillemi, nella quale mi annuncia la pubblicazione, su  Blook Notes del 31 ottobre 2010, di un suo articolo sull’eroico Generale capuano Ugo De Carolis e mi informa dell’arrivo di un plico contenente una inaspettata notizia:";	testo = testo + " “Il sindaco di Capua Dott. Carmine Antropoli e il sindaco di Bellona dott. Giancarlo  Della Cioppa hanno voluto offrire alle rispettive cittadinanze un ricordo della poetessa capuana”.";	testo = testo + " Il Preside mi comunica che Don Giuseppe Centore, direttore del Museo Campano, è l’autore di un opuscolo nel quale, dopo una breve sintesi sulla vita di Mattonetta e un cenno ad alcune sue poesie, annuncia che il giorno 7 novembre 2010, per iniziativa dell’Amministrazione Comunale di Bellona, su una facciata dell’abitazione, dove la poetessa morì, è stata apposta la seguente lapide:</p>";	testo = testo + "<p><center>IN QUESTO PALAZZO</center>";	testo = testo + "<center>MARIA ANTONIETTA DE CAROLIS</center>";	testo = testo + "<center>POETESSA CAPUANA</center>";	testo = testo + "<center>DURANTE LA CRUENTA BATTAGLIA DEL VOLTURNO</center>";	testo = testo + "<center>CADDE COLPITA DA PIOMBO NEMICO</center>";	testo = testo + "<center>IL 13 OTTOBRE 1943</center>";	testo = testo + "<center>NEL 67¡ ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA</center>";	testo = testo + "<center>LÕAMMINISTRAZIONE COMUNALE</center>";	testo = testo + "<center>QUESTA LAPIDE IN SUA MEMORIA</center>";	testo = testo + "<center>POSE</center>";	testo = testo + "<br/><center>BELLONA 7 NOVEMBRE 2010</center></p>";	testo = testo + "<br/><p>Mentre sfoglio l’opuscolo ho la viva sensazione di aver raggiunto l’obbiettivo che mi ero proposta, dopo aver portato alla luce il piccolo involucro, che ho conservato per tanti anni: far rivivere un animo gentile  che aveva espresso nei versi l’amore in tutte le sue forme.</p>";	testo = testo + "<h3>16 - E la ricerca (forse) continua…</h3>";		document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function iMortiSiCercano(){	var testo = "<h3>I morti si cercano?</h3>";	testo = testo + "<p>I casi della vita! Per vie misteriose poche carte manoscritte contenenti una decina di poesie e un disegno autografi di Maria Antonietta De Carolis (1903-1943) finiscono nel Museo-Archivio “Una Stanza per Refice”. [A/18]. Si scava nella vita della gentile, ma ormai quasi sconosciuta Mattonetta – questo lo pseudonimo della poetessa –, e si scopre che un suo fratello fu eroe di guerra in Russia e un cugino vittima alle Fosse Ardeatine, insieme a Simone Simoni. Ma non finisce qui lo stupore. Il De Carolis fu inserito nella lista dei condannati per rappresaglia in quanto partecipe dello stesso movimento partigiano suscitato  dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, al quale aveva aderito Simone Simoni. I due stettero nello stesso carcere famigerato di Via Tasso.";	testo = testo + " Nei prossimi aggiornamenti del nostro sito non mancheranno interessanti novità, come lasciano sperare le meticolose ricerche della donatrice Giuseppa Rotolo, che si è recata a Santa Maria Capua Vetere e a Capua (patria della poetessa) della quale si sa poco o nulla. ";	testo = testo + " Quasi tutte le opere edite della De Carolis (sue originali o traduzioni dal tedesco) sono conservate nella Biblioteca Nazionale di Firenze. L’opera sua maggiore fu Stanze chiuse, raccolta di liriche di intonazione pascoliana. La stanza chiusa che più le pesò fu il proprio grembo. Desiderava tanto un figlio, che non arrivò. Pubblicò anche Le preoccupazioni di Topolina, illustrato da Ida Bohatta, disegnatrice anche di molti testi tradotti dalla poetessa. Rosolino Chillemi ha curato Nuove poesie di Maria Antonietta De Carolis, Santa Maria di Capua Vetere, Tip. Progresso, 1979. Alcune sue liriche furono musicate. EZIO CAMUSSI, Liriche di Maria Antonietta De Carolis, Milano, A.E.G. Carisch e C., 1935 (Inc. Stamp. Music.).</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><table width=\"600\"><tr><td align=\"right\">Michele Colagiovanni</td></tr><td><tr><em>25.09.2009</em></td></tr></table>";		document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function mariaPedriniCentoAnni(){	var testo = "<h3>Maria Pedrini: cento anni dalla nascita</h3>";	testo = testo + "<p>Il 3 febbraio 2010 ricorre il centenario della nascita di Maria Pedrini e la città di Brisighella, che le diede i natali, la ricorderà adeguatamente. Lo facciamo anche noi dal sito “Una Stanza per Refice”, dove ha il suo spazio, pubblicando una lettera che ci è stata donata in fotocopia dal nipote Marco Bonocore, il quale già ci aveva fornito alcune fotografie della zia e notizie di provenienza familiare.";	testo = testo + " Il centenario è un evento che sempre ripropone al vaglio figure, istituzioni, creazioni artistiche, fenomeni sociali e quant’altro abbia raggiunto un tale traguardo di permanenza in vita o nella memoria collettiva. In alcuni casi fornisce anzi l’occasione per una maggiore e più equilibrata conoscenza, se non addirittura un’autentica risurrezione. Per le stesse ragioni si possono e si devono celebrare i centenari della morte, come atti di convinzione che fanno ritenere un soggetto degno di restare tra i vivi, riproponendo il proprio messaggio.";	testo = testo + " Un personaggio come Maria Pedrini è privilegiato, in tal senso perché, quale cantante che ha inciso dischi, può seguitare a presentarsi  da sola: basta inserire il CD nel lettore. Ma ella ha tali qualità umane, oltre che artistiche, da giustificare che si torni su di lei più volte, per esporre le sfaccettature della sua personalità. Ancor più se si pensa che il sito privilegia gli aspetti umani e religiosi, essendo collegato con la Casa di Santa Maria De Mattias e con una Stanza riservata a un autore di musiche liturgiche e di teatro lirico a soggetto sacro. ";	testo = testo + " Nel campo dell’arte predomina spesso l’aspetto divistico, che diventa patetico quando il talento non c’è. Nei casi in cui c’è, se l’atteggiamento divistico non diventa esagerato – e quindi patologico – viene generalmente tollerato, o perfino bene accetto. L’artista sente di essere un “creatore”, ossia immagine somigliante del Creatore. Non ci scandalizzeremmo se un Dante, un Beethoven, un Michelangelo avessero avuto un alto concetto di sé. Licinio Refice, che pure qualche spunto di evidente autostima lo aveva, confessava però che solo Dio crea dal nulla. Diceva: “L’artista non è che un’ape  che va di fiore in fiore a raccogliere il nettare per fare il miele”.";	testo = testo + " Maria Pedrini fu detta giustamente l’Antidiva, perché pur avendo una voce straordinaria, non si montò la testa e coltivò una fede semplice, ma profonda, insieme a una modestia che può apparire eccessiva e giudicata mortificante del carisma. Pare che certi atteggiamenti fuori dalle righe siano un connotato tipico del genio. Naturalmente non è sempre così, perché la stessa modestia è un carisma se accompagna qualità che potrebbero giustificare estro negli atteggiamenti.";	testo = testo + " Il divismo, come dice la parola stessa, consiste nell’attribuirsi una certa qualità “divina” che eleva al di sopra di altri. Pur se compatibile con la fede, il divismo sottrae sempre qualcosa alla divinità trascendente. Il divo si ferma a ciò che è, alla vetta che ha raggiunto nel rispettivo campo e guarda dall’alto in basso chi non sa apprezzare ciò che egli ha creato. La modestia, nel credente autentico, deriva dall’attribuire ogni dono a Dio. Chi si accorge di avere grandi doni di natura, non fa che amministrarli con senso di responsabilità e gratitudine a chi glieli ha dati.";	testo = testo + " La modestia può essere esercitata anche senza un esplicito riferimento alla fede. L’artista modesto, anche di pari grandezza o perfino maggiore rispetto all’artista credente, se si si confronta con l’assoluto a cui tende ancora, non si esalta. Ecco perché abbiamo il grande filosofo che afferma: “Questo so, di non sapere”; o l’astronomo che non insuperbisce nel penetrare con gli strumenti le profondità del cosmo, nel constatare fin dove si è spinto, ma sempre più percepisce il proprio nulla nell’immensità; o il santo (tutti indistintamente) che si considerano grandi peccatori, perché vivono impegnati a emulare (come disse Gesù) la perfezione di Dio. Refice aveva qualche atteggiamento divistico, ma poi confessava: “Solo Dio crea. Noi siamo come le api, che confezioniamo il miele selezionando il nettare che è nei fiori”.";	testo = testo + " Ci sembra che la modestia di Maria Pedrini derivi da entrambe le sorgenti: dal desiderio di raggiungere la perfezione, che esaspera la distanza tra ciò che si è riusciti a dare e ciò che si vorrebbe dare; e dalla fede, che produce lo stesso fenomeno nel campo della crescita interiore, tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere.";	testo = testo + " Claudia Muzio qualche atteggiamento divistico lo aveva. Pare anzi che sia stata la prima per la quale sia stato impiegato il termine Divina e la definizione sarebbe stata. Eppure anche lei un giorno confidò a Refice: “Maestro, quando si attinge un po’ del divino, l’umano viene a nausea”. Chi sa quali crucci sottintendeva, con il termine “umano” la grande artista, circondata da profittatori che la consideravano niente altro che una gallina dalle uova d’oro!";	testo = testo + " Torniamo a Maria Pedrini, sulla quale la vicenda dell’amica poté anche servire di lezione di vita, oltre che di professione. La lettera che presentiamo coglie nella prima fase della carriera. Ella ha appena compiuto i ventisei anni. Ha fatto da riserva per l’opera Cecilia alla grande Claudia Muzio, gravemente ammalata, che l’ama come una sorella. È giunto il suo momento.  È a Trieste per interpretare Cecilia. Sa che Claudia non guarirà in tempo (non sarebbe guarita mai)  e perciò facilmente, dopo Trieste, sarà anche al San Carlo di Napoli, dove c’è in cartellone la stessa opera. Ecco la lettera diretta ai suoi genitori.";	testo = testo + "<br><br><em>Trieste 17 [febbraio 1936].";	testo = testo + "<br>Carissimi. Ho finito adesso di fare la prova che è andata benissimo. Refice è stato tanto contento di me e tutti mi hanno fatto tanti complimenti, andremo in scena Sabato e speriamo che il Signore e S. Rita mi aiutino così farò un bel successo.";	testo = testo + "<br>Il basso di Cecilia è [Mattia] Sassanelli il quale vi manda tanti saluti, il tenore è [Giuseppe] Garuti, il baritono [Massimo] Andreoli, le scene sono le stesse del Reale [di Roma], i costumi invece sono bruttissimi, ho già reclamato  e l’impresario ha reclamato perché ne mandino degli altri.";	testo = testo + "<br>Il Teatro è molto bello e questa stagione è fortunatissima perché fanno sempre degli esauriti. Ci sono già in giro i manifesti grandissimi. Comperate l’Illustrazione Italiana in data 16 Febbraio.";	testo = testo + "<br>Sono stata molto festeggiata alla pensione prima della mia partenza la sera della 3<sup>a</sup> di Giulio Cesare [opera di Georg Friedrich Händel] che come al solito andò benissimo quantunque ci fosse poca gente sono venuti a prendermi a teatro le sorelle e il cognato della padrona e, arrivati a casa, dopo aver cenato, m’hanno offerto dei dolci e hanno stappato lo spumante in mio onore, un avvocato inquilino della pensione, vecchio ma ancora arzillo, ha pronunciato un brindisi di commiato augurandomi successi e trionfi.";	testo = testo + "<br>Mi trovo bene qui, l’albergo è molto bello e ho anche una bella camera; non fa freddo affatto, ma piove.";	testo = testo + "<br>Potete immaginare come sarò occupata in questi giorni, fino a Domenica non avrò pace.";	testo = testo + "<br>È possibile che io vada al S. Carlo [di Napoli] per Cecilia perché là va in scena subito dopo qui, cioè quest’altra settimana.";	testo = testo + "<br>Vi prego comunicare alla maestra l’esito di questa prima prova; sono molto stanca poiché abbiamo provato dalle 41/2  alle   71/2 e non ho voglia di scrivere, tra poco vado a mangiare e poi me ne andrò a letto.";	testo = testo + "<br>Credete che faccio davvero una vita da eremita, il Signore deve aiutarmi per forza e ho tanta fiducia in Lui.";	testo = testo + "<br>Spero di tornare a casa con un bel gruzzoletto, state tranquilli che non spendo soldi inutilmente; il puro necessario e basta.";	testo = testo + "<br>Mi sono arrivate le parrucche da Milano.";	testo = testo + "<br>Dite alla maestra che le scriverò domani. Tanti baci ai cani. A voi chiedo la S. Benedizione e vi bacio con rispetto la mano, Vostra Affezionatissima figlia Maria.";	testo = testo + "<br>P.S. è più di un mese che manco da casa, spero che vi sarete rifiatati”</em>.";	testo = testo + "<br><br>Emergono da questa lettera la meticolosità di Refice nelle prove; l’apprensione dei genitori nel sapere che la loro figlia era sbalzata in un mondo infido; la gratitudine di Maria per la maestra di canto; la discrezione con la quale annuncia la sua probabile (e poi avverata) opportunità di salire il prestigioso palcoscenico del San Carlo; la precisazione con la quale fuga ogni sospetto nei confronti dello spasimante che le dedica un brindisi in albergo (è arzillo, ma vecchio); la rassicurazione sulla parsimonia, visto che spende il puro necessario; la gioia di portare a casa il “gruzzoletto”) e, naturalmente la fede nel Signore e la devozione per santa Rita., soprannominata la Santa degli Impossibili; l’amore fatto di rispetto per i genitori, ai quali chiede la santa benedizione; genitori però che dovranno abituarsi – e spera si siano già abituati (rifiatati) –  alle sue assenze. Infine, cosa oggi molto di moda, l’amore per gli animali, nel caso suo i cani, ai quali manda “tanti baci”.</p>";	testo = testo + "<br/>&nbsp;<br/><table width=\"600\"><tr><td align=\"right\">Michele Colagiovanni</td></tr><td><tr><em>24.09.2009</em></td></tr></table>";		document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function giuseppeMarchetti(){	var testo = "<h3>GIUSEPPE MARCHETTI</h3>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<table width=\"265\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/GiuseppeMarchetti.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>Se dicessi che questa mattina, 29 settembre 2009, quando ho appreso la notizia, stavo pensando a lui, affermerei una coincidenza suggestiva, ma non vera. Che però anche oggi, nelle poche ore trascorse dal risveglio, io abbia già pensato a lui, è verità. Mi aspettavo, tra l’altro, la telefonata di auguri,  come ogni anno, per il mio onomastico. Ero già pronto a dargli la notizia che nella prossima visita gli avrei portato il testo del “Martyrium Agnetis Virginis” sulla cui partitura egli stava lavorando per conto del soprano Adelaida Negri, che vorrebbe riproporre l’oratorio a Buenos Aires. Il telefono ha squillato con una certa frequenza, questa mattina e io ho sempre cercato di riconoscere la voce prima che l’altro si qualificasse. Generalmente indovino. Ho un cellulare nuovo e non vi sono registrati nomi in agenda, sicché non compare l’identità del chiamante. Proprio mentre sto per riporre in tasca il telefono, dopo averlo messo in modalità silenziosa perché mi accingo a concelebrare la messa solenne con il vescovo e tanti altri sacerdoti, nella chiesa di Sant’Angelo a Vallecorsa, vedo il piccolo monitor lampeggiare. Convinto che si tratti degli auguri, precedo colui che mi chiama dicendogli: “Grazie, grazie”.";	testo = testo + " Chi chiama, sicuro di aver sbagliato numero, mi dice: “Ma mi hai riconosciuto?”. Evidentemente non sta pensando agli auguri onomastici, altrimenti avrebbe trovato logico il mio intervento, nella festa di San Michele.";	testo = testo + " <br/>“Certo, sei Adriano Costantini!” – replico io.";	testo = testo + " <br/>E lui mi fa: “Hai saputo di Marchetti?”.";	testo = testo + " <br/>“Che cosa è successo?” – chiedo, temendo di aver capito. E ho capito davvero.";	testo = testo + " <br/>“È morto!” - dice.";	testo = testo + " <br/>“Quando?” - chiedo incredulo.";	testo = testo + " <br/>“Non lo so. Hanno fatto i funerali a Alatri”.";	testo = testo + " <br/>&nbsp;Ovviamente gli spari, la banda, le luminarie, le campane a festa, mi sono apparse all’istante manifestazioni inopportune; e tuttavia, a pensarci bene, e con un pizzico di fede, diventano appropriate, il miglior commento a un evento inevitabile, ma sempre doloroso e irrevocabile, che solo la fede può trasformare in dies natalis, giorno natalizio. Dirò alla fine perché ciò che mi circonda, tanta gente in festa, le campane scatenate, potrebbe dirsi il miglior contesto per un simile evento.";	testo = testo + " Lo avevo visto l’ultima volta meno di un mese fa, andando a trovarlo nella sua casa di Via San Pio V, dalle parti di Villa Carpegna, non lontano dal Pontificio Istituto di Musica Sacra. Era reduce da un  ricovero ospedaliero dal quale era parso che non potesse uscire vivo. E invece era tornato nella sua stanza e, dopo qualche giorno, al suo lavoro con gran passione. Mi diede un mottetto di Refice:  <em>Peccavimus Domine</em> a  cinque voci sole. Gli dovevo decifrare le parole latine e fornirgli la traduzione.";	testo = testo + " Lo sentii per telefono una decina di giorni dopo, per dirgli che avevo interpretato il testo latino. Gli avevo anche promesso di fotocopiare il testo del Martyrium Agnetis…Lo assicurai che alla prima occasione nella quale mi fossi recato a Vallecorsa, avrei provveduto a fotocopiare le pagine di quell’Oratorio. Gli spiegai che lo avevo ripreso dall’Archivio Centrale dello Stato nel fondo che conserva le opere sottoposte al visto della Censura. Sembrava che avesse superato l’ennesimo momentaccio, da quando era finito in carrozzella e, successivamente, subito l’amputazione di una gamba. Con un coraggio e un eroismo straordinari aveva affrontato tutto, anche il supplemento delle piaghe da decubito. Disteso sul letto lavorava al computer ininterrottamente.";	testo = testo + " <br/>&nbsp;Nato a Alatri il 19 maggio 1931, dopo gli studi classici si diplomò nel Conservatorio Santa Cecilia in Roma in canto e fece esperienze sui teatri lirici. Accettò il ruolo stabile nel Coro da Camera della Rai, su invito del M° Nino Antonellini. Fu più volte premiato (Viotti d’oro a Vercelli e Velca d’oro). Espletato un corso di specializzazione di direzione sotto la guida dello stesso Antonellini all’Accademia Chigiana intraprese una intensa e vasta attività con l’Ottetto Vocale Italiano e l’Orchestra da Camera Santa Cecilia (oltre duecento concerti di polifonia classica e moderna in Italia e all’estero). Nei programmi ha sempre privilegiato composizioni reficiane; in alcune occasioni, come a Grado, esclusivamente reficiane. Fu anche direttore della banda musica di Alatri, alla quale ha dedicato una bella pubblicazione rievocativa. Più travagliata, a causa della malattia, la ponderosa monografia “Licinio Refice la vita le opere”, Tofani editore, Alatri 2000. Dopo la malattia, che – si direbbe – lo rese più attivo che mai, si è dedicato esclusivamente alla trascrizione di opere di vari autori. In questo campo vanta il recupero di inediti di Franz Schubert, della “Griselda” di Antonio Vivaldi, su richiesta del maestro Renato Fasano (Ed. Efrichian di Palermo); inoltre “La Maddalena a’ piedi di Cristo”, di Antonio Caldara (1671-1736) e di Giovanni Carlo Maria Clari (1677-1754), lo Stabat Mater.  Soprattutto si dedicò alla trascrizione degli inediti di Licinio Refice, con il quale intratteneva un colloquio spirituale quotidiano. In collaborazione con Giovanni Valle (trascrizione e revisione) ha recentemente pubblicato LICINIO REFICE, Liriche, 35 brani per voce, pianoforte, organo e orchestra, in gran parte inediti, Arti Grafiche Tofani, Alatri 2005.";	testo = testo + " Dal 1965 era sposato con Ornella Iachetti, soprano di chiara fama e didatta nei conservatori di Bari, Frosinone, Campobasso e L’Aquila. Dal loro matrimonio nacque Valerio, oggi Basso professionista. Entrambi i coniugi provengono da famiglie di musicisti. Il fratello di Ornella, Alvaro Iachetti, fu baritono del Coro della RAI e a lui oggi è subentrato il figlio Stefano. Ben due fratelli di Giuseppe Marchetti hanno scelto la musica da professionisti. Antonio è stato violinista nell’Orchestra RAI (primo 2° Violino; Pietro, pianista e insegnante di musica. Gli altri fratelli Domenico e Mario . laureati in vari campi, hanno esercitato altre professioni, pur amando la musica.";	testo = testo + " Non mi resta che spiegare – come ho promesso – perché, dopo un momento di sconcerto, all’annuncio della sua morte, trovavo appropriato il suono delle campane e le luminarie nella festa dei tre Arcangeli e in particolare di San Michele, patrono principale del mio paese. Non solo per il liturgico “In paradisum deducant te Angeli; in tuo adventu suscipiant te martyres…”.";	testo = testo + " Almeno tre volte avevo sentito “Peppe” rievocare la morte di Refice nell’atto di dirigere Cecilia, a Rio de Janeiro. Tutte e tre le volte si commosse fino alle lacrime e a stento riuscì a terminare il suo discorso, più o meno con queste parole: “La morte che ogni musicista desidererebbe per sé”. È  toccata anche a lui. In occasione dell’ultimo attacco che lo ha portato all’incoscienza, lavorava nuovamente al “Martyrium Agnetis virginis”. Per lui, corista dalla voce potente, le note che trascriveva si trasformavano in canto. Non sappiamo su quale parola si sia interrotta la fatica della trascrizione e dunque la gioia del canto terreno, il 25 settembre 2009; ma, quale che fosse segnò, come per Refice , il passaggio dalla vita operosa alla festa senza fine.";	testo = testo + " Licinio Refice concludeva proprio così il suo commovente testamento: <em>Fac me Domine de morte transire ad vitam!</em>";	testo = testo + " <br/><br/>© Ottobre 2009 - Michele Colagiovanni</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function donIcilioSimoni3(){	var testo = "<h3>Una lettera di Don Icilio al fratello Eraldo durante il bombardamento di Frosinone</h3>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<table width=\"300\" align=\"left\"><tr><td><img src=\"images/doniciliosimoni3.jpg\"></td></table>";	testo = testo + "<p>La seguente lettera di don Icilio, all’epoca residente a Frosinone, si comprende meglio tenendo presenti gli avvenimenti che fanno da sfondo e da contorno alla sua stesura.";	testo = testo + " È alla resa dei conti la Seconda Guerra Mondiale. Siamo nelle retrovie del fronte di Cassino. Gli Alleati, bloccati alle pendici della storica Abbazia, martellano con ogni mezzo, soprattutto con i bombardieri, le retrovie tedesche, per impedire i rifornimenti a chi mantiene con tanta ostinazione le posizioni. Frosinone ha subito un primo violento bombardamento nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1943 e poi anche nella mattinata seguente. L’obbiettivo principale è stato l’aeroporto, ma viene colpita la stessa città, con danni e vittime. Tra gli addetti all’aeroporto, si sono contati una settantina di morti. Nuove incursioni dal cielo si sono avute con il nuovo anno, a ripetizione, estese anche ai paesi vicini: il 13,14,15,19,21 e 22 gennaio 1944. Niente da fare. Il fronte difensivo tedesco resiste ancora. La popolazione non ne può più e pur senza dirlo, si augura una pronta conclusione, essendo ormai segnato l’esito finale.";	testo = testo + " Il 15 febbraio gli Alleati hanno preso la sciagurata decisione di bombardare l’Abbazia di Monte Cassino. Pensavano di togliere al nemico (che invece non vi hanno messo piede) l’importante base logistica e di osservazione. In effetti gli Alleati hanno bisogno di attuare continue ispezioni con piccoli velivoli (le cosiddette cicogne), mentre i Tedeschi dalle alture hanno delle basi di osservazione aerea permanenti sulla dislocazione nemica. Bombardando il venerato monumento gli Alleati hanno ritenuto di accelerare lo sfondamento sulla Casilina verso Frosinone e Roma...";	testo = testo + " A parte le molte vittime innocenti che avevano trovato rifugio nell’Abbazia, grava su chi ha concepito l’idea e l’ha attuata, la vergogna imperitura di aver fracassato inutilmente uno scrigno unico della cultura occidentale senza aver apportato alcun vantaggio alla sorte della guerra, anzi! Infatti, dopo il bombardamento, i Tedeschi si son sentiti autorizzati a entrare tra le macerie del venerando monumento (del quale avevano messo in salvo il salvabile)  e vi si asserragliarono efficacemente.";	testo = testo + " Continuano gli attacchi lungo le retrovie. L’intento è sempre lo stesso: distruggere strade e ponti per ostacolare i rifornimenti ai tedeschi che reggono la linea. Di qui la penuria di generi alimentari; nelle città, più che nei paesi. Ecco perché, anche in simili frangenti, Eraldo Simoni è in grado di soccorrere il fratello a Frosinone, ma anche il maestro Licinio Refice a Roma.</p>";	testo = testo + "<em><p style='margin: 0 0 0 35px;color: #3e3e3e'>Frosinone 3 Marzo 1944<br/><br/>";	testo = testo + "Caro Eraldo.<br>";	testo = testo + "Non avrei mai creduto che le cose andassero tanto per le lunghe. Ti ringrazio tanto delle scarpe e del chilo di farina che mi hai mandato. Le scarpe mi vanno un po’ strette, ci vorrebbe almeno un centimetro più lunghe, ma se non si trova altro pazienza.";	testo = testo + "Riguardo a vitto, io aspettavo proprio Maria Di Sora per farti sapere che ho bisogno di almeno 15 chilogrammi di farina e di 6 Kg di fichisecchi o altri frutti e di due Kg di cacio, per tirare avanti un altro mese, e speriamo che finisca questo stato di cose, e sono già sei mesi. È da un mese che qui non si dà né pane né altro, io in questo tempo ho diviso la farina di Francesco Narducci ex capo cantoniere, che abita in Via del Bastione N. 3 confinante con la casa e le autorimesse di Bergamini. Abbiamo consumato la farina  che teneva lui ed ora è giusto che per un altro mese ci pensi io. Meno male che dai Frati Liguorini trovo un litro di latte al giorno ed ancora ho un po’ di patate. Certo Maria di Sora non potrà portare questo peso, ed io penso che potresti incaricare  di portarmelo Maria di Regina Erme, che credo abiti presso San Pietro.";	testo = testo + "Questo favore bisogna che me lo fai, e fammi sapere quanto spendi, che se puoi darmelo in conto della mia roba tanto meglio, altrimenti farò in modo di pagare.";	testo = testo + "Tanti saluti e ringraziamenti.";	testo = testo + "Io non mi muovo e speriamo che i pericoli siano finiti, ma non m’importa neanche se dovessi soccombere in qualche incursione. Spero che il Signore mi proteggerà e speriamo che le cose vadano meglio anche per il vitto.";	testo = testo + "<br/>Tuo aff.mo";	testo = testo + "<br/>Don Icilio</p></em>"		testo = testo + " <p>Non si può non ammirare il coraggio, la fiducia e la rassegnazione di don Icilio, scampato ai bombardamenti, ma pronto a affrontare le nuove prevedibili incursioni aeree su Frosinone.  «...non m’importa se dovessi soccombere in qualche incursione. Spero che il Signore mi proteggerà e speriamo che le cose vadano meglio anche per il vitto».";	testo = testo + " Ora che sono stati resi pubblici i rapporti delle operazioni belliche,  non si può non rimanere sconcertati per la illogicità della guerra; o meglio, non si può non inorridire per la logica inaccettabile della guerra. Scorrendo le pagine di Combat Chronology 1941 – 1945 (Compiled by Kit C. Carter hand Robert Mueller, Center for Air Force History, Washington, DC 1991) si trova che a ogni bombardamento segue il commento. Sembra di leggere il libro del Genesi. Anche Dio giudicava la propria opera dopo averla compiuta e diceva grosso modo le stesse espressioni: buona, molto buona... Ma lui creava! L’uomo distruggeva. Dopo il bombardamento su Vallecorsa, del 23 gennaio 1944, ecco l’annotazione: «bomb Vallecorsa with  good results». Buon risultato davvero. Una bomba aveva centrato la chiesa di Sant’Antonio Abate gremita di fedeli per la festa di Sant’Agnese!";	testo = testo + " <br/><br/>© Novembre 2009 - Michele Colagiovanni</p>";		testo = testo + "<p><a href='javascript:home()'><< Home</a></p>";	document.getElementById('main').innerHTML = testo;}function lauretta(){	var testo = "<h3>Una Casa per partire<h4> (Il volume è scaricabile da <a href='http://liciniorefice.it/doc/GUIDA MUSEO.pdf'>qui</a>)</h4></h3>";	testo = testo + "<br/>";	testo = testo + "<p><b>MICHELE COLAGIOVANNI – Una Casa per Partire – La Casa di Santa Maria De Mattias a Vallecorsa, Editrice Stilgraf, Cesena 2009.</b> ISBN 88-96240-33-5<br>";	testo = testo + " Il volume, nonostante la piccola mole, è molto articolato. Se non si fa bene attenzione si potrebbe perdere la logica con la quale è strutturato. Nonostante che si presenti come un guida, potrebbe indurre il lettore a smarrirsi tra le sue 112 pagine riccamente illustrate, racchiuse da una copertina molto fascinosa e suddivise in sette capitoli. Una densa presentazione, dovuta a Irene Mirabella, principale collaboratrice dell’autore nel raccogliere e inventariare il suddetto Museo-Archivio, evidenzia bene già nel titolo del suo brano, Il Pensatoio, l’essenza della nuova pubblicazione di don Michele Colagiovanni e questi, a sua volta, lo esprime nel titolo del volume: intende fare in modo che la Casa di Maria De Mattias a Vallecorsa continui a svolgere il ruolo che ebbe nei confronti della Santa. Le mura di questa Casa furono il grembo dal quale Maria partì trasformata e adeguata all’impresa che andava a compiere. La maturazione di Maria De Mattias avvenne tutta dentro le stanze di questa Casa, specialmente dentro la sua stanzetta, conservata integra: dunque questa fu per lei la Casa per partire!";	testo = testo + " Efficace la sintesi con la quale il Colagiovanni, nel I capitolo, riassume la mentalità di oggi e di sempre, con il rovesciamento del Primo Comandamento: “Io sono il Signore Dio Mio, non avrò altro Dio all’infuori di Me”. Fu la mentalità di Adamo e Eva: essere Dio.";	testo = testo + " Nel II capitolo, iniziale in un certo senso, l’autore spiega la funzione ella Casa e del libro che vuole indicarne la funzione: essere una guida per chi guida. Vuol dire, penso, che chi legge deve essere in grado di diventare un interprete saggio della storia umana, della dimora su questa terra, a beneficio di chi si smarrisce nel semplice episodio e non vede la concatenazione dei fatti, o addirittura si appassiona al gossip. Il bene è una catena che incrementa il bene e il male, parimenti, una catena che incrementa il male. Maria De Mattias, che fu una grande guida morale,  nella propria Casa continua a rispecchiare tale realtà a favore del bene. Da prima ancora della Sala delle Stampe, di cui dirò, ospita un Centro Studi a lei dedicato, che pubblica una rivista; accoglie un archivio/museo dedicato a Licinio Refice, ampiamente illustrato  nel volume Una Stanza per Refice, di 160 pagine, edizioni Stilgraf, 2006, già esaurito ma disponibile nel sito www.liciniorefice.it";	testo = testo + " Licinio Refice (1883-1954) è il noto autore di musica sacra e di opere liriche a soggetto sacro, che scrisse tra l’altro una messa per la beatificazione di Maria De Mattias. In realtà coabitano con lui numerose personalità di spicco della vita culturale e sociale, specialmente del Basso Lazio, ma non solo. Sono: Eraldo Simoni di Patrica, che fu speciale collaboratore di Refice; due suoi fratelli, don Federico e don Icilio (eressero la monumentale Croce su Monte Cacume); un loro cugino, il generale Simone Simoni, bel personaggio, eroe e martire alle Fosse Ardeatine; il poeta Libero de Libero; la delicata poetessa Maria Antonietta De Carolis, Mattonetta, morta per la rappresaglia tedesca a Capua durante l’ultima Guerra Mondiale…";	testo = testo + " Della Casa il Colagiovanni, nel III capitolo, distingue l’area sacra, cioè la parte che è direttamente legata alla vita della Santa, da quella che è stata adibita a svariati usi e iniziative e ora in minima parte a impieghi stabili di promozione culturale, come quelli di cui si occupa questo volume. Don Michele recupera perfino l’atto di acquisto (mediante permuta) dei De Mattias in tempo di Impero Napoleonico e ne trascrive la minuziosa descrizione da parte dell’ingegnere del tempo, con il corrispondente valore delle parti e del tutto. Lo fa in conclusione, nel capitolo VII, quasi come una appendice. Anche così dimostra che è la Casa la protagonista del libro, ma grazie al suo essere la Casa della Santa. La Casa nella quale si può acquistare il senso della Storia della Salvezza(capitolo IV)";	testo = testo + " I significati del titolo sono evidenti e imperniati sulla doppia interpretazione del verbo “partire”. Consideriamoli.";	testo = testo + " In senso storico: è la Casa da cui, 175 anni fa, la Santa partì per la missione di fondare le Adoratrici del Preziosissimo Sangue (oggi Adoratrici del Sangue di Cristo) in Acuto e in tal senso l’edizione assume una puntualità esemplare, quasi un libro d’occasione, commemorativo. (Si sono svolte infatti le celebrazioni per ricordare l’evento che avvenne il 4 febbraio 1834 e sono consistite in un pellegrinaggio di reliquie insigni da Vallecorsa ad Acuto).";	testo = testo + " In senso morale: è la Casa del cammino interiore, che rende possibile e degno quello esteriore. Si deve infatti sapere che questa non è la casa natale della Santa, ma può ben fregiarsi di tale titolo perché tra le sue pareti ella nacque alla santità e concepì l’idea della fondazione di un istituto. Questo fu il Pensatoio che consentì a Maria di maturare il progetto, proteggerlo per lunghi anni e metterlo alla luce quando la sua creatura fu idonea a affrontare il mondo.";	testo = testo + " In che modo don Michele, con il suo libro, cerca di ottenere questo stesso risultato a beneficio del visitatore della Casa? Ha allestito all’interno della Casa una Sala delle Stampe (che è materia dell’intero capitolo V), nella quale l’ospite è invitato a percorrere un cammino di riflessione con l’ausilio di documenti dell’Epoca, i quali mostrano come la Storia dell’Uomo non è altro che una ripetizione di errori sempre uguali. La constatazione avrebbe avvezzato qualunque altro animale privo di intelligenza a non ripeterli più, grazie al famoso riflesso condizionato di Pavlov. Gli esseri umani, invece, non fanno che incaponirsi a replicarli da migliaia di anni, sempre nella presunzione che sia la volta buona. Ma è il solito fallimento che non ammaestra nessuno. ";	testo = testo + " La seconda stazione (dopo il problema generale della lotta tra bene e male) è il vero inizio del cammino. Nel quadro  è effigiato il visitatore stesso. “Come è possibile?! – si chiederà qualcuno – che nel quadro si trovi effigiato ogni visitatore? È possibile perché, trattandosi di uno specchio, mostra chi vi si pone davanti. La riflessione proposta è: «Il primo quadro ti presenta a te stesso. Ti accade più volte al giorno, magari mentre guardi una vetrina cercando qualcosa; oppure di proposito per migliorare il tuo aspetto. Questa volta è speciale, perché lo fai per migliorare dentro. Incorniciato alla parete, come un protagonista, perché lo sei, eccoti! […]. Protagonista vuol dire attore principale. Hai davanti a te l’interprete e la posta in gioco. La trama è da scrivere di giorno in giorno».";	testo = testo + " L’avvio è davvero intrigante. L’interrogativo si inserisce nel soliloquio del pellegrino che visita la Casa di una santa, la casa da cui partì per grandi imprese interiori e esteriori, private e pubbliche. Diventa un assillo particolarmente efficace e stimolante. Si direbbe che il pellegrinaggio che ha condotto l’ospite fin qui cominci invece proprio qui, dentro questa Sala e grazie a questa Casa, che è dunque una Casa per partire o ripartire. Per riflessioni successive, lungo altre sessantatre tappe, si arriva alla conclusione. Che fare? Da che parte stare? Partire da questa stanza non può essere un atto spensierato. Il mondo è stato redento a caro prezzo da Cristo: con il proprio Sangue. C’è un quadro conclusivo che mostra due santi: la padrona di Casa, Maria De Mattias, e Gaspare del Bufalo, che raccolg
